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«In Cielo non sei clandestino»

Celebrato il funerale del profugo liberiano morto nel naufragio

da La Sicilia del 20 agosto 2004

Nella sua terra o faceva il soldato o moriva. Terra di guerriglia la Liberia, terra marcia, gravida di cadaveri, ammorbata dal sangue e dal tanfo di carogna. Per questo fuggiva il giovane dalla pelle scura, forte fino alla fine, fino agli ultimi metri, alla sponda civile. L’unico morto rimasto in coperta, nell’ultimo sbarco al Porto Grande. Al suo funerale, ieri, nella chiesa di Bosco Minniti, c’era molta gente comune, i ragazzi del centro di prima accoglienza, liberiani in gran parte, scampati allo stesso massacro, rappresentanti politici e del mondo del volontariato.

«Siamo forse noi i custodi di questi immigrati? Direbbe oggi Caino – ha osservato nella sua omelia, il sacerdote Carlo D’Antoni – E, ancora oggi, mentre direbbe così, saprebbe in cuor suo di essere lui l’assassino. Se l’Onu facesse davvero gli interessi dei popoli e non fosse invece una struttura in mano ai potentati politico-economici, quest’uomo avrebbe potuto richiedere nella sua patria il diritto ad avere diritti. Se quest’uomo non fosse stato valutato nel suo paese come carne da macello in esubero e da noi come mera forza-lavoro a basso costo; se l’Europa Unita negli interessi, dopo essersi abbeverata per secoli con il sangue del colonialismo ora non si comportasse come Ponzio Pilato e se l’Italia si desse una giusta legislazione sul tema dei diritti dei richiedenti asilo politico, quest’uomo non avrebbe avuto un futuro chiuso, la vita vilipesa e svalutata. I miseri della terra non sanno che farsene della pietà e del buon cuore della brava gente. Esigono diritti. Hanno diritto ad abitare la terra. Almeno in cielo non è un clandestino». Il mea culpa non risparmia nessuno.

«Davanti a tanta negazione dei diritti, – ha aggiunto padre Carlo D’Antoni – sono certissimo di poter dire, in nome di Dio e in nome dell’uomo, che questa civiltà è di cartapesta e i palazzi del potere sono di cartapesta e si afflosceranno su se stessi una volta che le lacrime dei popoli li avranno fin troppo inzuppati. Non ci credo che è il terrorismo che fondamentalmente ci minaccia. Anche quello, purtroppo, ed è giusto che prendiamo precauzioni. Che non diventi però il terrorismo l’alibi per sporche politiche imperialistiche. Queste alla fine ingrassano soltanto le fila sterminate dei profughi e uccidono gli innocenti. Altro ci minaccia ed è un cancro che abbiamo dentro. Esso si nutre del disprezzo per la vita umana, di esaltazione del profitto fine a se stesso, si nutre dell’aberrazione dei soldi, che non sono più frutto del lavoro e del genio, ma capitali virtuali».

Veronica Tomassini

[ venerdì 20 agosto 2004 ]

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