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Ravenna - L’anello debole della crisi
da "Città Meticcia", febbraio/marzo 2009
Il destino dei migranti: oltre al lavoro rischiano di perdere il permesso di soggiorno
Zhor è una signora tunisina, madre di due bellissimi bambini che sta crescendo da sola. Oggi si trova nella condizione drammatica di tanti cittadini italiani e stranieri: qualche mese fa ha perso il lavoro. «Sto cercando disperatamente un altro posto. Adesso mi trovo senza luce acqua e gas; ma la cosa che mi addolora di più è che non posso permettermi di far mangiare mia figlia a scuola, allora ogni giorno passo a prendere un panino alla Caritas, poi vado a prendere mia figlia, le do da mangiare al parco e la riaccompagno dentro». Zhor abita regolarmente in Italia da diciannove anni, ma ha comunque un permesso di soggiorno da rinnovare annualmente, perché ha sempre e solo fatto lavori precari e non è riuscita a ottenere la carta di soggiorno. E adesso, naturalmente, la paura è quella di perdere anche il permesso perché la legge italiana vincola il soggiorno al contratto di lavoro. Chi viene licenziato può chiedere un permesso per “attesa occupazione” valido sei mesi, al termine dei quali, se è ancora disoccupato rischia di diventare un irregolare e andare a infoltire la schiera dei cosiddetti “clandestini”.
«Sono uscita da crisi peggiori – dice Zhor, fiduciosa – Penso che ce la farò anche questa volta ma lo sconforto è grande e anche il dolore. Pensare che diciannove anni qui non contino niente…». La situazione di Zohr è particolarmente drammatica, ma non lontana da quelle di molte famiglie immigrate monoreddito in cui il lavoratore perde il posto o entra in cassa integrazione. Per gli stranieri infatti la crisi è spesso ancora più “feroce” che per gli italiani: non hanno una rete famigliare a cui appoggiarsi, spesso hanno mutui importanti sulle loro case (non avendo potuto contare su un “gruzzolo” di partenza) quando non pagano l’affitto e, soprattutto, insieme al lavoro rischiano di perdere la possibilità di restare nel paese dove avevano scelto di vivere. Una situazione in cui si trova, per esempio, Farouk, un ragazzo originario del Bangladesh, diciannove anni, da qualche anno in Italia. Segue un corso di informatica all’Engim, la madre è casalinga e il padre un gran lavoratore. Erano riusciti a farsi una posizione tranquilla: hanno comprato casa con un mutuo di circa 700 euro al mese. «Fino a pochi mesi fa non avevamo nessun problema – inizia con voce pacata – ma poi mio padre, che lavora in una ditta che si occupa di nautica, è andato in cassa integrazione parziale (15 giorni al mese fino a giugno, dopo non si sa) e adesso non abbiamo da mangiare, io devo pensare al futuro e penso che l’unica possibilità sia studiare. Mi sono rivolto ad un ufficio stranieri per sapere se esiste un posto dove andare a mangiare…». Scivolare da una condizione di benessere, seppure lungi dalla ricchezza, a uno di indigenza può essere un processo rapidissimo. E che continua a coinvolgere sempre più persone. Intanto, se la Questura nel corso del 2008 non ha negato nessun rinnovo di permesso per mancanza di un contratto di lavoro, ne ha emessi 54 per “attesa occupazione” e l’ufficio immigrati del Comune da solo ha gestito 86 pratiche di domande per attesa occupazione, contro le 46 del 2007. E i dati sull’occupazione confermano questa tendenza. «I comparti più colpiti dalla crisi sono sicuramente l’industria – spiega l’assessore provinciale alle politiche per il lavoro Germano Savorani – e adesso si aggiunge anche quello alimentare. Purtroppo non siamo all’apice delle ripercussioni della crisi che sta colpendo il mondo intero». Anche Savorani concorda sul fatto che i lavoratori migranti si trovano spesso in una condizione di maggiore debolezza: «obbiettivamente i primi a essere colpiti sono gli stranieri, sono i primi a perdere il lavoro e in gran parte non hanno nemmeno i requisiti per usufruire degli ammortizzatori sociali. I nostri dati rilevano che i lavoratori stranieri sono in questo momento i primi a rimanere senza lavoro, e quelli che restano disoccupati più a lungo». Anche perché le richieste di lavoro calano. Al Centro per l’impiego, nell’ultimo trimestre del 2008 le richieste da parte delle aziende sono calate di un quarto rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, mentre le persone “immediatamente disponibili al lavoro” sono salite da 774 a 1016. E il saldo complessivo tra contratti avviati e cessati segna una differenza in negativo, tra 2008 e 2007, di cinquecento contratti. Cioè cinquecento contratti di meno, di cui un centinaio riguardanti lavoratori stranieri. «Entro febbraio – spiega ancora Savorani – attiveremo i tavoli territoriali con le associazioni di categoria e i sindacati per sapere con anticipo quali e quante ditte o industrie intendono chiedere la cassa integrazione e con quali modalità per poter anticipare provvedimenti di emergenza e strutturali. A questi dati vogliamo incrociare quelli dei settori più fortunati che prevedono invece di assumere dipendenti, in modo da quantificare in anticipo di quanti lavoratori preparati in un determinato tipo di mestiere ci sarà bisogno e organizzare corsi di formazione ad hoc. Tuttavia, noi possiamo agire solo per i lavoratori in regola, senza poter tener conto di alcune minoranze meno tutelate e dei singoli casi. L’attivazione di corsi di formazione è una forma di ammortizzatore sociale e daremo anche un contributo ai partecipanti: non potrà essere un stipendio, ma rappresenta un incentivo e prepara l’individuo al mestiere». Ma Savorani non si concede facili ottimismi: «se entro sei mesi non ci sarà almeno una piccola ripresa, la situazione diventerà veramente insostenibile anche per noi, che purtroppo disponiamo di risorse limitate. Ecco perché coinvolgeremo anche le fondazioni bancarie e altre istituzioni a cui abbiamo chiesto la disponibilità a collaborare».
Mentre gli enti locali cercano di mettere a punto strategie per tamponare la situazione (il Comune, per esempio, ha stanziato 600mila euro per tre fondi per contribuire al pagamento di bollette e tasse), c’è chi si trova già a fare la fila davanti alla mensa del borgo San Rocco. Mohamed, un ragazzo tunisino, racconta mentre mangia: «sono un muratore, ma in questi ultimi due anni mi adeguo, faccio l’aiuto cuoco, lo spazzino; trovo lavoro saltuariamente; ho percorso tutti gli uffici di collocamento da Rimini a Faenza. Non mi allontano troppo perché sono divorziato e ho una figlia che vedo regolarmente e che mantengo; ma a me resta così poco denaro che sono costretto a mangiare nelle mense e a dormire negli alloggi per senzatetto, se sono pieni finisco nelle barche o case abbandonate. La mia paura più grande è perdere il permesso di soggiorno – il tono di voce cambia – non potrei vedere più la mia piccola che adesso ha sei anni». Mohamed era una della ventina di persone che alle 16.55 aspettavano in fila l’apertura. Come ogni giorno, alle 17 in punto la porta si è aperta, e il volto di Rossella con un sorriso li ha invitati a entrare. Rossella fa volontariato da più di dieci anni e in questi giorni sembra preoccupata: «nelle ultime settimane il numero di persone è aumentato di quasi un quarto: nel 2007 avevamo circa 130 persone fra pranzo e cena, mentre adesso sono più di 160».
E non c’è più una maggioranza di stranieri: italiani e migranti si equivalgono. La mensa è frequentata da donne separate che non riescono a far fronte a tutte le spese di casa e anche da anziani con pensioni esigue. E i volontari raccontano che «le famiglie che non arrivano alla fine del mese sono un numero in costante crescita e questa è una verità che nessuno può negare».
Una voce in “controtendenza” è quella di don Alberto Brunelli, direttore della Caritas di Ravenna che, a dire il vero, fa risalire la crisi e l’aumento delle povertà a molto prima che l’ultimo trimestre del 2008. «Non vorrei provocare falsi allarmismi con dichiarazioni non supportate da dati precisi sull’ultimo trimestre. è vero però che in questi ultimi quattro anni si è verificato un aumento vertiginoso delle famiglie in difficoltà. A oggi siamo riusciti a sopperire in qualche modo ai bisogni dei nostri utenti. Ma le risorse sono molto scarse e non siamo in grado di fare di più: se si dovesse verificare un minimo aumento delle richieste penso che sarebbe la goccia che fa traboccare il vaso». La schiera di volontari della Caritas ne sa qualcosa: nel 2007, al centro d’ascolto, hanno ricevuto 810 utenti, in 3430 colloqui.
La situazione è preoccupante anche per Nicoletta Rutigliano, responsabile dell’area che si occupa di immigrazione e anche di povertà per il Consorzio per i servizi sociali. «Da qualche anno sono aumentati i numeri di famiglie in difficoltà – racconta – Bisogna però fare un distinguo tra la povertà estrema e chi fatica ad arrivare alla fine del mese, passando per le sue diverse sfumature. E a differenza degli anni scorsi, quest’anno non mi sento di dire che abbiamo coperto al 100 percento la povertà estrema; i dormitori a disposizione per queste situazioni sono pieni, non abbiamo più posto per far passare la notte al caldo alle persone che non hanno una casa. Certamente, i più penalizzati sono i cittadini stranieri non in regola, loro sono fuori da qualsiasi tipo d’intervento da parte dei servizi. Questi presumo cerchino riparo in qualche posto di fortuna». Solo negli ultimi mesi, al Consorzio sono arrivate un centinaio di richieste d’aiuto da parte di famiglie dove l’unico membro che dava sostentamento economico ha perso il lavoro, con la conseguenza di cento affitti e utenze che non si riescono a pagare. Pare che già nel 2007 a 400 famiglie siano stati interrotti i servizi di luce o gas per inadempienza ai pagamenti. E bisogna tener conto che un centinaio di famiglie si traducono in circa quattrocento persone. «Le richieste aumentano – dice ancora Rutigliano – ma le risorse, quando va bene, sono le stesse. Senza voler creare allarmismo possiamo dire che si prospettano anni duri. Per fortuna esistono progetti come quello di Coop Adriatica “Brutti ma buoni” (la donazione dei beni prossimi alla scadenza ad associazioni di volontariato) e la rete di solidarietà in provincia è ottima. Coinvolge parrocchie, associazioni di volontariato, sindacati, Caritas e anche la Questura che ci segnala i casi più problematici».
Più critico e tagliente è invece il giudizio di Mirella Rossi, responsabile del dipartimento politiche migratorie della Cgil di Ravenna: «le organizzazioni deputate ad affrontare il problema della povertà non sono più adeguate; soprattutto di fronte a una crisi travolgente come questa, che talvolta tendono a minimizzare. Il Consorzio per i servizi sociali non è più adeguato a gestire quest’emergenza. Il nostro ufficio è un osservatorio privilegiato: qui arriva gente che ha fame, non sa a chi rivolgersi, a chi chiedere un piatto di pasta. Sono persone con una grande dignità, che hanno perso il lavoro e che adesso hanno paura di perdere il permesso di soggiorno che come tutti sanno è legato all’attività lavorativa del cittadino straniero».
Per questo la Cgil chiede misure urgenti a breve termine e strategie per il lungo periodo, da mettere immediatamente in pratica. «Abbiamo chiesto e partecipato a diversi tavoli di lavoro – aggiunge Rossi – ma chiediamo a chi ha il potere di attuare misure concrete e di accelerare i tempi. Per esempio, si dovrebbe sospendere momentaneamente il provvedimento di revoca del permesso di soggiorno per motivi di perdita lavoro. Costruire una vera rete di solidarietà dove gli aiuti siano concreti…». Come era facile aspettarsi, anche Miranda Kalefi, della Rappresentanza dei cittadini stranieri, ritiene fondamentale la sospensione della legge Bossi-Fini e aggiunge: «I politici dovrebbero riflettere sugli effetti della crisi. Molta gente sta perdendo il lavoro, ma anche gli imprenditori sono in seria difficoltà. Le piccole imprese edilizie chiudono e gli imprenditori stranieri sono i meno tutelati».
[ venerdì 6 marzo 2009 ]
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