A Calais si pratica la caccia al rifugiato e al sans-papiers.
Il Collettivo di solidarietà ai Richiedenti asilo e ai Sans-papiers della
regione Nord-Pas de Calais, di Parigi, Marsiglia, Lilla, Angers, Blois,
Rennes e Saumur si sono dati appuntamento il 31 dicembre per lanciare
l’appello "Caccia all’uomo a Calais, ya basta!" e denunciare
l’intollerabile situazione alla frontiera franco-britannica.
Cronaca di una giornata ’qualunque’...
Centinaia di persone, la maggior parte giovani ragazzi tra cui molti sono
minorenni, fanno la coda per ore ed ore nel freddo intenso e mordente per
ottenere il pasto distribuito dall’associazione di ’aiuto umanitario’
"C’sur" (Sicuro ndt.).
Durante la distribuzione quotidiana dei pasti si
verificano molte aggressioni e litigi per ottenere il cibo, moltissimi
mangiano direttamente sul posto, cioé all’esterno con temperature sotto
zero. Tutto può diventare uno spazio-mensa: un tronco d’albero, un cartone
abbandonato o un’auto parcheggiata in prossimità. La sera, un’altra
associazione caritativa, "Salam" (Salvezza ndt.), assicura la
distribuzione dei pasti caldi per centinaia di persone sempre in coda in
attesa del proprio turno.
In questo contesto associativo, non c’è spazio per attivare un
ragionamento sulla libertà di circolazione come testimoniano i militanti
che hanno raggiunto Calais l’ultimo giorno dell’anno.
A qualche chilometro dai locali dove si distribuiscono i pasti giornalieri
c’è la "giungla", così viene chiamata la ’zona boschiva’ dove in mezzo
alle sterpaglie abbandonate le persone richiedenti asilo costruiscono
delle tane-rifugio riparate da sacchi in plastica con rami o assi di legno
recuperati e sistemati a capanna ad un’altezza che non permette di stare
in piedi, la giungla di Calais non è neanche paragonabile alle bidonville
della regione parigina degli anni 50, o altrove... le capanne servono solo
per dormire direttamente sul suolo, le persone che si ritrovano attorno al
fuoco, seduti davanti ai ripari notturni, arrivano dai paesi in guerra, i
più numerosi dall’Afghanistan e dall’Irak, ma anche dalla regione eritrea
e centrafricana, dal Sudan, dalla Palestina...
Intorno alla giungla ci sono le case degli abitanti di Calais che in
questo periodo brillano di ghirlande colorate e la circolazione dei
trasporti pubblici, le fermate degli autobus, il traffico ordinario
rendono ’invisibile’ la convivenza con la popolazione dei rifugiati che
tenta di raggiungere la Gran Bretagna, con tutti i rischi che questa
attesa e passaggio comporta.
Pe rendere ancora più invisibile la presenza degli abitanti della giungla,
la prefettura di Calais organizza delle vere e proprie cacce all’uomo, i
CRS (Corpo speciale della Gendarmeria nazionale) passano regolarmente
all’assalto utilizzando i lacrimogeni per far uscire le persone dai rifugi
per poi aggredirle a manganellate, stesso trattamento se accidentalmente
un richiedente asilo incontra un poliziotto nelle strade limitrofe.
Ogni
due mesi, in corrispondenza del cambio di servizio del plotone di polizia
utilizzato per gestire la zona, gli agenti avanzano nella giungla per dar
fuoco alle coperte, ai vestiti e alle scarpe, questo accade da anni e non
si tratta di esazioni per eccesso di zelo ma di pianificazione decisa
dalle autorità competenti, quindi responsabili.
La Prefettura di Calais
dal 2002, anno in cui l’attuale presidente della Repubblica, Sarkozy,
allora ministro degli Interni, ha chiuso il Campo di Sangatte gestito
dalla Croce Rossa, è la principale responsabile di questo orrore e delle
violente incursioni di caccia all’uomo. Lo scopo dichiarato era ed è
quello di allontanare i richiedenti asilo dalla regione di Calais, ma per
andare dove? Da 6 anni circa 1000 persone vivono sulla costa in prossimità
della frontiera, alcuni riescono a varcarla dopo mesi di pericolosi
tentativi e i nuovi arrivi si contano a decine ogni giorno.
Il governo
regionale e l’amministrazione comunale non intervengono e non intendono
affrontare il problema, e neanche cercare una soluzione per i minori per i
quali esiste l’obbligo di garantire aiuto e protezione a prescindere dalla
situazione amministrativa.
La sola reale e immediata risposta è l’apertura della frontiera, una
condizione necessaria e improrogabile anche se insufficente se poi non ci
si può installare, ma una condizione determina l’altra per poter vivere.