In questa città come sempre gli esclusi subiscono umiliazioni e privazioni.
Apprendiamo infatti che entro il 31 marzo, i 45 abitanti dell’ex pensione Aurum di via Dati, dovranno lasciare lo stabile, nonostante sia stato avviato, nei mesi passati, un percorso di partecipazione (assemblee pubbliche, il presidio del 30 dicembre al di fuori del Comune) incentrato sul tema del diritto alla casa per tutti e, conseguentemente, un tavolo di trattative per scongiurare lo sgombero della palazzina. Il 31 marzo, 45 persone, potrebbero trovarsi in mezzo ad una strada, la strada della cecità e della sordità.
Una cecità e una sordità, assurde, da parte del Comune, con il quale i cittadini di via dati hanno cercato di dialogare. Per questo crediamo, innanzitutto, che quello che si consuma sulla pelle dei cittadini migranti a Rimini è l’altra faccia della medaglia di una politica di gestione del territorio che ha il suo acume nella lontananza dai cittadini siano essi riminesi o migranti.
Una lontananza che non risparmia nessuno, da chi blocca la via Emila contro la cementificazione e l’annullamento dei beni comuni, a chi invoca aiuto rispetto ai meccanismi assurdi che caratterizzano, oggi, il mercato della locazione. Un mercato, come evidenziato dall’ultimo rapporto Orsa, tra i più cari d’Italia e che non risparmia nessuno, soprattutto le fasce più deboli e assoggettate alla precarietà.
L’ex pensione Aurum, ne è il paradigma, infatti è subaffittata all’associazione senegalese con un meccanismo di vero e proprio lucraggio/strozzinaggio, il prezzo è quasi triplicato rispetto all’importo che l’affittuario paga alla proprietaria. In più alla palazzina di via Dati basterebbero, come richiesto dagli stessi abitanti, pochi interventi per convertirla, da struttura ricettiva in struttura residenziale, e in periodi in cui si cementifici anche l’ultimo centimetro di verde pubblico, sarebbe opportuno che questi politici del mattone e dell’inquinamento pensassero al recupero e alla salvaguardia di ciò che c’è già.
Ma in fin dei conti poco importa, 45 persone, macché persone, manodopera da sfruttare qua e là, oppure da far traslocare come pacchi postali, magari a Gemmano, come proposto dall’Acer, 40 minuti di auto da Rimini, quando va bene…. E chi lavora in città e non ha un auto propria?!
Si, infatti, ci pensano sicuramente Melucci o Vitali, uno che dice che la popolazione che si impegna nella difesa del territorio lo fa per interessi di parte, l’altro che dice che non è competenza di nessuno occuparsi dei problemi enormi che i cittadini migranti vivono nel territorio riminese.
Forse queste persone si sono dimenticate, quando gli albanesi eravamo noi, e d’altronde in un’Europa a misura di schiavitù, dove le persone sono funzionali alle richieste del mercato del lavoro e non portatrici di diritti, il problema della legalità è la vendita ambulante cosiddetta abusiva, non certo il caporalato nei cantieri edili o il lucraggio/strozzinaggio degli affitti.
In tutto questo rimane l’estrema dignità di queste persone alle quali daremo tutto il fiato e la forza necessaria per resistere.
Laboratorio Sociale Paz