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I diritti “just in time” dei migranti

Intervento del Progetto Melting Pot Europa pubblicato su CartaQui Estnord del 25 aprile

“Le cooperative con cui abbiamo a che fare non sono nulla, sono solo valigette piene di carte che all’occorrenza, come fantasmi, spariscono, all’improvviso”.
Comincia così il racconto di Mbarek, 35 anni, marocchino. Lui la sa lunga sul mondo delle cooperative della logistica, trasporti e facchinaggio. E’ arrivato in Italia nel 2001, alla ricerca di un lavoro, poco prima dell’entrata in vigore della Bossi Fini. Non recrimina ciò che questa o quella parte politica poteva fare e non ha fatto, guarda tutto da un’altra angolazione, ci tiene a rimarcare tutta la potenza delle battaglie che ha condotto.

Come si vive a Padova, Mbarek? Chiediamo. “Meglio, nell’ultimo anno un po’ meglio, siamo riusciti attraverso le lotte e l’auto-organizzazione a conquistare molte cose per noi e per altri”, risponde.
Le conquiste, i picchetti, i blocchi, le assemblee, il sindacato sociale, sono il linguaggio di una nuova presa di parola di cui anche Mbarek è protagonista.
Di valigette piene di carte, lui, delegato sindacale dell’Associazione Difesa Lavoratori, ne ha viste nascere e svanire nel nulla moltissime in questo decennio, ed insieme a loro ha visto il Nord Est trasformarsi profondamente.
“Quando sono arrivato in Veneto c’erano già molti stranieri” dice. Ma oggi qui crescono i loro figli. Noi lottiamo per avere alcuni diritti minimi, ma chi lo spiegherà a loro che dovranno chiedere il permesso per vivere dove sono cresciuti, convertirlo, rinnovarlo? Non lo accetteranno mai e saranno molto più incazzati dei loro padri”. In effetti, quanto a presenze di migranti, per il Nord Est, e per l’Italia in generale, questi sono stati anni di profonde modificazioni, sia in termini qualitativi che quantitativi. Solo nel Veneto i minori stranieri sono circa novantamila, sono invece quattrocentomila i migranti regolari, un milione in tutto il Nord Est. A questi va aggiunto un numero imprecisato di invisibili, senza permesso, “buoni” solo quando è tempo di impegnarli senza contratto nelle fabbriche, tra i ponteggi dei cantieri o nella cura del lavoro domestico.

Il lavoro è uno dei punti di vista privilegiati dai quali guardare ai fenomeni migratori o forse, al contrario, è la prospettiva dei migranti ad essere quella più interessante per indagare la realtà lavorativa dei nostri territori.
Mentre il Veneto della fabbrica diffusa si rompe il capo nel tentativo impossibile di governare mercati troppo interdipendenti per essere addomesticati, quella che doveva essere una sfida, la favola del mercato globale, del benessere facile e diffuso, si è trasformata ben presto in una affannata rincorsa, in cui elementi di innovazione e modernità si combinano a spietate condizioni di lavoro semischiavistico, che credevamo appartenessero ad un passato ormai trascorso.

In questo Veneto in “conto terzi”, delocalizzato ed esternalizzato, un ruolo di primo piano è occupato dalle “regine del subappalto”, le cooperative della logistica, dei trasporti e del facchinaggio e non è un caso che proprio in questo settore si siano sviluppate, negli ultimi tempi, le più interessanti esperienze di auto-organizzazione del lavoro migrante.
Il sistema di distribuzione e circolazione delle merci ricopre infatti un ruolo strategico centrale nei processi di governance della produzione e di valorizzazione della ricchezza.
Da un lato, i magazzini viaggiano su ruota, si procede con l’abbattimento delle scorte, si discute di net-economy applicata alla logistica, di telematica dei trasporti, di Cargo Comunnity Systems, mentre dall’altro sopravvive la realtà che mette in moto questa spietata macchina, fatta di circa settantamila addetti, concentrati perlopiù tra i poli di Padova e Verona. Gran parte di loro sono migranti, almeno quelli costretti a lavorare sotto l’ambiguo nome di soci-lavoratori in cooperative destinatarie di appalti per conto di grandi gruppi della distribuzione.

E’ il caso di Mbarek, delegato sindacale alla Pega Store, dove lavora da quasi tre anni. Pega Store, con sede a Torino, gestisce diversi cantieri distribuiti in varie parti del Centro e del Nord. A Padova, nei magazzini di Tribano, si occupa della distribuzione dei pneumatici Michelin per tutto il Nord-Est. Il lavoro “normale” viene svolto dalle cinque del mattino alle tredici e consiste nello scarico e carico di Tir che arrivano gonfi di gomme da diversi stabilimenti, ma sono previsti anche turni di rientro o addirittura orari continuati fino all’esaurimento degli ordini di magazzino.
I grandi gruppi risparmiano affidando il lavoro alle cooperative attraverso gli appalti: non assumendo direttamente i lavoratori, sperano di non assumersi neppure la responsabilità delle loro condizioni.
Mbarek ci racconta quali siano i principali nodi problematici di questi precari rapporti di lavoro.
“I contratti sono a tempo indeterminato” spiega, “ma giocando sull’appalto, con la figura del socio-lavoratore, si lavora più di tutti quando serve e si rimane a bocca asciutta quando non c’è lavoro. A volte la chiamata avviene via sms la sera prima, e se non c’è lavoro il messaggio è quello di non presentarsi neppure in sede. La busta paga è impossibile da leggere, gli scatti di anzianità non vengono riconosciuti, mentre la sicurezza rimane un miraggio. La situazione, dove sono io, è cambiata solo grazie alle battaglie che abbiamo condotto con l’ADL, mentre i sindacati confederali tenevano posizioni sempre favorevoli alla cooperativa".
Nel mondo delle cooperative, i contratti a tempo indeterminato sono “carta straccia” perché il lavoro è strettamente correlato al rinnovo o meno dell’appalto. Le cooperative che subentrano ad altre non hanno alcun obbligo di assumere i lavoratori precedentemente impiegati. La figura del socio-lavoratore inoltre, funziona per le cooperative come possibilità di massimizzare a suo favore la flessibilità e minimizzare i costi, in ogni momento.
Essere “soci” equivale ad essere in tutto e per tutto legati alle scelte di opportunità della cooperativa, essere “lavoratori” significa farlo mettendoci sudore e fatica senza avere uno straccio di diritto.
“Quella del socio-lavoratore è una presa in giro”, dice Mbarek, “siamo soci solo delle disgrazie delle cooperative, se non c’è lavoro non veniamo chiamati, se queste spariscono, sparisce tutto, compresi i nostri soldi”.

Le cooperative del settore logistica, trasporti e facchinaggio, le “valigette di carte” raccontate da Mbarek, è risaputo, nascono, accumulano appalti, gonfiano le tasche dei loro dirigenti e delle aziende committenti e poi, al momento più opportuno, quando i lavoratori incalzano e diventano sconvenienti, hanno lo strano vizio di svanire nel nulla, lasciando i soci-lavoratori senza retribuzione e lavoro, per poi ricomparire magicamente sotto altri nomi.
“Finito il lavoro con una cooperativa ne cerchi subito un’altra che ti assuma. Per noi è un problema rimanere senza contratto. Per prima cosa, nonostante i contributi versati negli anni, non riusciamo ad avere alcun ammortizzatore sociale, secondo, se non hai il contratto di lavoro non puoi neppure rinnovare il permesso di soggiorno. Quando parliamo del lavoro dobbiamo parlare anche di questo, della paura dell’espulsione, delle case che non ci affittano, delle ordinanze discriminatorie dei comuni, di questa legge che costringe molti a vivere per anni senza permesso, così si capisce perché noi immigrati lavoriamo nelle cooperative o nei posti di lavoro peggiori”.
Le parole di Mbarek alludono ad un tema che si intreccia inseparabilmente a quello del lavoro, quello cioè dei diritti di cittadinanza. Se il lavoro è sfruttato, è ricattabile, lo è anche perché le condizioni materiali di vita, determinate dalla sfera dei diritti, lo impongono. Ai migranti è consegnata una posizione subordinata.

Just in time è la produzione, quanto basta e senza scorte, just in time sono i lavoratori, mal retribuiti e solo quando serve, just in time sono le cooperative, capaci di apparire e scomparire al momento più opportuno, ed il sogno del managment delle migrazioni sembra volersi spingere oltre. Rivendica la necessità di una immigrazione just in time, a cui conferire diritti just in time.
Una “cittadinanza all’occorrenza” per migranti “a progetto” e flussi migratori adeguati, nei tempi e negli spazi, alle esigenze dei mercati; un governo delle migrazioni in grado non tanto di essere arginata, piuttosto rallentata e accelerata, selezionata in modo differenziale all’occorrenza.

Ma questa utopia è destinata a fare i conti con la carica soggettiva dei migranti e delle migrazioni che esercitando il loro diritto di fuga continuamente sollecitano i confini europei. Lo stesso diritto riproposto e praticato nuovamente qui, come esercizio di liberazione, quando a prendere forma sono le esperienze inedite dell’auto-organizzazione che abbiamo piacevolmente imparato a conoscere. E’ in questo contesto che le lotte sul lavoro e per i diritti sociali si saldano, un esodo dallo sfruttamento verso un nuovo comune dei diritti. Una vera sfida a quanti pensano di poter consegnare, anche a Nord Est, una posizione permanentemente subordinata ai migranti.

Vedi anche:
-  Le difficili vite delle donne globali
-  Sulle strade del NordeEst

[ giovedì 8 maggio 2008 ]

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