Le hanno fracassato il cranio. Poi l’hanno buttata in mare. Così, secondo l’autopsia, è stata uccisa una delle vittime al largo di Ragusa. Parla una supersite
ALFREDO PECORARO
RAGUSA
«Sono partita dalla Cina sei mesi fa, con un volo Pechino-La Valletta, via Milano. Nel mio paese, Sungij, ho lasciato mio marito e mio figlio di 8 anni, perché avevo bisogno di trovare un lavoro per guadagnare quanto basta per dare alla mia famiglia un futuro decente. Poi il mare... l’acqua gelata». Iam Zhang si guarda intorno, ancora ha qualche linea di febbre. E’ una donna piccola, magra, capelli neri. Prima di partire per il centro di accoglienza di Ragusa, racconta la sua tragedia. Gli scafisti che puntano la pistola. Gridano. L’ordine di buttarsi dal motoscafo. Gli spintoni. Poi il tuffo in mare aperto, aggrappata al salvagente. Momenti drammatici, frammenti di memoria in una donna provata, sconvolta, che in Cina ha lasciato tutto, per un sogno che si è trasformato in incubo. Iam ha qualche vuoto. L’ultima immagine è quel salto nel buio. Con lei nel motoscafo c’erano altre due donne, una s’è salvata, l’altra è morta. Ma Iam non se ne ricorda. Eppure sul motoscafo qualcosa di sconvolgente è successo. Sul cadavere della donna ripescato insieme ad altri cinque corpi a largo di Ragusa i medici legali hanno riscontrato segni di percosse. La testa della donna è fracassata, sul corpo e sul volto l’autopsia ha rivelato graffi ed echimosi. Forse la donna si è opposta agli scafisti quando hanno imposto ai 15 cinesi, con la minaccia delle pistole, di buttarsi in mare. Anche altri sopravvissuti, interrogati, non avrebbero chiarito, al momento, le fasi della strage. Resta il fatto che una donna è stata picchiata e gettata in mare, una morte disumana.
Iam Zhang, 36 anni, intanto, ha ricostruito la sua odissea, parlando in una saletta dell’ospedale di Modica. Conferma le ipotesi investigative sull’esistenza di un racket di immigrati sull’asse Cina-Malta-Italia. «Ad ottobre - racconta - ho cominciato a frequentare a La Valletta un corso a pagamento, poi mi sono trasferita a Sliema, dove riuscivo anche a guadagnare qualcosa lavorando in un bar. Poi ho saputo che era possibile raggiungere l’Europa, attraverso la Sicilia. Ma non pensavo che si trattasse di una cosa illegale, né che avrei rischiato la vita». Si ferma, Iam sembra chiedere conforto. «Alla partenza - prosegue in uno stentato inglese - i due scafisti ci hanno garantito che prima dell’alba ci avrebbero fatto sbarcare in Sicilia. Il mare era calmo. All’improvviso, hanno cominciato a parlare tra di loro alzando il tono della voce, forse litigavano. Ci indicavano le luci di una città vicina, siete arrivati».
In realtà quelle luci non erano di un centro abitato ma della piattaforma petrolifera Vega, a 15 miglia dalla costa ragusana. «Noi non volevamo scendere - aggiunge la donna - Qualcuno di noi ha protestato, ma loro si sono arrabbiati e hanno tirato fuori una pistola. I miei compagni di viaggio si rifiutavano di lanciarsi in mare, ma quando i primi sono stati spinti la situazione si è fatta più difficile. Alla fine tutti siamo stati costretti a scendere, o buttati in acqua con la forza». Gli inquirenti, che indagano per strage, stanno cercando altri riscontri. Nei loro confronti, per il momento, non scatterà alcun provvedimento di espulsione. Un impulso importante alle indagini potrebbe arrivare dall’analisi dei tabulati del traffico telefonico dei cellulari delle sei vittime, ritrovati in alcuni sacchetti di plastica, e che conterrebbero numeri di cellulari italiani. A Malta sono state fermate quattro persone. Le autorità maltesi hanno assicurato «piena collaborazione» con l’Italia dopo che il procuratore di Modica, Domenico Platania, ha denunciato che «Malta non collabora».
Intanto il barcone che si è arenato ieri sulla spiaggia di Marina di Acate, nel ragusano, potrebbe essere lo stesso avvistato mercoledì sera, a 90 miglia a sud di Lampedusa, dal motopesca italiano «Cartagine», e poi scomparso. A bordo c’erano circa cento immigrati (60 sono stati fermati). Il barcone sarebbe partito dalla Libia, e avrebbe navigato per due giorni e mezzo. Tutte circostanze «compatibili» con le segnalazioni del peschereccio. Avrebbe deciso di modificare la rotta, dopo l’avvistamento, puntando non più su Lampedusa ma verso le coste sud orientali della Sicilia.