Esplodono razzismo e intolleranza contro i migranti africani. Un reportage di Jacopo Storni per Peace Reporter.
Malta è una meta ideale per trascorrere un’estate all’insegna del riposo e della cultura. Ma esiste una Malta nascosta e oscura che sopravvive nell’indifferenza di tutti, maltesi compresi, popolata da migliaia di fantasmi. Sono gli immigrati clandestini che sbarcano sull’isola in quantità crescenti. Arrivano quasi tutti da Somalia, Etiopia, Eritrea, Sudan. Si lasciano alle spalle fame e guerra, attraversano in condizioni disumane il deserto del Sahara e, con una barchetta di fortuna affollata di disperazione, raggiungono dalla Libia le coste maltesi.
Fenomeno recente. Nonostante le loro aspettative, una volta arrivati qui, si trovano relegati in un angolo dell’isola, tra Cpt e ’Open Centers’ (centri di detenzione aperti), all’ombra di un’odiosa xenofobia che serpeggia nelle file del popolo maltese, condannando gli immigrati all’emarginazione totale. Per Malta, lo stato più piccolo dell’Unione Europea la cui superficie è più o meno quella dell’isola d’Elba, quello dell’immigrazione è un fenomeno assolutamente recente che ha avuto inizio soltanto nel marzo del 2002 e che ha colto i maltesi completamente impreparati.
Migliaia di sbarchi. E’ nel 2002 che la Tunisia aumenta il pattugliamento di fronte alle proprie coste e la gran parte degli imbarchi per la Sicilia si sposta a sud est, in Libia. Malta si trova lungo la nuova rotta. Gli arrivi sull’isola aumentano vertiginosamente. Nessuno ha come meta La Valletta. Ci finiscono le navi in avaria o alla deriva. Nel 2002 arrivano 1.686 persone. Sono 502 nel 2003 e di nuovo 1.388 nel 2004, anno in cui Malta entra a far parte dell’Unione europea. E ancora: 1.822 nel 2005, 1.780 nel 2006, 1700 nel 2007 e quasi mille a metà 2008. Sono circa 6mila gli immigrati che oggi vivono a Malta. Cpt e Open Centre si ampliano esponenzialmente.
Emergenza xenofoba. Con l’estate, gli arrivi di clandestini crescono al ritmo di 30/40 ogni settimana. La piccola perla del Mediterraneo, la cui densità di abitanti è la più elevata d’Europea, rischia adesso di esplodere. La conseguenza è una miscellanea di razzismo e xenofobia generale. Si moltiplicano i partiti di estrema destra contrari all’immigrazione, si amplificano i gruppi neo nazisti e le comunità spiccatamente nazionaliste, aumentano le scritte razziste sui muri cittadini, crescono paura e intolleranza, incidenti e dimostrazioni.
Gesuiti sotto attacco. A tentare un’improbabile missione di dialogo hanno cominciato i padri gesuiti, presentando, nel marzo del 2006, il Primo Rapporto del Raxen (un organismo che monitora la xenofobia in Europa) relativo all’isola di Malta. Il rapporto mette in evidenza un’intolleranza di fondo del popolo maltese. La risposta dell’estremismo dell’isola non si lascia attendere, e nel marzo del 2005 viene appiccato il fuoco a due automobili all’interno del collegio dei gesuiti. Potrebbe sembrare un episodio isolato di se non fosse che, pochi giorni dopo, gli incidenti si moltiplicano. E’ l’aprile del 2005 quando sette macchine appartenenti ai padri gesuiti vengono nuovamente incendiate a seguito della conferenza stampa tenuta da alcuni membri del Jrs (Centro Gesuita dei Rifugiati), nel quale si afferma che la comunità gesuita avrebbe tutelato i diritti degli immigrati. Gli incidenti non cessano e, pochi giorni dopo, viene incendiata l’abitazione di Kathrine Camilleri, avvocato difensore dei padri gesuiti. Poi è la volta dell’incendio alla casa di Daphne Caruana Galizia, opinionista del The indipendent, solidale con i clandestini, e di Saviour Balzan, editore del Malta Today
"Meglio il Darfur del Cpt". Ecco spiegato perché la maggior parte degli africani arrivati a Malta preferiscono rimanere tra le mura dei loro Open Centres nonostante il clima tutt’altro che confortevole di questi luoghi. L’Open Centre di Hal Far è in realtà una gigantesca tendopoli. In ogni tenda vivono ammassati circa trenta persone. Dormono in spazi ristrettissimi e miserevoli. Quando piove le tende si riempiono d’acqua sporca, dove galleggiano vestiti, cibo e medicine. Durante l’estate si arroventano sotto il sole cocente e diventano dei veri e propri forni. L’assistenza sanitaria è un optional.
Se le condizioni di vita negli Open Centres sono drammatiche, quelle nei Cpt, dove è assolutamente impossibile effettuare una visita, sono allucinanti. “Vivere nei Cpt? Meglio morire o tornare nella guerra del Darfur!” ammette tristemente Joy, appena uscito da uno dei Centri di permanenza temporanei di Malta.
Jacopo Storni
Vedi anche:
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Malta e le politiche migratorie dell’Unione Europea