Con l’evacuazione della "giungla" di Calais, martedi 22 settembre, il
governo francese intendeva dare una risposta mediatica e politica, l’uso
della forza contro centinaia di migranti che abitavano negli accampamenti
in prossimità della costa in attesa di passare in Inghilterra era stato
pianificato e annunciato nei mesi scorsi dal ministro dell’immigrazione E.
Besson che ha presentato l’operazione di ’pulizia’ come una "soluzione al
problema della presenza di clandestini". E come nel 2002 con la chiusura
di Sangatte, il centro di permanenza temporanea allora gestito dalla Croce
Rossa, la questione dell’accoglienza dei migranti non viene affrontata ma
brutalmente spostata, deviata verso l’internamento e il respingimento alle
frontiere che molto spesso avvengono dopo ore, anche giornate intere di
detenzione a cui segue una pura e semplice deportazione.
"Perché la Francia che non ci vuole ci impedisce anche di partire?"
E’ la domanda che fanno afgani, iracheni, iraniani, kurdi, palestinesi...
tutti ex-abitanti della giungla che sono tornati e tra i quali ci sono
alcuni dei 135 minori dai 14 ai 18 anni presenti al momento dello
sgombero della "giungla". I minori sono stati portati in strutture di
accoglienza per famiglie gestite da associazioni o dall’amministrazione
pubblica. Si trovano in una ’no man’s land’ legislativa: secondo il
rapporto "La legge delle giungle" del Coordinamento francese per il
diritto d’asilo (CFDA) pubblicato lo scorso anno, dal 2002 al 2007
migliaia di minori sono stati interpellati dalla polizia, più di un terzo
aveva meno di 16 anni.
A Calais la Polizia di frontiera interroga sistematicamente i minori non
accompagnati e si rivolge al giudice de Tribunale dei minori il quale a
sua volta indirizza i giovanissimi migranti, quasi tutti afghani, ad un
centro di ospitalità idoneo ad ospitare bambini o ragazzi adolescenti. La
situazione si complica per i minori tra i 16 e 18 anni perché le loro
carte d’identità, che raramente hanno foto e data di nascita, suscitano
pretestuosi dubbi sull’autenticità dei documenti e pongono la condizione
dell’esame medico per attestare l’’età, cioé una radiografia delle ossa
che risulta quasi sempre estremamente imprecisa.
Tra il 2002 e il 2007, secondo il rapporto del CFDA, i minori accolti sono
passati da 600 a 2600 circa, molti di essi non restano neanche una notte,
scappano.
A Calais, nonostante lo smantellamento degli accampamenti i migranti sono
altrettanto numerosi e molte delle persone evacuate sono riuscite a
fuggire e a tornare in zona. Quelli che sono stati rinchiusi nei Centri di
detenzione di Tolosa, Marsiglia e Nîmes, 80 dei quali sono stati liberati
dal tribunale amministrativo, potrebbero ’rientrare’ presto a Calais per
ritentare la traversata della Manica e raggiungere la Gran Bretagna. Ma
tutto continua ad essere pensato e agito nell’emergenza, una tragedia e
una follia che ha quasi dieci anni. Nessuna politica dell’immigrazione in
Francia è riuscita a contenere la mobilità dei migranti, il numero chiuso
imposto come dispositivo di controllo è un meccanismo che produce consenso
politico ma che ha rivelato l’inadeguatezza macroscopica di un assetto di
leggi e decreti diventati fabbrica della clandestinità.
I migranti, che oggi errano disperdendosi lungo la costa del
Nord-Pas-de-Calais vivevano in zone boschive definite "giungla".
Migliaia e migliaia di persone hanno squattato la giungla per anni in
condizioni disastrose dal punto di vista igienico-sanitario e abitativo.
Le strutture di solidarietà ai migranti nel corso del tempo si sono
sostituite alle istituzioni per gestire gli aiuti e per sollecitare il
sostegno ad interventi specifici di assistenza sanitaria come nel caso
dell’epidemia di scabbia che imperversava da mesi. Mentre il governo e
l’amministrazione locale hanno regolarmente mandato uomini in divisa
armati di gas lacrimogeni e flashball per circondare e cacciare via gli
accampati. Poi i bulldozer entravano in azione e distruggevano ripari di
fortuna, cibo, vestiti e i pochi effetti personali, documenti, soldi, foto
di famiglia... ma il giorno dopo i migranti ricostruivano le loro
capanne....
Marina Nebbiolo