Sono afgani (88%), maschi (99%) e più di un quarto di loro (25,6%) sono minorenni, anche se la fascia di età maggiormente rappresentata è quella tra i 18 e i 30 anni. È questo l’identikit dei pazienti visitati nel corso del 2008 dall’associazione Medici per i diritti umani (Medu), che di recente ha presentato il rapporto ’’Un camper per i diritti’’ sui richiedenti asilo o titolari di permessi di soggiorno che vivono alla Stazione Ostiense di Roma e che sono assistiti dal 2004 da un servizio di primo soccorso del Medu.
Il rapporto – illustrato venerdì scorso (17 aprile) nella Capitale presso la sede dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti Inmp del San Gallicano – spiega come la quasi totalità degli immigrati presenti nella stazione provengono da zone di conflitto, primo fra tutti l’Afghanistan, seguito da una piccola minoranza proveniente dall’Iraq (2%), dal Marocco (1%) e da altre nazionalità, tra cui persone provenienti dall’Est Europa (7%). Durante il 2008 l’unità mobile di Medu ha realizzato 38 uscite nell’area della stazione Ostiense, durante le quali sono state effettuate 409 visite mediche. Oltre 800 persone hanno ricevuto informazioni e sono state orientate verso strutture di accoglienza. Al principio del mese di marzo Medici per i diritti umani ha distribuito 54 tende doppie tipo igloo ad oltre 100 persone senza fissa dimora.
«La maggior parte dei profughi afgani – spiega Marie Aude Tavoso, vicepresidente del Medu – proviene da situazioni traumatiche di guerra e di persecuzione. Molti di coloro che abbiamo incontrato in questi tre anni, da quando è partito il progetto, sono in Italia da poco meno di un mese e quindi sommano ad una situazione clinica aggravata dalla stanchezza e dalla durezza del viaggio un disorientamento rispetto al nuovo ambiente nel quale si trovano a vivere». Dal rapporto emerge che il 63% dei pazienti è nel nostro Paese da meno di un mese, il 20% da un periodo di tempo compreso tra 1 e 6 mesi e il 17% da più di sei mesi. La maggior parte dei profughi afgani e iracheni ha dichiarato di voler rimanere in Italia (60%), il 38% ha invece dichiarato di essere in transito verso altri paesi europei (in particolare Regno Unito e paesi scandinavi), mentre solo una minoranza (2%) ha espresso indecisione circa la propria futura destinazione.
«Il viaggio della speranza di questi profughi – racconta e Alberto Barbieri, coordinatore Medu – è molto lungo: chi riesce a fuggire dall’Afghanistan passa per la Turchia dove, se vengono scoperti, rischiano di essere sparati. Dalla Turchia salpano, con mezzi di fortuna, per l’isola di Lesbo, nell’arcipelago greco il posto più vicino per approdare. Qui rischiano di essere rimpatriati e non potranno mai avere il riconoscimento di rifugiati, considerando che la Grecia di fatto non da rilascia questo tipo di permessi». L’ultimo tratto di viaggio questi ragazzi lo compiono sotto i camion che vengono imbarcati a Patrasso. Alcuni si rifugiano nei tir, altri sotto agli automezzi. «Ma molti rischiano la morte – racconta il coordinatore Medu – l’ultimo che è deceduto in territorio italiano, a Mestre, aveva 13 anni ed è caduto da sotto il tir, le ruote lo hanno schiacciato». I problemi di questi profughi, che nel 9,2% di casi sono richiedenti asilo, nel 18% in possesso di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria o per motivi umanitari e nel 1,9% con lo stato di rifugiato, sono però «aumentati – spiegano Tavoso e Barbieri – negli ultimi tre anni la situazione è andata peggiorando».
I motivi? La «bonifica ambientale» effettuata dalle forze dell’ordine e dalla polizia ferroviaria, che sgombera le tendopoli dei profughi senza trovare nessuna soluzione alternativa «e disperdendo di fatto le poche ricchezze di queste persone – sottolinea Tavoso – una coperta, una tenda, in pratica tutti i loro averi». È per questo che Medu chiede una soluzione strutturale: «Devono essere adottate – chiede la vicepresiedente Medu – risposte adeguate agli standard richiesti, sostenibili nel tempo e innovative. Servono poi punti di accoglienza che funzionino realmente, e servizi essenziali di accoglienza come quelli individuati già dal comune di Torino, dove esiste l’accoglienza solidale, che si avvale dell’aiuto della cittadinanza debitamente sensibilizzata». A raccogliere le richieste Medu è Aldo Morrone, direttore generale dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti Inmp, che spiega come sia necessario «canalizzare le conoscenze e integrarsi per fare in modo che questi ragazzi, per lo più minori non accompagnati, vivano una reale accoglienza. È sbagliato pensare – conclude il direttore generale Inmp – che non esistano buone pratiche: sono anni che lavoriamo per gli immigrati, bisogna valorizzare questa attività silenziosa e creare una rete, che per essere veramente efficace si deve avvalere del sostegno e dell’interesse delle istituzioni presenti sul territorio».