Con una ordinanza datata 14 settembre, che regola l’attività dei phone-center, il Comune di Padova ricalca i provvedimenti che già in altre città avevano colpito le attività di servizio telefonico gestite da cittadini migranti. Il testo, che riproduce quello di molte altre amministrazione, si allinea alle linee guida deliberate dalla Regione Veneto.
Queste ordinanze, che si mascherano dietro la motivazione di regolare le condizione igienico-sanitarie e più in generale l’attività commerciale dei phone-center, attaccano materialmente la possibilità di svolgere regolarmente questi esercizi.
Ad essere messo in discussione è proprio quello spirito di promozione del libero mercato che viene ostentato dai politici di ogni schieramento, ma che invece incontra regolazioni protezionistiche quando viene interpretato da cittadini immigrati, così come avevamo visto per le attività dell’ingrosso cinese.
Nell’ordinanza vengono imposti vincoli "irrealizzabili" come ad esempio le metrature delle cabine telefoniche, superiori a quelle che la telecom deve rispettare per le sue cabine, la dotazione di doppi servizi igenici, uno ad uso esclusivo del personale e l’altro per gli utenti, la realizzazione di una sala di attesa (per non recare disturbo all’esterno del locale) di dimensioni improponibili, un numero massimo di postazioni, oltre le quali i criteri precedentemente menzionati devono essere riadeguati aumentando ancor di più i parametri previsti, ed il divieto di svolgere attività differenti da quella della telefonia all’interno dei locali, che evidenzia un evidente tentativo di mettere un freno ai canali utilizzati dai cittadini stranieri per effettuare rimesse di denaro nei paesi d’origine, canali alternativi a quelli degli ordinari istituti di credito.
Un commento di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa.
[ audio ]