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Ravenna - "La Moschea? Un’eccellenza della città"

Parla Giovanni Pozzi, l’imprenditore che ha venduto l’area per la nuova sala di preghiere alle Bassette

da "Città Meticcia" dicembre 2007 - gennaio 2008

«L’esempio del buon cristiano è l’accoglienza, l’ospitalità. In molti passaggi del Vangelo se ne parla. Io sono cattolico e mi riconosco in queste parole: accoglienza, dialogo, amore, perdono, misericordia… non hanno un ordine d’importanza, sono legate fra di loro». Una voce pacata, un volto che riflette saggezza e uno sguardo che dona pace. Giovanni Pozzi, presidente della società Altezze, espone le ragioni di una scelta sociale importante: la vendita di un terreno alla comunità islamica per la costruzione di una Moschea.
È un’operazione commerciale: il terreno è venduto a prezzo di mercato, ci dice. Il significato, invece, è una lezione di vita. Un dono a questa Ravenna che cambia, che abbraccia diverse culture e religioni. Cerchiamo di indagare meglio come è nata questa scelta e lo incontriamo nel suo ufficio, alle Bassette, un locale tappezzato di foto di famiglia, ma anche delle immagini di importanti figure della Chiesa, come Papi e Vescovi, nonché di molti souvenir da diversi paesi del mondo.
Signor Pozzi, si tratta di un terreno a destinazione pubblica: tra le ipotesi di utilizzo c’erano anche uffici d’uso comunale e la costruzione di una caserma per i pompieri. Perché, alla fine, avete scelto proprio la Moschea?
«Quando in città si è cominciato a dibattere della questione Moschea ed è iniziata a profilarsi l’idea di poter vendere il terreno per la sua costruzione, noi rappresentanti delle sei società che formano Altezze abbiamo riflettuto sull’opportunità interessante di contribuire ad un’iniziativa così importante per la nostra società: la comunità islamica ha bisogno di un luogo di culto e noi siamo ben contenti di dar loro la possibilità di costruirlo. La decisione, naturalmente, è stata presa in totale sintonia con il Sindaco e il Comune, per soddisfare un bisogno della città».
Lei è un cattolico praticante, non ha il timore di essere giudicato negativamente per contribuire alla costruzione di un luogo di culto per musulmani?
«La Chiesa Cattolica ha iniziato da diversi anni un percorso d’avvicinamento alle altre fedi religiose: basta pensare che papa Wojtyla è stato il primo pontefice a entrare nella Moschea Blu e nel 2000 ha chiesto perdono per le crociate. I nostri rappresentanti ecclesiastici danno testimonianza ogni giorno di dialogo interreligioso. Del resto oggi Ravenna è una città dove si celebrano messe in rumeno, in polacco, inglese, francese e in cui si professano diversi culti. Non dimentichiamo che la Chiesa Cattolica ha prestato una chiesa ai nostri fratelli ortodossi (Santo Spirito, ndr.). Mi domando, perché non una moschea per i musulmani? Il vescovo Verucchi stesso si è detto favorevole nell’auspicio che Ravenna possa diventare un esempio di “reciprocità” e promuovere anche il rispetto dei cattolici nel mondo. Vediamo Ravenna come una città interculturale, la città del dialogo tra le varie etnie e religioni».
C’è stato qualcuno, tra i suoi collaboratori o i suoi famigliari, che non ha condiviso questa scelta?
«La mia famiglia condivide i miei stessi valori. Crediamo che ogni gruppo religioso abbia il diritto di esprimere la propria fede. Questo diritto è sancito dalla nostra Costituzione, ma costituisce anche un dovere morale, un principio cristiano dal quale nessuno si può esimere. In vari passaggi della storia dell’umanità e del percorso cristiano è presente questa prerogativa. L’Italia è un paese migrante. Alla soglia dei miei 71 anni mi commuovo ancora quando vado all’estero e trovo una voce amica. Le chiese sono il punto di riferimento principale, il luogo dove non sentirsi soli, dove mi reco per trovare un amico. Capisco che sia la stessa cosa per chi viene qui da paesi lontani, magari avendo lasciato a casa la propria famiglia. Un luogo di ritrovo diventa allora fondamentale per sopportare la lontananza».
Com’è il dialogo con i rappresentanti della comunità islamica?
«Il rapporto che abbiamo con loro si basa sulla correttezza e la cordialità. Non abbiamo riscontrato differenze significative con le persone che abbiamo incontrato: ormai sono ravennati come noi. Abitano qui da più di vent’anni e sono aperti al dialogo. Non dobbiamo pensare a queste persone come a stranieri. Hanno costruito la loro famiglia in questo paese: i loro figli sono nati in Italia e studiano nelle nostre scuole, lavorano con i nostri ragazzi… Durante lo scorso ramadan, poi, sono andato a visitare la moschea di via Scaletta e mi è piaciuto molto l’ambiente che ho trovato. C’erano donne e bambini, ed erano tutti molto gentili e accoglienti con i visitatori».
A che punto è la trattativa?
«E’ stato firmato un compromesso. Ora dobbiamo rispettare i tempi dell’iter burocratico, l’accatastamento e la stipula. Ovviamente la comunità musulmana si dovrà poi preoccupare dei permessi comunali e di quanto necessario per iniziare i lavori. E poi mi auguro che la moschea diventi un punto di incontro anche per i ravennati che vogliono conoscere. Non dimentichiamo che la religione di uno straniero è un punto di partenza per conoscere la sua comunità».
Secondo lei, qual è la ricetta per un’integrazione autentica?
«Innanzitutto lo straniero non deve sentirsi rifiutato e quindi deve essere supportato nei suoi bisogni primari. Quando abbiamo bisogno di manodopera nelle fabbriche, nei campi, in casa per i lavori domestici o per badare un anziano, non possiamo pensare di affittare le braccia degli stranieri e dimenticarci del resto. Non possiamo pensare che “scompaiano” a nostro piacimento al termine dell’orario di lavoro. Dobbiamo pensare che sono persone: che hanno bisogni e diritti. Non riconoscere a centinaia di persone un luogo di culto è anacronistico: in città la prima sala di preghiera nacque nel 1962, in via Baiona, per gli operai delle raffinerie di paesi arabi che venivano a formarsi da noi. E oggi, pensiamo all’Omc (Offshore Mediterranean conference, nrd.), che ogni due anni si svolge a Ravenna. Metà degli imprenditori ospiti arrivano da paesi arabi e chiedono se esiste un luogo di preghiera. Visti gli enormi interessi che si sviluppano in questa occasione, sarà un’ulteriore eccellenza della città offrire anche il luogo di preghiera».
Nessun tipo di ripensamento, dunque?
«Non abbiamo avuto dubbi su questa scelta. È una scelta consapevole che crediamo sia giusta. Si sono estesi i confini dell’Europa: sarà dura se non impariamo a convivere con comunità diverse e a rispettare la sensibilità dell’altro. Dobbiamo ampliare, dunque, le frontiere delle nostre menti. Ormai non si torna più indietro: siamo una società multietnica. Il cristiano dovrebbe essere il primo a dare l’esempio!»

Angelica Morales

[ mercoledì 19 dicembre 2007 ]

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