leggi in: | english | français | español | srpsko | shqip | română | عربي | Ingrandisci i caratteri  Rimpicciolisci i caratteri  Versione per la stampa  segnala questo articolo
 

Lampedusa, dove finisce ogni speranza

da L’Unità del 20 marzo 2005

Ripreso il ponte aereo, all’imbarco gli immigrati tentano la fuga. E il centro d’accoglienza rimane blindato.

Saverio Lodato

LAMPEDUSA - Scappano lungo la pista dell’aeroporto inseguiti da un nugolo di poliziotti. Scappano quando, attraverso la voce di un sindacalista che si rivolge loro in arabo, apprendono che è pronto a decollare l’aereo che li porterà in Libia. Quando vengono finalmente informati, attraverso la grata di un cancello spinato, su quali siano i loro diritti. Mancavano pochi minuti alle quattro di ieri pomeriggio. Alla fine dell’ inseguimento, gli immigrati sono stati riportati all’interno del centro. Qualcosa è andata storta nell’operazione pulizia decisa dal ministro Pisanu. È stata la responsabile dell’immigrazione dell’Arci in Sicilia, Carmen Cordaro, presente sul posto, a darne notizia all’Ansa. La situazione a Lampedusa sta tornando caotica e drammatica.

Spazzatura. C’è ancora molta spazzatura che deve essere tolta in fretta dalla circolazione in vista dell’arrivo della stagione turistica. Bisogna proprio sbrigarsi, e tutti si stanno dando da fare: governo, ministeri, prefetture. Sono molto scrupolosi e efficienti, anche perché il lavoro non manca. Ora, a voler essere obbiettivi, la spazzatura non si vede, ma c’è, tutti lo sanno, e ai lampedusani, come a chiunque, avere la spazzatura davanti alla porta di casa non piace per niente. Della spazzatura sono tornati a parlare i giornali e le tv, e anche questo è molto sconveniente. Si sa come vanno queste cose. Però è pur vero che i giornali saranno anche avvoltoi, andranno sempre a «caccia del sangue»- come qui dicono in tanti- ma chi andrebbe a trascorrere le vacanze in un’isola tanto famigerata?

Il mare è uno spettacolo. Le giornate, che si sono allungate a dismisura. Il pesce finisce freschissimo sulle tavole di tutti. L’industria conserviera va a gonfie vele. Molti ristoranti hanno riaperto anticipatamente. Persino le prenotazioni alberghiere sarebbero incoraggianti.

Ma c’è la spazzatura. Domanda collettiva: se continua così dove andremo a finire? I turisti non si faranno vivi. È ovvio. Ma è giusto questo? Non sarebbe molto meglio parlare dell’isola per le sue bellezze? Il fatto è - lo avrete capito - che stiamo parlando di una spazzatura un po’ particolare, spazzatura più ingombrante del solito. Spazzatura umana. Rifiuti umani. Paria. Avanzi a perdere della globalizzazione. Gente senza identità certa, senza nazionalità certa, senza documenti certi. Tutti sputati fuori dalle onde del mare al culmine di misteriose traversate, infreddoliti e denutriti. Carcasse umane, insomma. Per capirci: quelle nuove centinaia e centinaia di africani che da un giorno all’altro, senza preavviso - com’è loro abitudine - a bordo di barconi stracolmi si sono riversati sulle coste di una fra le isole minori di Sicilia più favorite da Dio. E ora che il mare è diventato liscio come una pista da ballo si teme il peggio. Qualche giorno fa ne erano arrivati 1171. Le facce di sempre. Gli sguardi di sempre. I vestiti di sempre. La fame e la sete di sempre. Le versioni contraddittorie di sempre. Sino al primo pomeriggio di ieri, a Lampedusa, ce n’erano ancora oltre seicento. Poi è partito un altro aereo, e il numero è leggermente calato.

Fare in fretta. Non basta, bisogna fare più in fretta, e governo, ministeri e prefetture stanno cercando di mettercela tutta. Con la legge in mano. Con le carte a posto. Con i timbri e i fax perfettamente in regola e protocollati. Naturalmente - non ci vuole molto a capirlo - con il benedicente silenzio dei tg. Vi chiederete: ma dove finisce la spazzatura una volta arrivata a Lampedusa? Finisce nel Carnaio. Il Carnaio è qui, attaccato all’aeroporto. All’interno della stessa area, a dieci metri dalla pista. Il Carnaio è in un’ex costruzione militare, fra alberi d’ulivo, fichidindia e pini marini. Il luogo, in sé, sarebbe bellissimo. Il Carnaio è circondato da fili spinati e cani poliziotto. Il Carnaio è off limits. Il Carnaio è possibile sbirciarlo solo dall’alto, quando si atterra a Lampedusa. Il Carnaio ha un nome chic: «Centro Misericordia». Potrebbe ospitare centonovanta esemplari di spazzatura umana, ma, da qualche giorno, ne ospita almeno il triplo. Mai visto al mondo un aeroporto come questo, con annesso Carnaio. E neanche questo, ai lampedusani, può risultare gradito.

Siamo tornati a dare un’occhiata alla Porta d’Europa. Voci da brivido. Come quella del capitano di un peschereccio mazarese, riportata con rilievo dalla stampa: «Ormai, nel Canale di Sicilia, si pescano più cadaveri che gamberi». Sarà vero? I lampedusani, gente di mare anche loro, di atavica rudezza, questa frase non gliela perdonano. E a me che chiedo del capitano mazarese, chiedono a loro volta: «E che ne ha fatto di tutti questi cadaveri che ha pescato? Li ha ributtati a mare? Se li è portati a casa? Perché non ha mai fatto una denuncia o una segnalazione?».

Monta la protesta. Bene. Al di là delle voci più o meno incontrollabili, un fatto è certo: i lampedusani sono tornati sul piede di guerra. Monta l’esasperazione. La Pasionaria dell’isola, l’amica personale di Bossi e Borghezio, la leghista dalla pelle scura, Angela Maraventano, che nel passato ha fatto tanto parlare di sé, ieri si è presentata davanti al Municipio con sedia e tavolino per raccogliere firme: martedì, con ogni probabilità, a Lampedusa sarà sciopero generale. Contro chi? La leghista dalla pelle scura: «Contro il business rappresentato dall’arrivo di questi immigrati e contro il centro». Business? «Sì. Lì dentro non si fa più volontariato. È diventata un’associazione a scopo di lucro. Tutti ormai hanno capito che gli extracomunitari a Lampedusa questa vita migliore non la trovano. Eppure i politici parlano di potenziare questo centro ancora di più. Devono chiudere, invece, il centro di accoglienza che già c’è». Li dobbiamo ricacciare in mare? «No. I centri devono farli sulle coste africane. Il problema è dell’Europa o di noi lampedusani?».

Il governo italiano vuole liberarsi dalla spazzatura. Si capisce. Ma a tutto dovrebbe esserci un limite. È vero che i paria africani arrivano dalla Libia. Ma è pur vero - e al solerte ministro dell’interno il dettaglio non dovrebbe essere sfuggito - che questi disgraziati arrivano dalla Libia per modo di dire. La Libia, infatti, è diventata un gigantesco centro di raccolta di immigrati provenienti da almeno una decina di paesi africani. Sono stati fotografati, filmati, intervistati, lungo le piste carovaniere che sono costretti a attraversare a costo di sacrifici spesso al limite della sopravvivenza, e dietro congruo esborso di danaro. Possibile che al Viminale la voce non sia arrivata? Insomma: dire che chi si riversa sulle coste di Lampedusa è libico, equivarrebbe a dire che i finnici che entrano in Italia da Ponte Chiasso sono tutti svizzeri italiani. Eppure quasi metà di quelli arrivati l’altro giorno sono stati rispediti in Libia. Domanda al ministro: che ne faranno i libici? Ci sembra di sentire l’obiezione: ma questa spazzatura dove volete che la mettiamo? Riposta: vorremmo almeno che non finisse sotto terra, o in qualche segreta. Almeno un po’ di coerenza: Fini, qualche mese fa, voleva dare loro il diritto di voto. Ora, invece, vengono rispediti nella bocca del leone.

Il Carnaio. Ma torniamo al Carnaio. Bruno Siragusa, il sindaco: «Ma secondo lei, se in un centro che può accogliere duecento persone ce ne infila dentro sei volte di più, non trova normale che poi divenga un lager? Non dovremmo mai dimenticare la pietas: gli occhi di questa gente ci parlano di fame e disperazione...». Incontro invece padre Leo Argento, parroco di Lampedusa, fra un funerale e il pranzo (pasta con le fave) offerto ai poveri della parrocchia nel giorno di San Giuseppe: «Anch’io mi sto convincendo che i lampedusani, in fondo, non hanno tutti i torti...». In che senso? «Nel senso che non è accettabile che quest’isola rimanga ancora senza un ospedale e che la gente sia costretta ad andare ad operarsi, a partorire, a farsi visitare, a Palermo, a Catania o nel resto d’Italia... No, non parliamo del centro accoglienza. Di quello che accade là dentro non so nulla. Ho chiesto più volte di potere entrare. Ma non mi è stato mai concesso».

E qui arriviamo alla nota dolente. Il Carnaio, lo dicevamo all’inizio, è off limits. Non possono entrarci le delegazioni delle organizzazioni umanitarie, è stato sbarrato l’accesso ai delegati dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, figurarsi alla stampa. Mi sono presentato ai cancelli e il maresciallo dei carabinieri (per altro gentilissimo) mi ha detto che per entrare è necessaria l’autorizzazione del ministro. Se chiedi del Carnaio la risposta è: «acqua in bocca e carte a posto». Pare che dentro ci lavorino una decina di palermitani, oltre a qualche lampedusano. Quest’ultimi, fino a qualche tempo fa, erano di più, ma lentamente sono stati licenziati. «Perché hanno preso personale da Palermo? - mi chiede l’assessore comunale alla sanità Antonio Mirabella, che è anche medico - Non potevano fare gestire il centro esclusivamente agli isolani?». Assessore, ma almeno lei che è medico, l’hanno mai fatta entrare? «Macché. Ho chiesto, ma non se ne parla nemmeno».

Forse è meglio che l’opinione pubblica non sappia certe cose?

[ domenica 20 marzo 2005 ]

| presentazione | contatti | web design HCE s.r.l. | server Ipse Digit s.c. | 2003-2007 creative commons |