Il 1931 è l’anno della grande esposizione coloniale che ha letteralmente investito il fianco est di Parigi, il Bois de Vincennes, con decine di padiglioni che accolsero una massa di 8 milioni di visitatori, di questo evento storico resta una traccia imponente ed ancora prepotentemente viva: la Cité Nationale de l’Histoire de l’Immigration (CNHI) inaugurata l’autunno scorso con sottofondo di veementi proteste contro il Ministro dell’Immigrazione e dell’Identità nazionale, Brice Hortefeux.
Il Museo coloniale cambia con i tempi. Le sue collezioni passano successivamente dal Museo delle Arti dell’Africa e dell’Oceania al Museo delle Arti e delle Civilizzazioni, vengono trasferite sull’esclusiva Rive Gauche ai piedi della Tour Eiffel, in un museo costruito ex-novo che si specchia nella Senna lungo il Quai de Branly dove illuminati funzionari del precedente governo di Chirac decidono con una prestigiosa operazione di promozione culturale la ricomposizione della storia francese del XIX e XX secolo con l’etnografia attraverso l’arte contemporanea. Grazie alla prestazione della star dell’architettura francese, Jean Nouvel, il bottino coloniale cambia vetrina mentre l’ex-Museo coloniale diventa archivio della memoria e dell’immagine che gli autoctoni costruiscono in un secolo di contatto e sfruttamento della mano d’opera straniera. Il CNHI testimonia con una prima grande esposizione temporanea come la Francia, terra di immigrazione, è diventata un cantiere di quell’Europa che oggi vota per la morte e la reclusione dei migranti edificando muri dentro e fuori i suoi confini.
L’esposizione coloniale come passerella verso la società francese dell’epoca ed il suo rapporto con gli stranieri mostra anche la reazione all’onda della crisi del 1929: la Francia dell’immigrazione è letta attraverso i registri della polizia e dell’anagrafe nei quali resta traccia anche degli 800 mila immigrati italiani.
Tradizionalmente, la storia dell’immigrazione è stata scritta negli archivi di Stato. I funzionari annotavano o segnalavano manualmente i cambiamenti, esitavano sulla classificazione degli Algerini "coloniali", "nordafricani" veniva aggiunto ai margini del documento; successivamente sono stati collezionati gli oggetti, anche quotidiani, appartenuti alle diverse comunità insieme alla produzione culturale, stampa bilingue e trilingue, manifesti pubblicitari, o di spettacoli e di eventi festivi per corroborare quell’immagine dell’immigrato in via di integrazione latente, distante dall’assimilazione forzata attraverso il lavoro che invece costituisce il filo conduttore della storia dell’immigrazione.
Il contesto economico pesava enormemente all’interno del dibattito politico sull’immigrazione e rispetto alla rappresentazione che la Francia faceva degli "stranieri" nel 1931. "Permesso di lavoro" o "Epurazione" rigorosa del mercato del lavoro?
Installarsi in Francia per uno straniero era un arduo proposito. Nel 1930 su 120 mila entrate registrate, solo 25 mila immigrati sono autorizzati a restare per lavorare e l’anno successivo 93 mila sono espulsi. I documenti presentati al CNHI ci dicono che al tempo i lavoratori celibi sono i primi ad essere espulsi dal territorio nazionale. Nel 1932 viene istituzionalizzato per la prima volta l’"aiuto al rientro", un sostegno economico finanziato dallo Stato per incitare il ritorno volontario al paese di origine e due anni dopo, nel 1934, le società minerarie in Alsazia e poi quelle del Nord obbligano migliaia di immigrati polacchi a tornare a casa.
Ma gli immigrati hanno penetrato la nazione in particolare tra le due guerre e non solo perché la Chiesa francese accoglieva e ascoltava confessioni in polacco o in italiano come del resto avveniva con il bretone, ma anche perché in un periodo di calo demografico post-bellico i matrimoni "misti" aumentavano e, nel 1931, raggiungevano il 6% , soprattutto con Italiani, poi Spagnoli. Se la vita degli immigrati al lavoro, nella vita sociale cittadina e nella vita personale con i matrimoni "misti" ha arricchito la Francia per un secolo, l’immagine che si coltiva, dallo sguardo esotizzante dei "bals nègres" alle lotte sindacali nelle fabbriche della Renault, resta caricaturale.
Ed è ancora la storia quotidiana che ci parla della politicizzazione degli immigrati, dei giornali locali distribuiti dagli iscritti ai partiti comunisti e scritti in tre lingue nelle regioni industrializzate, ma soprattutto è la convivenza perché è la vita nello stesso reparto o nelle stesse case, come testimonia la dislocazione delle differenti famiglie di immigrati negli immobili dei quartieri popolari di Parigi, che le comunità si mescolano e fanno crescere e cambiano la Francia.
Oggi un francese su quattro ha un genitore o un nonno straniero e la parola "Nero" fino all’altro ieri non si usava perché l’integrazione repubblicana ha sempre rifiutato di riconoscere una qualunque identità al colore. Mentre l’assestarsi di un’acculturazione europea avanza nonostante lo scetticismo generale negli interessi comuni e la discriminazione xenofoba, una rilettura della storia delle idee prende forma: in questi ultimi anni è emersa una "questione nera" legata alla polemica sugli "aspetti positivi" del colonialismo innescata anche dalla revisione dei testi scolastici e dei manuali di storia in particolare. Ma non solo, un indirizzo politico al quale i media non sono estranei e che, prima nello stigmatizzare e poi formalmente indagare le (rivolte nelle) ’banlieues’ e nel denunciare l’antisemitismo viscerale di alcuni personaggi pubblici, presenta come specificità la condizione dei "Neri" nella Francia di oggi. Infine, la creazione del Consiglio rappresentativo delle associazioni nere (CRAN), ha fatto precipitare come una formula chimica tutti gli elementi in una soluzione che ha reso visibile ciò che prima non lo era mai stato.
Nell’esplorare un soggetto di questo genere si finisce per parlare di "razza" non come oggetto biologico ma come costruzione sociale o come scrive Pap Ndiaye in uno dei testi francesi di riferimento degli studi di sociologia, "La Condizione nera", del "concetto per rendere conto delle esperienze sociali". La questione razziale non può essere considerata indipendentemente dalla questione sociale perché "essere nero non è un’identità in sé e neanche una cultura, ma il prodotto di un rapporto sociale: i Neri esistono perché li si considera tali" ed è il fatto di essere considerati in quanto neri, esperienza di un’identità prescritta con gli stereotipi ad essa associati che inducono ulteriori difficoltà nel lavoro e per la casa, a spingere la società francese verso la consapevolezza e l’esigenza di rendere visibile il colore della minoranza.
In Francia "non esiste un popolo nero perché non c’è un’identità nera fondata su una cultura che unisce le popolazioni nere". Ci sono tanti modi di essere neri, differenti socialmente e culturalmente e "nessuno di questi è naturale o normale, sono tutte costruzioni sociali", sottolinea l’autore meticcio. Scandagliare, oggi, il "colorismo" denota quanto la questione delle sfumature di colore della pelle sia importante nella gerarchizzazione sociale al punto da produrre effetti alienanti e spingere per esempio al consumo di pericolosi prodotti di depigmentazione, ai trattamenti per schiarire la pelle per alleggerire il carico di pregiudizi pagato dai Neri nella transizione sociale.
Interessarsi alla "condizione nera" significa quindi descrivere la situazione sociale di una ’minoranza’ che non è quella di una classe, di una casta, e neanche di una comunità ma che, nonostante la diversità, vive un’esperienza comune. Ma non condivide le stesse dinamiche culturali e non è strutturata come gruppo politico e riconosciuta come tale nello spazio pubblico come avviene negli Stati Uniti. I Neri che si stanno federando in Francia hanno lo sguardo rivolto a figure intellettuali e politiche come quella di Aimée Césaire e ad un movimento che vuole affermarsi senza ripiegarsi su sé stesso: "Siamo francesi e neri e non vogliamo essere tollerati perché rappresentiamo un problema temporaneo in attesa che l’assimilazione operi quella trasformazione che ci rende invisibili. Vogliamo essere invisibili nella vita sociale ma vogliamo che l’insieme delle nostre identità culturali ed il nostro contributo unico e prezioso per la società francese siano visibili".