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Sogni rinchiusi nel CPT

da Il manifesto del 10 agosto 2008

Daniele Scaglione

Le porte sono belle, bianche e con la rete. Il prato invece è fangoso, o meglio, non è neanche prato, è terra che quando piove diventa fango. Però, insomma, se non riescono a far crescere bene l’erba nello stadio di Bergamo, dove gioca l’Atalanta, perché dovrebbero riuscirci qui?
Dov’ero rinchiusa io, un campo così non c’era. Si giocava in uno spiazzo in cemento, una porta era disegnata su un muro, l’altra era fatta di cartelli stradali. Oggi, comunque, in questo campo dalle belle porte bianche non gioca nessuno. I ragazzi sono tutti in biblioteca e siccome aspettano me meglio che mi dia una mossa. È la prima volta che vengo a Firenze. La città di Mutu e del portierone Frey. Anche se, a dire il vero, il mio preferito è Montolivo. Beh, certo: è anche la città degli Uffizi, di Dante, del campanile di Giotto e della Chiesa di Santa Croce. Oggi pomeriggio farò un po’ di turismo. La biblioteca è uno stanzone con grandi finestre, molto luminoso. Ci sono tavoli, sedie e panche, ma non c’è un solo libro. Paolo, il vicedirettore, spiega che i volumi stanno altrove. Questa stanza è un posto dove venire a leggere o a discutere. «I libri qui devono vivere, non dormire sugli scaffali», dice Paolo.
Nella stanza siamo una trentina, metà sono ragazzi, altri sono insegnanti, operatori e guardie carcerarie. Laura dice due parole per presentarmi. Lei e Donata hanno avuto l’idea di portarmi qui dentro. Loro due non lavorano in carcere, ma organizzano questo genere di incontri. Ogni tanto chiamano qualcuno: un professore, uno scrittore, oppure uno che ha viaggiato in posti lontani e che racconta la sua esperienza ai ragazzi.
Insomma gente così, e di solito gente di una certa età. Dunque perché abbiano chiamato me, questa volta, non mi è molto chiaro. Loro dicono che la mia storia ai ragazzi può interessare, ma non ne sono molto convinta.
D’accordo, qualcosa in comune c’è. Abbiamo più o meno la stessa età e condividiamo l’esperienza della detenzione, visto che io sono stata in un Cpt e loro stanno in un carcere minorile. Ma, a parte questo, tra la loro storia e la mia vedo soprattutto differenze. Del campo di calcio ho già detto: il loro è bellino, quello nel mio Cpt era indecente. Poi, questa è una struttura fatta apposta per i minorenni, mentre in un Centro di Permanenza Temporanea i minorenni non ci dovrebbero proprio stare (almeno in teoria). Le guardie carcerarie qui sembrano gentili ed educate, quelle del mio Centro erano dei tipacci.
«Conoscete qualcuno che è stato in un Cpt?», chiede una delle insegnanti. «Sì, mio fratello», risponde un ragazzo alto e bello. «E cosa ti ha detto? come si sta in un Cpt?», incalza lei e lui sorride e risponde in un modo che spinge tutti gli insegnanti a buttarsi sui propri quaderni a prendere appunti. «Come si sta in un Cpt... beh, normale. Normale, come in un carcere».
Cosa strana: la maggior parte degli italiani che incontro non riesce a pronunciare il mio nome. Di solito piazzano l’accento sulla «i», dicono «Sharmìn». Qui invece ci riescono quasi tutti, dicono «Shàrmin» senza problemi. Invece, come la maggior parte degli italiani che incontro, anche questi ragazzi non credono che in Iran le ragazze vanno pazze per il calcio. «Sono donne, non possono capire nulla di pallone». Mi volto verso Laura. Lei, che è vicina di casa di Mutu, lei, che ha l’abbonamento alla curva della Fiorentina, mi può capire. «Non ci pensare neanche», mi dice a bassa voce. «Non esiste che ci facciamo dare un pallone e vi mettete a giocare. Non oggi, almeno».
Allora mi limito a chiedere ai ragazzi se conoscono Carolina Morace, una che in carriera ha fatto centinaia di gol, che ha allenato anche gli uomini e che se giocasse contro di loro li farebbe a pezzi, anche adesso che non è più una ragazzina. «E tu conosci Candido Cannavò?» mi chiede un ragazzo con un accento che Donata mi spiega essere napoletano. «Certo!» rispondo io. «Conosco la Gazzetta dello Sport, dunque so chi è Candido Cannavò». Mi dice che ha letto un suo libro, che parlava di una ballerina senza braccia e che l’ha appassionato molto. Poi mi chiede se ho letto Gomorra di Roberto Saviano. Gli dico di no, però so che il suo autore sta passando un po’ di guai. «Si è inventato tante cose, per questo c’è chi ce l’ha con lui», dice lui. «Però Gomorra lo voglio leggere» e chiede a Laura di portarglielo.
«I libri raccontano le solite storie, non servono a nulla», dice un altro ragazzo. «Certo non cambiano il mondo». Mio papà qualche libro l’ha scritto. Lui insegna all’università, fa parte del suo lavoro. In effetti non penso che i suoi libri cambino il mondo, più che altro gli procurano lo stipendio. «Eppure l’altro giorno ci hai raccontato di un libro molto interessante», dice un insegnante al ragazzo che ha appena parlato. «E’ diverso - risponde lui - dietro quel libro c’è una lunga storia». L’insegnante insiste. «Ma molti libri hanno dietro una storia importante. Pensa a quelli che ha scritto Primo Levi, pensa a tutto quello che sappiamo, a quanto ci han fatto scoprire su Auschwitz». «E allora?» fa il ragazzo, «anche mio nonno è stato ad Auschwitz».
Il presidente del mio paese ogni tanto dice che la faccenda dei lager nazisti è un’invenzione. Vabbè, lui ce l’ha con Israele, degli zingari gli importa poco. Io comunque non gli darei troppo peso, queste assurdità le dice giusto per finire al centro dell’attenzione. Non sto dicendo che lui sia una brava persona, sia chiaro. Ma penso che gli si faccia solo un favore a dar ascolto a certe sue sparate. Capita anche qui in Italia, no? Ieri uno del governo ha detto che gli zingari sono un’etnia sociologicamente incline al furto e al rapimento dei bambini. L’ha detta giusto per finire sui giornali, mica sarà così stupido da credere davvero a una cosa del genere. Una guardia entra nella biblioteca portando un grande vassoio. Ci alziamo e il ragazzo con il nonno finito ad Auschwitz mi porta un bicchiere di tè freddo. Gli chiedo di quale libro stavano parlando, lui e l’insegnante. Non capisco il nome dell’autore, allora gli passo il mio taccuino e la penna e lui scrive «Nayo Adzovic, Il popolo invisibile. Rom». Poi mi racconta dei suoi parenti che vivono in un campo nei dintorni di Roma.
Un’insegnante mi accompagna a vedere un piccolo orto fatto dai ragazzi. Poi il laboratorio dove dipingono e quello dove riparano biciclette. Un ragazzo mi porta un regalo, uno specchio con una cornice arancione che ha fatto lui. Imbarazzata, gli passo la penna e gli chiedo di firmarmelo, sul retro. «Fagli vedere come scrivi bene in arabo!», gli dice l’insegnante dopo aver visto che ha scritto il suo nome in italiano, e allora gli ridò la penna e lui questa volta la muove da destra verso sinistra. Mi lasciano anche dei fogli stampati, prima di farmi uscire. Sfoglio a caso, camminando. «L’astronauta... oppure il geometra, o l’imbianchino, perché mi piace l’attenzione che ci vuole». «Vorrei fare il cantante e diventare famoso...». «Andare a lavorare come cuoco e smettere di fare le cazzate». «Una volta usciti da qui dentro si possono fare progetti... qui no». «Vorrei avere una fabbrica di plastica».
Quando sono a metà del foglio torno indietro e leggo la pagina precedente, dove c’è una specie di titolo di questa parte dei fogli: «Cosa mi piacerebbe fare da grande, sul serio e per scherzo».
«Mi piacerebbe fare il calciatore». «Il pornostar, perché mi piace... Vorrei fare l’allevatore di api». «Vorrei aprire e gestire un night club perché si guadagna bene». «Il cantante o il professore di matematica perché mi piacciono i numeri». «Il pornostar per scherzo... vorrei diventare un assistente sociale e andare in Africa e aiutare la gente che sta male».
L’ultima frase l’ha scritta il ragazzo con il nonno ad Auschwitz: «Ora non so dirlo. So solo che ora non siamo felici, ma da grandi saremo felici, perché non faremo quello che abbiamo fatto. Vivere è una cosa difficile». Sono arrivata davanti a Santa Croce. Mentre sono in coda mi cerco in tasca sei euro, anche se immagino che per i giovani un po’ di sconto ci sia. Non faccio a tempo a verificare. La signora al di là dello sportello scuote la testa. Non se ne fa nulla. Ho i pantaloni lunghi, non esce fuori neppure una caviglia e nemmeno porto i sandali, ho le scarpe da ginnastica. Davanti, manco a dirlo, sono chiusa fino al collo, a parte il fatto che non ho molto da nascondere. La signora indica le mie spalle che, devo ammetterlo, sono all’aria aperta. Insomma, sono sbracciata, dunque non posso entrare.
Mi spiace, ci tenevo davvero a vedere Santa Croce. Però, anche se è strano, anziché arrabbiarmi mi sento sollevata. In fondo questo significa che anche gli italiani devono fare i conti con un po’ di fanatismo e integralismo, mica solo noi iraniani.

[ domenica 10 agosto 2008 ]

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