30 mila immigrati sfilano a Roma sotto la pioggia contro la legge Bossi-Fini e per i permessi di soggiorno. Senza i sindacati confederali e la maggioranza del centrosinistra.
Avedere sfilare la manifestazione di ieri, che ha portato più di 30 mila persone a Roma sotto una pioggia impietosa, veniva da chiedersi: ma quando finiranno di essere «immigrati»? Mai come in questa occasione è emerso così chiaramente che i bresciani di Nigeria, i cinesi di Roma, i casertani di Liberia, gli spezzini d’Albania sono cittadini di questo paese. E quando sfilano armati di megafoni e striscioni per rivendicare il diritto a vedere l’amministrazione funzionare a dovere - senza dover aspettare un anno per rinnovare i loro documenti - quando urlano dal palco che vogliono uno sciopero per i loro diritti, lo fanno senza chiedere permesso, e con la convinzione di pretendere qualcosa che gli è dovuto. «Vogliamo quello che ci spetta» recitava uno degli striscioni di Action, l’agenzia per la casa dei disobbedienti romani che in quest’ultimo anno è stata capace di mettere insieme italiani e immigrati a partire dal comune bisogno di un’abitazione.
«Working, permesso, permis, rights e dignità» dice lo striscione multilingue del Comitato immigrati campano, che è arrivato su tre treni perché nei due concordati con le ferrovie tutti non ci stavano. «Non più clandestini ma cittadini» scrive l’Associazione 3 febbraio. Il sud è quello che ha fatto la parte da leone, a partire da Roma per arrivare alla Sicilia, da dove sono giunte più di quattrocento persone. Ma anche il nord era presente in forze: c’erano quelli di Cremona, di Varese, di Treviso, di Bologna, di Vicenza, di Verona, di Torino. E poi il Friuli e ovviamente la Lombardia, con Milano, Bergamo e Brescia in testa. E poi Padova che ha portato San Precario, in questa occasione un giovane bangladescio con chiccosi occhiali scuri, carpentiere in una fabbrica. Santo sì, ma stavolta «musulmano». Tantissimi quelli arrivati di propria iniziativa, senza poter contare su treni e pullman organizzati, perché la piattaforma che chiedeva chiaramente la chiusura dei cpt, l’abrogazione della Bossi-Fini senza tornare alla Turco-Napolitano, la libertà di circolazione dei migranti parla a chi quotidianamente lavora sull’immigrazione, ed è stanca di politicismi ed equilbrismi. Lo striscione colorato dell’Arci chiedeva «Libertà di movimento», felice Filippo Miraglia: «Siamo soddisfatti perché questa è la prima manifestazione nazionale in cui è venuto fuori in maniera decisa il protagonismo dei migranti». C’erano anche i rom di Milano con lo striscione «Via Adda non si cancella». Tra le forze politiche il sindacalismo di base era quello più visibile, ma tanti erano anche i migranti iscritti alla Cgil, presenti «a titolo personale» perché la Cgil manifesterà il 18 insieme a Cisl e Uil, su una piattaforma considerata troppo moderata: «Siamo ovunque si difendono i diritti dei migranti - spiega il responsabile della Cgil di Roma, Kurosh Daresh - La Bossi-Fini? Dopo anni in Italia è tornata d’attualità la difesa dei diritti umani». Bernocchi, portavoce dei Cobas: «Ormai i migranti sono una forza organizzata, ma va sostenuta, clamoroso l’errore della Cgil». Solo la Fiom ha aderito, Giorgio Cremaschi e Alessandra Mecozzi presenti. In piazza è stato avvistato Aldo Busi, c’erano l’ex direttore di Liberazione Sandro Curzi, il segretario della delegazione palestinese in Italia ora a rischio espulsione Ali Rashid, e i «soliti» parlamentari vicini ai migranti, Giovanni Russo Spena e Tana De Zulueta, Francesco Martone e Paolo Cento, fino all’europarlamentare Luisa Morgantini.
C’era anche Vittorio Agnoletto: «Mi auguro che le forze moderate del centrosinistra recuperino il tempo perso: bisogna inserire nel programma politico l’abolizione dei cpt e l’abrogazione della Bossi-Fini, ma senza tornare alla Turco-Napolitano».
Di italiani ieri ce n’erano davvero pochi - e invece c’erano i francesi della Rete per la cittadinanza europea di residenza, venuti appositamente - ma alcune presenze erano interessanti, come quella degli studenti. «Gli italiani non ci sono perché non tutto ci viene detto, in tv passa sempre l’idea dell’immigrato che ruba il lavoro o porta la nuova mafia», dice Paola del neonato «studenti contro la guerra» della Sapienza. «Il precariato generalizzato crea frantumazione, non è facile unire le lotte - dice Carlo Cartocci, responsabile immigrazione del Prc - ma in questo la responsabilità del centrosinistra e della politica c’è, bisogna fare di più». «Occorre imboccare una strada chiara, dire che chi è sbarcato ieri deve avere la possibilità di regolarizzarsi», osserva Alessio di Red link.
Ed è proprio a partire dal precariato che oggi è necessario leggere l’immigrazione. Gianni Boetto di Padova, che sfila tra il camion di Melting Pot e una fila di migranti coperti da maschere bianche con su scritto «invisibili», racconta di come dalle occupazioni delle case alle vertenze sul lavoro il passo è breve: «Siamo riusciti a bloccare per un giorno intero la produzione di una cooperativa che voleva trasferire 12 ragazze nigeriane a 150 chilometri di distanza. E loro hanno stracciato la tessera della Uil». Ed è il Comitato immigrati di Bologna a tenere alto lo striscione «Contro la legge Bossi-Fini: ora sciopero!». Babacar ribadirà il concetto dal palco: «I sindacati vogliono da noi solo le tessere, ma uno sciopero no, non lo fanno, non vedono che gli immigrati sono una parte fondamentale del lavoro». «I migranti hanno preso coscienza e non faranno sconti a nessuno», dice Aboubakhar Souhmaoro del Comitato immigrati in Italia. Ma non c’è solo il lavoro, se ti fermi a parlare con gli albanesi di La Spezia la prima cosa che chiedono è «diritto al voto». E poi c’è la partita dei richiedenti asilo, che ieri venivano soprattutto dal sud ed erano soprattutto africani. Portavano tutti grossi zaini sulle spalle, ma non c’era la merce che spesso vendono in strada diventando il bersaglio preferito della polizia. Solo sacchi a pelo, per rimanere a dormire in piazza.