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Ravenna - "Da 19 anni lavoro in Italia: come posso essere clandestino?"

Non gli è stato rinnovato il permesso per scarso reddito

da Il Resto del Carlino del 6 dicembre 2009

Il caso di Mong Niar: in Italia da 19 anni, detenuto a Gorizia e poi imbarcato a Malpensa a causa della revoca del permesso di soggiorno. Ma il capitano dell’aereo si è rifiutato di accettarlo a bordo.

Mor Niang ha 57 anni, ma non li dimostra nonostante la dura esistenza di migrante da quando aveva poco più di 30 anni. Germania, Svizzera, Francia, poi dal 27 agosto 1990, l’Italia. «Io sono un migrante e vorrei rimanere qui, in Italia, a lavorare come ho fatto finora. Io rispetto le leggi italiane, ho sempre vissuto nella legalità. Adesso, dopo 19 anni vogliono rispedirmi a casa. Non lo ritengo giusto». Diciannove anni nel Ravennate, a Cervia in particolare, e adesso si ritrova clandestino perché la Questura di Ravenna non gli ha rinnovato il permesso di soggiorno. Il suo reddito, sostengono, è troppo basso.

«Ma è arbitraria questa interpretazione della normativa» tuona il suo avvocato Sonia Lama, che ha già presentato ricorso. Il mancato rinnovo del permesso ha fatto scattare l’espulsione, la detenzione per un mese nel centro di detenzione amministrativa a Gorizia, l’imbarco su un aereo a Malpensa: «Mi hanno legato mani e piedi, ho cominciato a urlare. Tutti i passeggeri sono stati solidali con me. È arrivato il comandante dell’aereo e ha ordinato ai poliziotti di riaccompagnarmi a terra. Questi mi hanno picchiato poi mi hanno lasciato libero». Mor Niang è tornato nella casa di Mensa, una ex scuola gestita dal Comune, 120 euro a posto letto al mese, in cui sono ospitati quindici senegalesi. Ma è ‘schedato’ come clandestino e fra pochi giorni sa che lo andranno ad arrestare perché, seppur espulso, è rimasto in Italia.
Una storia amara ed emblematica, quella di Niang. Come la sua ce ne sono altre: la crisi sta lasciando senza lavoro molti immigrati e senza reddito adeguato la Questura non rinnova il permesso. «Ma come si fa a definirmi clandestino dopo 19 anni di onesto lavoro» si chiede Niang mentre i suoi connazionali guardano la tv satellitare sintonizzata sul telegiornale senegalese e altri preparano il pranzo». Come è arrivato in Italia? «In aereo, dal Senegal a Palermo, poi in treno fino a Cervia dove già c’era mio fratello. Era il 27 agosto di 19 anni fa». Che lavoro ha fatto? «Il vu’ cumprà come dite voi. In spiaggia. Poi ho ottenuto il permesso, ho fatto un corso a Genova, ho avuto il patentito per commerciante ambulante e ho cominciato a girare tutta la provincia e anche fuori. Nel 2008 ho lavorato anche in campagna». E mostra le buste paga con tanto di trattenute per i contributi previdenziali, per le tasse. Poi che cosa è accaduto?
«Mia mamma si è ammalata e io sono tornato in Senegal per starle vicino. Cinque mesi e venti giorni ed è morta». In Senegal ha altri familiari? «La moglie e cinque figli, da due mesi a quindici anni. Abitano a Darpu Niang». Quante volte li ha visti in questi 19 anni? «Una volta ogni uno due anni. Il biglietto per andare in Senegal costa molto e io cerco di risparmiare per mandare denaro alla famiglia». Poi dopo il funerale lei è tornato a Cervia. «Sì, ma non c’era più lavoro in campagna. Ho ripreso a fare l’ambulante. Questo mi ha impedito di avere un reddito superiore a cinquemila euro come vuole la questura. Così non mi hanno rinnovato il permesso». Ed è stato espulso. «Sì, il 2 novembre mi hanno controllato i carabinieri di San Lazzaro, ero lì per vendere, mi hanno detto di presentarmi in Questura. E io sono andato subito in Questura, io rispetto le leggi. In 19 anni, mai una multa. Io non faccio del male, non spaccio droga: io lavoro e prego, da buon musulmano». In questura che cosa è accaduto? «Mi hanno dato un documento, poi mi hanno portato nel campo di Gorizia. Eravamo in duecento, per dodici stanze. Mi hanno fatto consegnare tutti gli oggetti: due telefoni cellulari, un orologio di marca, una catena d’oro. Un valore superiore a mille euro. Alla fine mi è stato restituito solo il cellulare più malandato». Quanto è rimasto nel campo? «Un mese». Ha subito violenze? «No, ma il cibo è veramente scarso. In un mese ho perso quasi tre chili di peso».
Poi l’hanno portato a Malpensa. «Sì, la notte del 2 dicembre si sono presentati alcuni poliziotti. Ti rispediamo a casa, hanno detto. Una volta giunti all’aeroporto mi hanno legato con corda e nastro adesivo e in sei mi hanno caricato sull’aereo. Ero l’unico ridotto in quelle condizioni, peggio di un animale. Non sono un clandestino, mi sono messo a urlare. E i passeggeri si sono mostrati solidali con me». E’ intervenuto il comandante che ha esercitato il diritto a rifiutare il passeggero per la tranquillità del volo. Mor Niang è stato sbarcato e condotto negli uffici della Polizia di frontiera. «È stato in questo momento che tre poliziotti, quelli che mi avevano scortato da Gorizia, mi hanno malmenato, pugni e calci, alla schiena. Io sono caduto a terra, ma non ho reagito. Io non reagisco mai, perché poi non so come vada a finire. Poi mi hanno portato in stazione, a Gallarate. Ma le chiedo, la polizia può comportarsi così? Ho girato molte nazioni, e ovunque la polizia mi ha sempre rispettato. Io sono una persona». Certo che non può e non deve comportarsi così, la polizia. Si chiede amaramente Mor: «Sarà anche la legge, ma è giusto tutto questo?»
Intanto il caso di Niang e altri simili stanno mobilitando sindacati e associazioni varie: è in cantiere una grande manifestazione in piazza del Popolo per i prossimi giorni. E c’è chi chiede che su quanto sta accadendo intervenga anche il sindaco.

Carlo Raggi

vedi sito Città Meticcia

[ mercoledì 9 dicembre 2009 ]

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