"Vu cumprà": termine sprezzante e segregazionista usato per etichettare i venditori irregolari o “abusivi” immigrati.
Un “film” ormai ricorrente che tutte le stagioni si ripresenta, puntuale come il caldo afoso, soprattutto sulle spiagge.
Da un lato troviamo così le forze dell’ordine - Polizia, Carabinieri e Polizia Municipale - che cercano di reprimere, spesso con la forza, il fenomeno; con loro i rappresentanti di categoria (Confcommercio, Confesercenti) che parlano di competizione impari e concorrenza sleale.
Dall’altro lato i clienti che acquistano prodotti di finta marca ad una qualità e ad un prezzo considerevolmente più bassi.
In mezzo scopriamo loro, i venditori ambulanti o abusivi, come sempre più spesso vengono chiamati dalla carta stampata. Le ragioni e le motivazioni che li hanno portati su questa o quella spiaggia sono ad esempio l’impossibilità in questo “qui ed ora” di ottenere un documento idoneo per lavorare, in buona sostanza un permesso di soggiorno.
Costretti all’illegalità, da normative e politiche poliziesco/militari, europee e nazionali, che rendono sempre più difficile la libera circolazione delle persone e inaspriscono, fino ad esasperarla, la paranoia repressiva dei controlli e delle retate, magari nel cuore della notte quando, anche nelle città turistiche, “tutto tace” oppure nelle spiagge, in mezzo ai turisti, stupiti di tanto clamore.
Se si passa poi in rassegna alle dichiarazioni dei rappresentanti delle istituzioni o dei politici locali viene da pensare: “Ma queste persone si ricordano quando eravamo noi a emigrare? Ma queste persone vedono nei venditori ambulanti immigrati, carichi delle loro colorate mercanzie, degli esseri umani, che cercano di guadagnarsi la “dispense quotidiane”, come alcuni di loro la chiamano, il “pane”, come diremmo noi?.
Purtroppo la risposta sembra negativa perché sempre più spesso le parole che vengono usate hanno un tono pesante e amaro: “è un problema di ordine pubblico e di legalità”.
Ma alcune sentenze pronunciate da diversi Tribunali italiani, offrono un punto di vista alternativo, così come lo stesso fenomeno andrebbe letto e analizzato.
La maggior parte delle decine di ambulanti che vediamo nelle nostre città viene qui a svolgere una professione che nel loro Paese occupa una larga fetta della manodopera e fa parte della normalità-del-loro-stile-di-vita. Questa professione è una radicata tradizione soprattutto per i senegalesi, basterebbe infatti recarsi in una strada o in un parcheggio di Dakar, per vedere tantissimi venditori ambulanti che cercano di vendere la loro merce a persone che hanno, per evidenza geografica, poco denaro da spendere.
È lampante, e non li si può di certo biasimare, che per ognuno di essi la possibilità di vendere ed esporre la propria mercanzia nelle strade o nelle spiagge delle nostre città, per evidenza geografica, rappresenta, per quanto precaria, un’opportunità lavorativa.
Quindi per chi segue con umanità e sensibilità nonché intelligenza, i problemi dell’immigrazione, non può leggere il fenomeno dei venditori ambulanti nell’ottica del mantenimento dell’ordine pubblico, ma casomai in una prospettiva più generale di ordine sociale e culturale, del rispetto dell’altro e della sua identità, contro la deprivazione e la marginalizzazione che spesso vivono gli abusivi, non-persone quali sono.
Cessiamo dunque di alimentare il meccanismo tautologico dell’illegalità e delle paure, di alimentare i processi di patologizzazione dell’immigrazione, scaricando su di essi i problemi delle Disneyland italiane. Mostriamo invece un briciolo di umanità, come quei bagnanti stranieri e italiani che protestano e si indignano di fronte al “bracconaggio” degli “abusivi”, che, costretti a fuggire in mare, restano in acqua o ammanettati a un palo per alcune ore, sotto il controllo dei difensori della legalità.
Vu cumprà? Magari, feccia del pianeta eravamo o più semplicemente mafia-men. Così ci chiamavano gli altri quando a emigrare eravamo noi, noi dalla memoria così spossata e malandata, noi che oggi guardiamo con occhi infastiditi i bengalesi, senegalesi, cinesi, carichi delle loro mercanzie, noi che ci chiediamo da ipocriti e accecati quali siamo, perché tutta questa massa di “parassiti e abusivi” non torni a casa propria.