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Cpt di Lamezia, tentata fuga dalla disperazione di Giuliano Rosciarelli

da Liberazione del 17 agosto 2003

Era già successo. E succederà ancora. Al centro di permanenza territoriale (Cpt) "Malgrado tutto", a Pian del Luca (Lamezia Terme), hanno tentato ancora una volta la fuga. Quaranta persone, secondo la questura di Nicastro, 10 per i responsabili del centro. Venerdì notte, approfittando del buio, hanno provato ad uscire dalla struttura a forma di ferro di cavallo che rinchiude attualmente 75 persone quasi tutte di nazionalità marocchina e algerina. Ma la loro corsa è durata solo quindici metri. Scavalcata la prima recinzione (delle due che circondano le mura del centro), i profughi sono stati subito intercettati dalle forze dell’ordine. Lacrimogeni e manganellate hanno preceduto le pratiche di reinserimento e identificazione. Otto, le persone denunciate. «Nessun ferito nessuna colluttazione» ha detto a Liberazione il presidente della cooperativa "Malgrado tutto", (che gestisce il centro), Raffaello Conti. Dichiarazioni che smentiscono quelle della polizia che parlano invece di lancio di sassi e bottiglie contro le forze dell’ordine, per uno scontro durato più di due ore: «Delle volte qualcuno ci tiene a montare le notizie, fare clamore per far vedere che lavorano E anche a Ferragosto» sbotta Conti. E magari anche per giustificare l’eccessiva violenza usata nell’intervento, aggiungiamo noi.

Del resto anche il signor Conti non può permettersi di veder macchiata la sua immagine e quella di una attività che equivale a un giro di affari di circa 1.262.250 euro annui. Il centro nasce una decina di anni fa per accogliere i profughi kossovari. Fiutato l’affare (90 euro la tariffa che lo stato paga per ogni detenuto), la cooperativa decide di convertire la struttura da centro di accoglienza a centro di permanenza per stranieri in attesa di rimpatrio. Ex detenuti, pregiudicati, malati, tossicodipendenti, tutti migranti, sono ora le persone che vengono rinchiuse in quella che ormai è divenuta una vera e propria galera etnica, senza che il pur minimo diritto venga loro garantito. Disperati che hanno già pagato il conto alla società con la pena scontata nelle italiche galere, e che ora vengono nuovamente rinchiusi (altri sessanta giorni) in attesa di essere rimpatriati. Profughi all’estremo delle forze fisiche e psichiche (nove detenuti vengono sedati con psicofarmaci perché ritenuti pericolosi) che sono usciti e subito rientrati da una condizione di illegalità che non dà tregua né speranza.

[ domenica 17 agosto 2003 ]

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