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Guerra all’asilo nell’Adriatico

da Carta 11-17 giugno 2010, n. 20

Aumentano i respingimenti illegali dai porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi verso la Grecia. La campagna Welcome lancia un appello e dà appuntamento il 20giugno sull’Adriatico

Ma tu da dove vieni?» «Da ogni parte del mondo...». «Sì ma, da quale paese dell’Africa sei partito?». «Dalla Somalia». «E non hai mai provato a chiedere asilo politico?». Ride. Mi guarda ridendo. E poi aggiunge: «Europe», con il tono sprezzante di chi è disperato e infuriato insieme. Alla fine diventa serio e resta a fissare l’obiettivo della macchina da presa finché sono io ad abbassarla, perché non reggo più il suo sguardo.
La sua è l’ultima intervista del video «Indietro non si torna», girato a marzo del 2010 durante la seconda inchiesta condotta da Melting Pot Europa e dalla Rete di associazioni veneziane Tuttiidirittiumanipertutti in Grecia, sulle tracce dei profughi respinti dai porti dell’Adriatico.
L’anno scorso avevamo incontrato quasi tutti afghani e curdi, qualche palestinese, alcuni iraniani. Quest’anno l’assortimento è diverso: centinaia e centinaia di africani subsahariani e del Corno d’Africa: sudanesi, eritrei, somali. Tutti coloro che avrebbero continuato a partire dalla Libia in cerca di asilo se Maroni, con il benestare dell’Unione europea, non avesse avviato la prassi dei respingimenti in mare.
Se qualcuno si chiedesse come mai le domande d’asilo in Italia si siano dimezzate dal 2008 al 2009 la risposta è in questo cambio di rotta. I respinti erano quasi tutti potenziali rifugiati che, per continuare a cercare un posto nel mondo dove potersi fermare, affrontano adesso viaggi ancora più lunghi e pericolosi.
La guerra all’asilo politico sembra essere diventata una missione europea. I profughi in fuga da guerre e persecuzioni, vengono respinti dall’Italia a sud verso la Libia e, cosa meno nota, a est verso la Grecia. Ogni giorno la polizia portuale di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi intercetta migranti nascosti sulle navi di linea partite dalle coste greche e li riconsegna al comandante.
La maggior parte delle volte il Consiglio italiano per i rifugiati [Cir], che avrebbe il compito di assistere i richiedenti asilo in questa circostanza, non viene neppure chiamato e, anche quando interviene, accetta di svolgere le interviste mentre la nave in cui le persone vanno reimbarcate sta già partendo e i poliziotti fanno fretta: ai profughi vengono poste quattro domande e in pochi minuti si devono giocare la sorte dopo 35 ore di viaggio in condizioni disumane.
Anche volendo tralasciare il piccolo dettaglio che i respingimenti alle frontiere interne Schengen sono assolutamente illegali e giuridicamente ingiustificabili, non si deve pensare che il fatto di respingere le persone in un paese come la Grecia le preservi da trattamenti inumani o permetta loro di chiedere protezione internazionale: a Patrasso e Igoumenitsa si viene incarcerati in gabbie o container che si trovano nelle aree portuali e in cui, anche se si è bambini, si rimane per mesi prima di essere rilasciati con un foglio di espulsione per essere poi catturati ancora.
Moltissimi vengono deportati in Turchia e da lì rimpatriati nei loro paesi di origine, come nel caso degli afghani. In Grecia non esiste alcuna possibilità di chiedere asilo politico. Si parla dello 0,04 per cento di concessione dello status.
Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e l’Acnur, oltre che enti come Amnesty e Human Rights Watch, hanno chiesto ai governi di non rimandare in Grecia nessun potenziale rifugiato, perché lì non esistono le condizioni per garantire la loro sicurezza e la tutela dei loro diritti.
Nonostante ciò, l’Italia effettua migliaia di respingimenti ogni anno. Per averne il numero esatto, bisogna tornare in Grecia, come abbiamo fatto noi, e convincere la polizia portuale a mostrare i verbali. Si tratta di fotocopie di fogli redatti sbrigativamente. In uno c’era scritto che due minorenni palestinesi non avevano voluto chiedere asilo e che non c’era stato bisogno di alcun interprete, perché parlavano perfettamente italiano. Alla fine, la cifra che per il 2009 ci viene consegnata è di 3.148 respinti.
Alcuni di questi li abbiamo incontrati a Igoumenitsa, nascosti sulle montagne che circondano la città. Molti avevano le gambe segnate dai morsi dei cani della polizia. «Qui non si può chiedere asilo. Lì la polizia non ti ascolta e ti rimanda indietro». Schiacciati in questa morsa, non resta loro nessun’altra possibilità che continuare a provare. A Patrasso, dopo la distruzione di un grande campo autogestito e informale nel luglio scorso, i migranti africani vivono dentro due vecchi treni abbandonati, mentre gli afghani si nascondono nella campagna a qualche chilometro dalla città e fuggono se cerchi di avvicinarli.
Ho visto tre ragazzini che non potevano avere più di 15 anni nascondersi tra le sterpaglie e tremare.
In entrambe le città greche, per fortuna, esistono movimenti e associazioni che sostengono i profughi e restano insieme a loro a combattere per il diritto d’asilo. Kinisi, di Patrasso, e il Solidarity group, di Igoumenitsa, ci hanno raccontato che anche e soprattutto in un tempo di crisi come questo, di fronte al ricatto individuale e collettivo che impone di pensare solo a se stessi, non si può tornare indietro su cose come il diritto d’asilo, unità di misura del livello di civiltà.
Da questo incontro nasce Welcome, La campagna che porterà il 20 giugno, nei porti di Venezia, Ancona, Bari, Igoumenitsa e Patrasso a una manifestazione congiunta per riempire finalmente di significato la Giornata mondiale del rifugiato, troppo spesso celebrata proprio dai governi che violano costantemente i diritti dei profughi e ne causano morte e sofferenza. Il 20 giugno searà l’inizio di un percorso, la frontiera europea tra Italia e Grecia si trasformerà in uno spazio riconquistato al progetto di un’Europa diversa che accoglie e non respinge, che si indigna dell’ingiustizia e ripudia la guerra e che non ha paura di dire a voce alta: Welcome! Indietro non si torna.

di Alessandra Sciurba

[ martedì 15 giugno 2010 ]

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