Zabihullah Bacha se n’è andato il 31 marzo con un volo Fiumicino-Karachi. Il giorno dopo era nuovamente nella sua casa di Tordher, nel nord del Pakistan, con in cuore la certezza che suo figlio Syed Habib non avrà mai giustizia.
Syed Habib è una delle 283 vittime del naufragio del Natale 1996, il cosiddetto "naufragio fantasma" per il quale proprio oggi, davanti alla corte d’assise di Siracusa, è fissata l’ennesima udienza di un processo che si trascina stancamente da mesi.
Ma la delusione di Zabihullah, che nella sua regione è un’importante autorità religiosa, non deriva dal processo, né dal fatto che nella lista degli imputati ci sia solo un nome (o al massimo due, secondo come andrà a finire una complicata disputa tecnico-giuridica ancora in corso), né dalla constatazione che tutti gli altri responsabili della tragedia - un’ottantina di persone, buona parte delle quali individuate - l’abbiano fatta franca.
Tutto sommato a quest’ingiustizia s’era rassegnato. Ormai da anni, da quando i genitori delle altre vittime gli hanno conferito il mandato di rappresentarli in tutte le sedi internazionali, Zabihullah ha a che fare con i tribunali italiani, greci e maltesi. E ha imparato che, a dispetto di quel che c’è scritto nelle loro costituzioni, i paesi occidentali danno un peso diverso alla vita e alla dignità umana. E’ un uomo di mondo.
La delusione del padre di Syed Habib è fatta di sorpresa, di sconcerto, di amarezza. In effetti, quel che gli è capitato lascia sbalorditi.
Quando, alla fine dello scorso dicembre, arrivò a Fiumicino, in molti lo notarono. Piccolo di statura, turbante, tunica e barba bianchi, attraversò i corridoi dell’aeroporto sorridente e cordiale, si sedette al tavolino di un bar e bevve un cappuccino solennemente: come se compisse un rituale d’amicizia con l’Italia. Poche ore prima aveva ottenuto il visto e aveva preso il primo aereo per Roma. Una bella fatica per un uomo di settant’anni già molto provato dalla vita. Eppure quel giorno Zabihullah era soddisfatto. Avrebbe potuto, finalmente, raccontare a un giudice la storia di Syed Habib e dei suoi 282 compagni di sventura.
L’ha fatto a Siracusa nell’udienza del 19 gennaio. A volte la commozione l’ha costretto a interrompersi ma, alla fine, è riuscito a dire tutto ciò che gli premeva. In particolare che gli stessi trafficanti che nel 1996 organizzarono il viaggio della morte continuano a operare come prima, tranquilli e indisturbati, arricchendosi sulla pelle di migliaia di migranti asiatici.
Le sue dichiarazioni sono state totalmente ignorate dai giornali e dalle tv che pure avevano appena finito di recitare un corale mea culpa sull’indifferenza assoluta, la sciatteria professionale e il cinismo coi quali, nel 1996, trattarono la tragedia.
Ma nemmeno di questo Zabihullah si è stupito. Ormai ha una certa esperienza di Occidente. La cosa più importante per lui era esserci in questo Occidente: testimoniare, con la sua presenza, l’amore per Syed Habib i cui resti - come quelli di tutte le altre vittime - continuano a giacere nel fondo del Canale di Sicilia nonostante da quasi quattro anni si sappia esattamente dove si trovano e nonostante un altro mea culpa, quello recitato della classe politica dopo che, nel 2001, il relitto ancora circondato dai resti umani dei migranti fu individuato a filmato nel Canale di Sicilia.
Tutto sembrava andare per il meglio. Il presidente della Corte d’assise non aveva avuto alcuna difficoltà a rilasciargli una dichiarazione che attestava il suo ruolo di testimone. Si trattava solo di andare in questura e avere un permesso di soggiorno per motivi di giustizia valido fino alla conclusione del processo. Il problema è nato a questo punto. La dichiarazione del magistrato di Siracusa, a quanto pare, non bastava. Ci voleva qualcosa di più: un decreto. Questo, almeno, è quanto ha capito Zabihullah prima di ritrovarsi in un pantano burocratico, in una di quelle situazioni dove si fa fatica a individuare la persona o l’ufficio cui rivolgersi.
Nemmeno questo l’ha colto di sorpresa. Conosce molto bene la burocrazia italiana. E’ stata, assieme ai mercanti di uomini, il killer di suo figlio. Syed Habib, infatti, viveva in Italia fin dall’inizio degli anni Novanta e nel gennaio del 1996 aveva presentato regolare domanda di permesso di soggiorno. Il documento purtroppo non era ancora pronto quando, due mesi dopo, la madre s’ammalò. Tornò in Pakistan senza alcun problema, perché per partire non ci vogliono autorizzazioni. Per tornare invece sì: dovette rivolgersi ai trafficanti ed ebbe la disgrazia di imbattersi proprio negli organizzatori del viaggio della morte.
La memoria delle cause della tragedia della sua famiglia, in un certo senso tranquillizzava Zabihullah. Pensava, come gli avevano assicurato, che quel problema formale sarebbe stato risolto. Riteneva, a torto, che i meccanismi burocratici trovino un limite nell’umana pietà.
Così c’è rimasto malissimo quando, qualche giorno dopo Pasqua, la polizia l’ha fermato per un controllo, ha constatato che non aveva i documenti in regola, che insomma era un clandestino, e l’ha portato in un commissariato. Sarebbe anche finito in un centro di permanenza temporanea se, informata della vicenda, Tana De Zulueta, uno dei pochissimi parlamentari italiani che si sono occupati della tragedia del Natale del 1996, non avesse telefonato alla polizia spiegando che quel vecchio non era un clandestino ma solo un padre disperato che cercava giustizia.
Dunque Zabihullah è uscito dal commissariato, è tornato nella casa degli amici pakistani dai quali era ospite, ha fatto la valigia, ha acquistato il biglietto per Karachi e, in silenzio, se n’è andato via.