Due cose hanno in comune Silvio Berlusconi e il
leader libico Muhammar Gheddafi: il chirurgo plastico e i soldi. Due
cose apparentemente distanti, ma importanti per capire i personaggi e
la recente evoluzione dei rapporti bilaterali tra Italia e Libia.
Il
chirurgo plastico è Liacyr Ribeiro, brasiliano, delfino di Ivo
Pitanguy, pioniere della chirurgia plastica e ricostruttiva. Anni fa,
mi confidò di aver fatto nel 1987 un trapianto di capelli e una
liposuzione al Cavaliere, allora solo un noto imprenditore. E di aver
fatto lo stesso su Gheddafi: «Al primo congresso panarabo di chirurgia
estetica, in Libia, il ministro della sanità mi chiese se me la sentivo
di visitare una persona della famiglia. Gli risposi di sì. Pensavo d’
incontrare la figlia o una delle mogli di Gheddafi. Invece, il giorno
dopo, entrai in una tenda dove mi accolse il colonnello in persona. Mi
spiegò che stava invecchiando e che un leader come lui aveva il dovere
di restare giovane per essere carismatico davanti alle nuove
generazioni. Tornai altre due volte. Gli trapiantai i capelli, gli
eliminai le borse sotto gli occhi e gli tirai un po’ su gli zigomi». Un’
icona, una statua. Simbolo di bellezza e potenza immortale.
La seconda
cosa in comune tra i due sono i soldi. Il premier italiano è uno degli
uomini più ricchi del pianeta, grazie soprattutto ai proventi
pubblicitari delle sue tv commerciali, vere macchine da soldi: le tv
Mediaset valgono circa il 60% del mercato pubblicitario italiano. Il
resto va alla Rai. Le briciole restano ai giornali.
Non è da meno il
colonnello Gheddafi, alla guida di un paese che ha sotto la sabbia
enormi riserve di greggio (al 9° posto tra i paesi produttori per
riserve accertate) e di gas naturale. In pochi anni, il prezzo del
petrolio è schizzato dai 30$ al barile a sfiorare i 150 (ora, però, ha
subito un brusco calo). Un mare di extra profitti nelle mani dei paesi
produttori. Gheddafi oggi è uno dei pochi soggetti che ha liquidità da
investire. Assieme ai fondi sovrani (fondi finanziari di proprietà dei
governi) dei paesi arabi e della Cina. Soggetti che tengono in vita un
sistema economico traballante, dopo la crisi dei mutui.
Gheddafi
compra. E così, come gestisce la grande Jamahiriyah araba libica
popolare socialista con potere di fatto assoluto (il colpo di stato nel
1969 ha portato all’eliminazione delle elezioni e dei partiti
politici), così il colonnello gestisce, con lo stesso potere
personalistico, i suoi affari. La lista della spesa è lunga e il
carrello si riempie, giorno dopo giorno, di prede italiane ed europee.
Ironia della sorte: il nuovo “colonizzatore” dell’economia e della
finanza italiane è una ex colonia.
Trent’anni fa, in piena austerity,
aveva fatto rumore l’ingresso della Libia in Fiat. L’Avvocato aveva
venduto a Tripoli il 13% del Lingotto e fatto tremare la diplomazia
Usa. L’investimento nel 1976 fu di 200 milioni di dollari. Dieci anni
dopo, i libici uscirono dal capitale di Fiat con un guadagno netto di 3
miliardi di dollari, superiore al 1.000%.
Libyan Investment Authority
Qual è la strategia? A tracciare la strada è Farhat Bengdara,
governatore della Banca centrale libica. Nei prossimi sei mesi, ha
detto Bengdara di recente, la Libyan Investment Authority (Lia), un
fondo sovrano nato due anni fa dalle ceneri della vecchia Banca Lafico
e già forte di una dote di 65 miliardi di dollari, «si comprerà nel
complesso il 3% delle azioni quotate sui mercati finanziari mondiali.
Stiamo per acquisire, non una grande quota in una singola società, ma
tante piccole quote azionarie in differenti settori attraverso i
mercati finanziari». Il fondo sovrano libico guarda ai mercati europei,
americani, asiatici e a quelli emergenti; guarda a settori immuni dalla
crisi, come farmaceutica, utility, telecomunicazioni, società
petrolifere e agroalimentari.
Investimenti per fare soldi e per
condizionare, quando ce n’è bisogno, le scelte economiche e politiche.
Un esempio? La Svizzera. Il 15 luglio scorso, in un albergo di Ginevra
sono stati arrestati Hannibal Gheddafi, il figlio del colonnello, e la
moglie incinta, dopo la denuncia di due domestici per maltrattamenti.
La reazione dei suscettibilissimi libici ha avuto il sapore di una
ritorsione: sospesi i rapporti diplomatici e quelli economici. Tripoli
ha ordinato la chiusura degli uffici libici di multinazionali svizzere,
come Nestlé e Abb. Ha arrestato i lavoratori svizzeri presenti nel
paese per infrazione della legge sull’immigrazione. E ha ritirato dai
sicuri forzieri delle banche elvetiche 7 miliardi di euro di depositi.
Miliardi che stanno affluendo in Italia, ma anche in Spagna e Gran
Bretagna. «Paesi amici». In partecipazioni azionarie e in depositi
nelle Banche centrali, tra cui anche Bankitalia.
All’Italia – e, più
in generale, ai paesi occidentali –, in un periodo come questo fa
comodo avere un paese amico con tanti soldi. Un paese che non è più
nella lista nera degli Stati Uniti. La riabilitazione si è conclusa a
fine ottobre: il governo libico ha versato 1,5 miliardi di dollari per
risarcire le famiglie delle vittime degli attentati terroristici all’
aereo Pan-Am, precipitato su Lockerbie, in Scozia, il 21 dicembre 1988
(270 morti) e alla discoteca La Belle di Berlino, il 5 aprile 1986 (3
morti e 260 feriti). Responsabili dei due attentati furono due agenti
di Tripoli.
Berlusconi, amico del liberale Putin, anche a proposito di
Gheddafi ha detto che è «un leader di libertà» e ha appena regalato 5
miliardi di dollari alla Libia. Il “Trattato di amicizia” firmato il 30
agosto tra Berlusconi e Gheddafi a Bengasi prevede il versamento alla
Libia di 5 miliardi in 20 anni (soldi pubblici, ovviamente), come
risarcimento dei danni per le guerre coloniali. In cambio di appalti,
affidati a imprese italiane e ai capitali dell’ex colonia, che
affluiscono in Piazza Affari per sostenere le imprese del Belpaese.
Sdoganata dalle diplomazie occidentali, la Libia è, così, entrata nel
salotto buono della finanza italiana: nelle scorse settimane è salita
al 4,9% del capitale di Unicredit, con un investimento di 1,3 miliardi
di euro. Investimento che è anche un buon affare, considerando che l’
acquisto è arrivato nella fase di massima svalutazione del titolo. Dopo
Unicredit, i libici sono pronti a investire in altre società. Prima su
tutte Telecom, ma anche Generali, Terna e Impregilo. Su Telecom, l’
ambasciatore libico a Roma ha spiegato che «c’è una valutazione in
corso». Dipende tutto dal prezzo. Tripoli sta valutando l’ipotesi d’
ingresso nella Telco, la cassaforte che controlla la società
telefonica. Insomma, nella sala di controllo. E poi Generali. Sono
confermati «approcci reciproci». Con una precisazione che deve restare
chiara, spiega l’ambasciatore libico: «Non puntiamo ad assumere il
controllo o la maggioranza. La nostra ottica è e sarà di un
investimento di lungo termine. Abbiamo soldi da investire». In Terna,
la società della rete di trasmissione elettrica, i libici vorrebbero
investire tra i 50 e i 100 milioni di euro per una quota tra l’1 e il
2% del capitale.
Eni, Noc e Gazprom
Shopping in cambio di appalti.
Gheddafi ha un piano di modernizzazione della Libia. Un piano da 153
miliardi di dollari, che prevede la realizzazione d’infrastrutture,
progetti urbanistici e tecnologie per sviluppare l’industria estrattiva
del petrolio e del gas. In giugno l’Eni ha siglato con la società
libica che gestisce il petrolio e il gas (Noc, National Oil
Corporation) un accordo da 28 miliardi di euro per lo sfruttamento dei
giacimenti di greggio e l’aumento della produzione di gas. Con il
raddoppio del gasdotto sottomarino Mellitah, lungo 580 km, che collega
la Libia con la Sicilia. Accanto agli affari, le iniziative sociali (io
ti do e tu, in cambio, mi dai): l’Eni ha firmato a fine ottobre un
programma da 150 milioni di dollari con la Noc e la Gheddafi
Development Foundation per il restauro di siti archeologici, interventi
in campo ambientale, e la formazione di ingegneri libici, che saranno
assunti dalla major del cane a sei zampe.
Impregilo ha vinto una
commessa per la costruzione di una torre di 180 metri e un albergo di
600 camere a Tripoli. E ha già realizzato diverse importanti opere
pubbliche in Libia: gli aeroporti di Kufra, Benina e Misuratah, e il
Parlamento a Sirte. La stessa società – sotto inchiesta a Napoli per i
disastri dei rifiuti campani – costruirà tre università, più diversi
alberghi. Gheddafi, riconoscente, ha deciso di entrare nel capitale di
Impregilo.
Energia, edifici, alberghi, porti, aeroporti, strade. Ma
anche telecomunicazioni. Il colosso francese Alcatel – la torta va
divisa – sta gestendo la modernizzazione dell’intera rete telefonica:
un affare da 161 milioni di dollari, che prevede la posa di oltre 7mila
km di cavi in fibra ottica. Fa parte della partita anche la società
italiana Sirti, che ha una commessa di 68 milioni di dollari.
L’asse
Roma-Mosca-Tripoli. Gheddafi è appena stato in visita ufficiale a
Mosca. La prima dal 1985, dai tempi dell’Urss. Per fare affari,
ovviamente. Sempre nello spirito dell’ex colonia che colonizza grazie
ai petrodollari. Simbolicamente, l’occupazione di Gheddafi è cominciata
con una tenda da beduino piantata all’interno della cinta del Cremlino,
nel giardino Taininski. Tenda che ha ospitato l’illustre ospite nel
giardino che domina la Moscova, tra le costruzioni presidenziali e il
palazzo riservato alle cerimonie ufficiali. Il Colonnello è stato
ricevuto dal presidente (delfino di Putin) Dmitry Medvedev.
Gheddafi
ha offerto una base d’appoggio per le navi russe nel Mediterraneo e la
disponibilità a costruire una centrale nucleare per usi pacifici (in un
paese che galleggia sul petrolio) con tecnologia made in Russia. E ha
fatto shopping di armamenti per almeno 2 miliardi di dollari: aerei
Sukhoi 30, sistemi missilistici S300 e Tor-M1, caccia Mig-29, carri
armati T-90.
L’Italia fa parte della partita. Eni, Gazprom e Noc
terranno in queste settimane trattative trilaterali per discutere di
progetti congiunti. Il nuovo imperialismo russo parte dall’energia.
Gazprom ed Eni sarebbero già pronte ad aprirsi al mercato africano del
gas, quando tra pochi anni, come prevedono gli analisti, questo
esploderà.