Le vittime di tortura, persone portatrici di diritti e del bisogno di una adeguata assistenza socio-sanitaria, impongono agli operatori sanitari e all’organizzazione nel suo complesso una sfida inedita: come riconoscere, diagnosticare e curare gli esiti delle pratiche di tortura e violenza estrema. Associazione Ciac, Azienda Usl di Parma e Sa.Mi.Fo. (Salute Migranti Forzati dell’Azienda Usl di Roma A e JRS Centro Astalli) hanno organizzato un seminario a Collecchio ("Le vittime di tortura in Italia") dove si è discusso delle problematiche legate alle condizioni dei richiedenti asilo. Pubblichiamo di seguito uno degli interventi che offre uno spunto particolarmente interessante per la comprensione globale del problema. L’autrice è Sarah Klingenberg, studiosa di Antropologia, fotografa, e volontaria del Sa.Mi.Fo.
di Sarah Klingenberg
I rifugiati rappresentano un territorio politicamente sempre più controverso; le loro vite, infatti, sono prismi che rivelano per intero lo spettro delle contraddizioni politiche, culturali ed economiche, tanto nei paesi d’origine quanto in quelli d’asilo. Come ricorda opportunamente Liisa Malkki, i rifugiati non a caso sono percepiti come persone che possono "far sanguinare o indebolire i confini nazionali, e al tempo stesso rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale". Yedullah Kazmi, nel suo studio sul multiculturalismo, sottolinea che pur non essendo il movimento dei popoli attraverso territori e confini, una novità, quello che è differente oggi, è il significato dello straniero. L’attuale contesto socio-politico dello Stato moderno infatti, è tale che lo straniero rimane un estraneo perenne, una persona che, nelle parole di Kazmi, costantemente "disturba la calma uniformità dei contesti socio-culturali a noi familiari, con una persistente incongruità". Egli quindi, rappresenta una minaccia, una categoria che mette in discussione gli schemi prestabiliti e le consuetudini sociali, divenendo una potenziale alternativa e rappresentando quindi, una minaccia alla legittimità politica del potere stesso. In tale contesto, la categoria del rifugiato sembra essere quella maggiormente pericolosa proprio per la sua intrinseca messa in discussione dei confini nazionali. Non sono ancora cittadini del Paese d’asilo, né sono però, neanche più rappresentativi della società dalla quale sono dovuti fuggire. Gli studi antropologici hanno messo in evidenza come il corpo non sia soltanto un’entità biologica e materiale, ma sia anche il prodotto di processi culturali, storici e politici. Dalle ricerche di Pierre Bourdieu e Michel Foucault sugli effetti del bio-potere, il corpo si è imposto infatti, come un punto di vista privilegiato per analizzare i modi in cui le soggettività sono prodotte e le forme culturali elaborate.
In Italia, negli ultimi anni, il numero di persone cui è stato garantito il diritto d’asilo è diminuito notevolmente e ciò dipende principalmente da due fattori: il numero delle domande presentate è diminuito e la proporzione di quelle accettate si è più che dimezzata. Il significativo calo del numero dei rifugiati riconosciuti è il risultato dell’intensificazione della pratica del rimpatrio da parte degli stati europei (pur essendo questa vietata dal principio di non refoulement nella Convenzione di Ginevra del 1951), oltre che della severità di coloro che sono predisposti a valutare le domande di asilo. L’atteggiamento oramai consolidato da parte delle Commissioni Territoriali in Italia è quello di valutare le richieste con sospetto: tanto è vero che la tendenza è quella di raccomandare sempre più permessi di soggiorno per motivi umanitari, che riconoscere lo status di rifugiato.
La Convenzione di Ginevra viene dunque applicata in maniera sempre più restrittiva e le domande di asilo vengono sempre di più viste come “strumentali” ad un ingresso “legale” nella Fortezza Europa. Non solo, secondo quanto scrive Francesco Vacchiano, autore di ’Altri corpi. Antropologia ed etnopsicologia della migrazione’, "lo status di rifugiato è concesso primariamente in relazione alla possibilità – e talvolta persino alla capacità – di produrre, per sé stessi, una “giustificata” storia traumatica... E’ solo grazie a una storia di violenza diretta, di cui la persona sia stata oggettivamente vittima, che la domanda di asilo viene oggi considerata attendibile dal paese di accoglienza.
Ciò è dimostrato da un numero crescente di persone a cui viene riconosciuto lo status di rifugiato o un permesso per motivi umanitari sulla base di una certificazione medico-legale che attesti traumi o segni evidenti sul corpo di tortura o di trattamenti inumani e degradanti. Per lo Stato è più accettabile bocciare una richiesta di aiuto, dichiarandola infondata, che rifiutare un’opinione medica. E’ come se il corpo prendesse il sopravvento, a scapito del soggetto stesso, che resta il più delle volte inascoltato. E’ la ricognizione della ’nuda vita’, come sostiene il filosofo Giorgio Agamben, archetipo contemporaneo che sostituisce il biologico al sociale, confermando il primato della vita naturale sull’azione politica. La ’nuda vita’ è l’esistenza ridotta alla sua espressione fisica o, in questo caso, al riconoscimento dell’essere umano attraverso la sua patologia.
E’ inoltre importante sottolineare come questo statuto privilegiato concesso al corpo nelle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato, influisca sulla coscienza che i richiedenti asilo hanno della propria identità. Nel legittimare il trauma o i segni evidenti sul corpo della tortura fino a renderli la sola giustificazione dello status di rifugiato, la società condanna molte persone ad esistere ufficialmente solo in quanto traumatizzati o in quanto vittime. La persona finisce così per percepirsi come una vittima ridotta a dover suscitare compassione.
In tale contesto di strumentalizzazione della certificazione medica e di determinate politiche del trauma da parte delle Commissioni preposte al riconoscimento dello status di rifugiato, volte ad una chiusura della Fortezza Europa, l’operatore sociale e sanitario ha sempre più un ruolo fondamentale nel processo di ri-definizione del richiedente asilo o rifugiato nel contesto di asilo.
Non si può pretendere di aiutare o curare coloro che hanno subito torture senza preliminarmente situare se stessi e il proprio sapere. Proprio perché, sempre più, le Commissioni Territoriali basano il riconoscimento dello status di rifugiato su parametri biomedici e su esiti tangibili di tortura o traumi subiti, l’operatore è richiamato ad una posizione di maggiore responsabilità nella certificazione medico legale e ad un posizionamento storico e politico che non recida le connessioni che sottendono alla pratica della violenza.