Milano - Per riempire i charter «talvolta» dal ministero dell’interno arrivano precise indicazioni sulla quantità e la nazionalità degli irregolari da rimpatriare. Se, ad esempio, la destinazione del volo è Bucarest, le questure devono fornire in tempi rapidi i rumeni necessari per fare il pieno. L’affermazione è più che attendibile, perché fatta in una conferenza stampa da Luigi Caracciolo, segretario del Silp della Lombardia. Silp e Cgil regionali ieri hanno fatto il punto sul dopo sanatoria e avanzato proposte per ridurre le lunghe liste d’attesa per i rinnovi dei permessi di soggiorno. A Milano ci vogliono 8 mesi, a Mantova 7, a Cremona 6, a Varese 5, a Brescia «bastano» 45 giorni, a Bergamo 25. La relativa velocità bresciana si spiega con la collaborazione delle amministrazioni comunali. 43 comuni raccolgono le pratiche e le portano in questura dove gli immigrati vengono convocati su appuntamento per ritirare il permesso. La Regione, dice la segretaria della Cgil Susanna Camusso, incentivi i comuni che si assumono questo onere. «Coi tagli dei finanziamenti statali, non si può pretendere che lo facciano a loro spese». Il Silp stima che se in tutti i comuni lombardi funzionassero sportelli di questo tipo, almeno 700 poliziotti sarebbero recuparati a compiti di sicurezza e di controllo del territorio. Nelle questure lombarde, salvo quella di Milano, il numero di agenti impegnati sull’immigrazione è pari a quello degli operativi nelle squadre mobili e nella Digos. «Non è vero che gli organici siano insufficienti», sostiene Caracciolo, «in Europa siamo il paese con il rapporto più alto tra residenti e forze di polizia». Il problema sta «nell’impianto della Bossi-Fini» che considera ogni extracomunitario un «potenziale delinquente» e l’immigrazione «una questione di ordine pubblico».
A questo errore di fondo si somma la mancanza di un regolamento attuativo della Bossi-Fini. Così ogni questura interpreta la normativa a modo suo. A Brescia e a Bergamo chi ha fatto la sanatoria ottiene il rinnovo del permesso di soggiorno solo se dimostra d’avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o di almeno un anno. E’ una pretesa che cozza frontalmente con la legge 30 che ha ulteriormente ampliato i rapporti di lavoro brevi o a sighiozzo. A Cremona alle «badanti» che hanno cambiato datore di lavoro dopo la regolarizzazione si rinnova il permesso di soggiorno solo in caso di decesso del precedente assistito.
Il risultato è che molti «sanati» riscivolano nell’illegalità e nel lavoro nero. Oppure, per restare apparentemente in regola, sono costretti a continuare a pagare i contributi di tasca loro . Il quadro tracciato dal Silp e dalla Cgil combacia perfettamente con l’esito della ricerca condotta dalla Caritas a Milano: per gli immigrati la regolarizzazione non è un punto d’arrivo, una meta conquista una volta per sempre, ma un punto di partenza da cui si può retrocedere.
Il «tagliando» rilasciato a chi aspetta il rinnovo del permesso di soggiorno limita pesantemente la vita dei migranti: non possono tornare in patria, cambiare posto di lavoro, ottenere la residenza anagrafica. Quando l’attesa diventa particolarmente lunga, rischiano di perdere l’assistenza sanitaria. La Bossi-Fini, inoltre, ha ridotto da 12 a 6 mesi il permesso di soggiorno per chi è in cerca di nuova occupazione. Spesso i 6 mesi scadono prima che l’immigrato abbia ottenuto il rinnovo e trovato un nuovo lavoro.