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«Adesso è vietato salvare naufraghi in mare aperto»

da Il Manifesto del 10 agosto 2004

Parla Elias Bierdel, responsabile del salvataggio compiuto dalla Cap Anamur Arrestato e cacciato via dall’Italia, mentre i 35 africani salvati venivano espulsi, Bierdel pone il problema di quanto siano davvero legittime le «nuove regole di sicurezza» europee

di Angela Huemer

COLONIA - Elias Bierdel, il presidente dell’organizzazione umanitaria tedesca Cap Anamur, è tornato a Colonia. Lo abbiamo incontrato qui dopo l’incredibile storia dei 37 naufraghi recuperati nel Mediterraneo, la battaglia con il governo italiano, i giorni passati nella prigione di Agrigento. Infine, l’espulsione di quasi tutti i migranti salvati. A Bierdel, come al capitano e al primo ufficiale della Cap Anamur, è stato vietato di metter in piede in Sicilia, Puglia e Calabria, le tre regioni a più alta densità di sbarchi, finché l’inchiesta non sarà chiusa.

La vostra è stata una lunga traversata, prima di incontrare i 37 naufraghi. Cosa avete visto in quei mesi?

Dopo quello che abbiamo visto, possiamo testimoniare che il Mediterraneo ormai è una zona «ad alta sicurezza». Basti pensare che le navi in viaggio vengono chiamate sul canale 16, il canale di emergenza, per comunicare la propria posizione e identificarsi. Noi stessi, quando abbiamo raggiunto il Mediterraneo, abbiamo incontrato formazioni navali di varie nazioni; ci siamo imbattuti anche in una formazione militare tedesca, che andava da Malta verso le Canarie. All’altezza di Lampedusa, questo accadeva a maggio, siamo stati sorvolati diverse volte da un aereo militare italiano. Il giorno dopo, una fregata italiana, la Danaide, ci ha controllato e interrogato. Volevano sapere da dove venivamo, chi erano i membri dell’equipaggio. Vuol dire andare davvero oltre: in base al diritto, nessuno in acque internazionali può importunare gli altri. Tuttavia abbiamo sempre risposto alle domande, visto che non avevamo nulla da nascondere e oltretutto volevamo vedere quali sono le «nuove» procedure. Il 19 giugno, me lo ricordo perché era il giorno prima del salvataggio, sono sbarcato a Malta ed era in corso una vera e propria esercitazione militare congiunta, italiani e maltesi. Inscenavano il blocco di una nave che si avvicina alle coste maltesi. In quei giorni, sulla stampa maltese, un generale raccontava esplicitamente che si trattava di esercitazioni per fermare l’immigrazione clandestina.

Si è molto discusso sui suoi allontanamenti dalla nave.

E’ vero, in quattro mesi di navigazione mi sono allontanato qualche volta, l’ultima il 19 giugno, proprio il giorno prima del salvataggio; sono tornato a bordo il prima possibile, cioè il 28.

Ripercorriamo il vostro itinerario.

La nave è stata comprata in febbraio e siamo partiti verso l’Africa occidentale. Già a febbraio un armatore tedesco era venuto a bordo e ci aveva parlato del problema dei boat people, regalandoci dei cannocchiali e delle strumentazioni per vedere di notte. Diceva: «E’ terribile, le navi passano sopra queste barche». Poi abbiamo fatto sosta alle Canarie, gli spagnoli ci hanno mostrato le foto di morti sulle spiagge. Non avevamo mai visto una cosa del genere. Il giorno dopo l’equipaggio ha fatto delle manovre per prepararsi a un eventuale salvataggio. Dopo due mesi, la decisione di andare verso l’Iraq. A Malta abbiamo fatto riparare la nostra nave e ho preso contatti con il Jesuit refugee council e con alcuni giornalisti. Ho detto all’equipaggio: fate attenzione in questa zona, se ci sono persone che possiamo aiutare, lo facciamo.

Avete preso contatto con le autorità di Malta dopo il salvataggio?

No. Il salvataggio è avvenuto più vicino a Lampedusa, per questo abbiamo pensato che fosse il posto più logico dove andare. Abbiamo ordinato delle carte nautiche per poi capire che Lampedusa aveva un porto troppo piccolo. E poi, per telefono, ho sbagliato il nome di Pozzallo con Porto Salo, ma non c’era niente di diabolico, è stato solo uno stupido errore. Alla fine, abbiamo trovato Porto Empedocle - trovo divertente che in questi giorni chi sbarca a Lampedusa viene portato a Porto Empedocle. Per noi era chiaro: Lampedusa era il posto più vicino, se avessimo tergiversato ci avrebbero costretto a un’odissea nel Mediterraneo: dall’Italia a chissà dove. Abbiamo deciso di tenere una regola stretta. L’obiettivo era portarli in un porto sicuro.

Quando avete informato le autorità italiane, dopo il salvataggio?

Ogni giorno ci sono notizie che qualche barca affonda, ma nessuno se ne occupa. Questa è la verità. Quindi non pensavamo ci fosse l’obbligo di avvertire qualcuno, una volta avvenuto il salvataggio. Se c’è una prassi diversa nel Mediterraneo, francamente non lo sapevamo e siamo pronti a verificare se valeva anche in un caso come il nostro. Quindi abbiamo pensato di attuare la procedura normale. Funziona così: l’armatore contatta un agente a terra che si prende cura di ricevere l’informazione, la lista dell’equipaggio e avvertire le autorità.

Questo, quando lo avete fatto?

Lo abbiamo fatto il 29, sia perché dovevamo scegliere il porto, sia perché dovevamo trovare un agente. Non ce ne sono a Porto Empedocle e così alla fine ne abbiamo trovato uno a Palermo. Si chiama Tagliavia ed è il console del Regno unito. Pensavo che, al limite, avrebbe potuto esserci qualche problema, qualche discussione. Mai e poi mai avrei pensato di doverci misurare con una forza quasi militare, o addirittura di finire in prigione. Il 29, secondo la normale procedura, abbiamo inviato il materiale all’agente e ci siamo diretti verso Porto Empedocle. Quando, la notte del 30, eravamo all’altezza di Linosa abbiamo ricevuto una chiamata via radio: «Cap Anamur, dovete andare a Lampedusa». Abbiamo spiegato che il porto era troppo piccolo. «Oh - dall’altra parte e poi pausa - dovete andarci lo stesso». E noi spieghiamo: uno, abbiamo già passato Lampedusa; due, è tutto pronto per Porto Empedocle; tre, il porto è troppo piccolo. Era tardi e loro hanno dato il «good watch», che nel gergo della navigazione è una sorta di ok. La mattina dopo, arrivati in acque italiane, abbiamo avvertito di nuovo la Capitaneria. Il pilota che ci doveva scortare in porto ha detto che era tutto ok. D’un tratto la Guardia costiera dice: «Cap Anamur, non avete il permesso di entrare nelle acque italiane». Cioè neanche a Lampedusa. Noi giriamo all’ultimo momento, e chiediamo «Perché, che è successo?». Per otto giorni nessuno ci ha risposto.

In Italia vi hanno accusato di voler creare un precedente. In fondo, non è proprio così?

Il nostro scopo da venticinque anni è sempre lo stesso: tentare di salvare uomini e donne che si trovano in situazioni in cui è minacciata la loro vita. Ci sembra una cosa normale, non entriamo nel merito dei sistemi giudiziari esistenti, della politica dei governi. Le nostre donatrici e i nostri donatori - siamo finanziati solo da privati - ci sostengono per far questo e questa è la nostra missione e la nostra legittimazione: tentare, nelle situazioni difficili, di salvare o assistere quelli che altrimenti sarebbero senza protezione. Dal nostro punto di vista, i migranti che annegano in mare per raggiungere l’Europa sono persone in pericolo e senza alcuna protezione. Non c’è nessuno che può o vuole occuparsi del tema, aiutandoli. Se questo crea un precedente, non è un problema nostro. Noi vogliamo salvare delle persone, e su questo non c’è discussione possibile. In nessun caso accetteremo come normale che crepino lì fuori, da qualche parte. Se a un certo punto questo compito relativamente semplice si scontra con la politica dell’Unione europea creando un caso complicato, noi vorremmo tenerci fuori da questa discussione. Per noi le persone che abbiamo salvato non sono clandestini, né richiedenti asilo, né altro. Solo naufraghi: non ci interessa la loro storia o sapere se hanno diritto di accedere all’asilo.

Vi rendete conto che questa è una specie di provocazione alla politica europea e ha per forza un riflesso politico?

La nostra semmai è stata un’azione radicale, nel senso che non avevamo intenzione di chiedere il permesso a qualcuno. Ma non una provocazione. Certamente non ignoriamo che il nostro modo di agire ha un effetto politico. Prima di tutto perché siamo un gruppo di persone che non si può criminalizzare tanto semplicemente, poi perché le persone che abbiamo portato in Italia non si possono considerare «illegali», visto che sono arrivati a bordo di una nave europea. Se ho capito bene, questo è il punto cruciale: i governi europei hanno davvero paura di questa possibilità. Dicono, questo è un approccio nuovo, finora non considerato. E adesso di tratta di trovare il modo per impedire che si ripeta.

Insomma, volevate «spingere» il tema, ma allo stesso tempo vi ritirate nel ruolo di organizzazione umanitaria...

Per noi il fatto che salvare delle persone sia vietato è del tutto nuovo. Ed è un problema che investe le organizzazioni umanitarie, c’è il tentativo di politicizzare le loro azioni. Bisogna rifletterci. Tuttavia credo che abbiamo competenze troppo limitate per parlare di una questione tanto complessa come la migrazione. Penso sia bene, quindi, che questo salvataggio sia anche servito a testare una sorta di rete europea. Abbiamo deciso di gettarci in questa rete, senza sapere neanche bene se esisteva o no. Ma in qualche modo ha retto, e credo che questo sia incoraggiante.

La vostra è stata un’azione programmata o casuale?

O veniamo accusati di aver determinato tutto con esattezza, oppure di essere degli ingenui che sono cascati dentro a questa storia. Tutte e due le accuse sono vere e false allo stesso tempo. Non si può comprare una nave per azioni umanitarie senza considerare il problema dei boat people, visto che accade in tutti i mari del mondo.

35 naufraghi sono stati espulsi, come ti senti?

Sono molto triste per come è andata a finire e mi pesa il fatto che quelle 35 persone sono state espulse perché sono arrivate in Italia con noi, in quelle circostanze. D’altra parte penso che fosse destino, ci siamo incontrati in alto mare per puro caso. Quando sono partito dall’Italia, sull’aereo ho viaggiato con 14 di loro, fino a Roma. Sono diventato testimone di come avvengono queste espulsioni, nella più totale clandestinità.

Qualcuno pensa che non vi siete occupati abbastanza di loro, che non eravate preparati ad aiutarli per fare domanda di asilo.

Come aiutare i 37 naufraghi per me era, a priori, un problema delle ong italiane. Sono stato molto contento di tutte le persone che sono venute sulla nave a dar consigli e aiutare.

Ora siete accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per questo siete finiti in prigione. Com’è stato il vostro soggiorno?

Brutto perché, davvero, non ci aspettavamo di finire dietro le sbarre. Comunque ci hanno trattato bene. In prigione, per la prima volta in vita mia, ho incontrato dei trafficanti di esseri umani. Erano molto interessati al nostro caso. Un giorno uno mi chiede: ma quanto è grande la vostra nave? Dico, 95 metri. Quanto l’avete pagata? Circa 1,8 milioni di euro. Quante persone avete portato? 37. Siete matti? Poi si sono messi a fare i conti, e hanno detto che nella nostra nave si possono infilare 3 mila persone e ripagare le spese con un solo viaggio. Credo che nel club dei trafficanti abbiamo guadagnato la fama dei buoni a nulla.

[ martedì 10 agosto 2004 ]

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