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Redazione Parma ]

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Parma - Oltre cinquemila i clandestini nel parmense

Viaggio nel sommerso: tra chi cerca un lavoro dignitoso e chi ha scelto la scorciatoia della criminalità

Da Gazzetta di Parma del 31 maggio 2005

Il popolo dell’ombra. Non viene da nessun luogo, in nessun luogo risiede. E’ come se galleggiasse in una sorta di limbo: senza diritti nè legge (a volte). Impossibile il censimento, impossibile fornire cifre precise. Ma, correndo il rischio di sbagliare più per difetto che per eccesso, si può dire che almeno cinquemila sono i clandestini immigrati tra la città e la provincia. I più lavorano: in nero, nel «sommerso» , dove le ombre si mimetizzano al meglio o dove sono spesso costrette a stare. Senza alcuna tutela, guadagnano per sè e per le famiglie e «guadagnano» per i datori di lavoro, liberi dal peso di buste paghe e contributi. Altri no. Altri imboccano scorciatoie: le cercano o ci si ritrovano in mezzo senza nemmeno averlo deciso. Spacciano, rubano o si prostituiscono (o gestiscono il mercato del sesso). Li si conta nelle retate delle forze dell’ordine, nei bilanci degli arresti. Li si «invita» ad andarsene dall’Italia, sapendo benissimo che al massimo cambieranno città. Poi, li si raccoglie in un lago di sangue, accoltellati a morte. Come Abdallah Mongi, il nordafricano (lo si credeva marocchino in un primo tempo, in realtà sembra fosse originario della Tunisia) di 26 anni ucciso lungo via Europa. Nel luglio del 2004, era finito in manette a Parma per non aver ottemperato al decreto d’espulsione emesso a suo carico dalla questura di Catania. Qualche giorno di cella, poi era stato rilasciato. E questa volta non aveva nemmeno preso il largo. Ora tornerà al di là del Tirreno in una cassa di zinco. Passano gli anni e si rivoluziona il ritratto della clandestinità a Parma e in provincia, dove sempre più immigrati irregolari lavorano nell’agricoltura. Basta spulciare tra le pagine della cronaca: trovare albanesi che vivono qui senza permesso di soggiorno è sempre p ù difficile. L’ultima sanatoria, del 2002, ha sistemato parecchie situazioni per chi è immigrato dal Paese delle aquile. Resta invece alta la percentuale di maghrebini irregolari. Mentre il traffico dei gommoni attraverso il canale d’Otranto si è diradato, quello dei barconi dei «balzeros» con l’acqua alla gola provenienti dalle coste del Nordafrica è intenso.
Tunisini e marocchini rappresentano buona parte della massa di questi «viaggiatori» con il biglietto di sola andata.
La trafila, ormai, è consolidata: lo sbarco a Lampedusa, l’ingresso nel centro di prima accoglienza, sempre stracolmo, e il dirottamento in altre strutture. Dalle quali i più prendono il largo. Tempo una ventina di giorni o un mese, e chi è stato accolto a Lampedusa viene controllato dalle forze di polizia nelle città del Nord. Scatta l’invito al rientro in patria: che rimane lettera morta. Perchè una cosa lo sa bene, chi si prepara a venire in Italia: qui in carcere si fa fatica a restare. Anche se ci si dedica ad attività illecite (figuriamoci se ci si limita a sopravvivere nell’ombra della clandestinità, ma lavorando). Gli strumenti per arginare il fenomeno sono blandi, rispetto a quelli di altri Paesi europei: e quelli che vogliono venire in Italia a ogni costo lo sanno benissimo. Magari non conoscono una parola d’italiano, ma di solito portano con sè, nel loro magro bagaglio, una cultura giuridica di tutto rispetto. Non mancano i casi di clandestini (ma anche di «regolari») che hanno fatto fortuna con la droga. A Parma, buona parte dello spaccio è gestita da loro. Dieci anni vissuti «pericolosamente», e ci si sistema. A volte è un calcolo. L’arresto fa parte dei «rischi del mestiere»: c’è chi s’è fatto anche tre anni di carcere, ma intanto ha guadagnato il necessario per tornare in patria da «americano». Con il gruzzolo per l’avvio di un’attività, l’acquisto di una casa e di una bella macchina.
Casi sporadici, rispetto a quelli rappresentati dalla stragrande maggioranza degli extracomunitari. Anche clandestini. Tra i maghrebini senza permesso di soggiorno, sono molti quelli che lavorano nell’edilizia, in piccole imprese dai piccoli scrupoli, che si muovono agilmente nel gioco dei sub sub sub appalti. Numerosi i loro ritrovi: nella zona della stazione e tra i borghi del centro, nelle vicinanze dei call center. Luoghi frequentati anche dai clandestini dell’Africa centrale, a loro volta impiegati nell’edilizia. Spesso, questa gente è sfruttata due volte: dai datori di lavoro e dai proprietari di case. C’è chi paga anche 400 euro, per condividere con altri dieci un appartamento in qualche borgo del centro. Chi non ha i soldi o non ha nessuno che lo ospiti, si rifugia sotto i ponti o nei casolari abbandonati. In condizioni igieniche da brivido. Le donne del «popolo dell’ombra» , invece, provengono sempre più spesso dai paesi dell’Europa dell’Est. Moldavia (e Romania: Paese dal quale si entra nell’Unione Europea senza visto) in testa: trovano spesso lavoro come badanti. Lavoro nero, che permette anche a molte famiglie parmigiane senza grandi possibilità economiche di avvalersi del loro aiuto, in cambio di vitto, alloggio e uno stipendio minimo. Pochi i momenti di libertà, per queste donne che spesso si trasformano in «angeli custodi» dei nostri anziani non autosufficienti. Il loro luogo d’aggregazione, nelle ore fuori dal lavoro, è soprattutto il parco Ducale. Infine, ci sono i cinesi. Un mondo chiuso, a sè, al quale appartiene chi trova un lavoro in nero e chi lo offre. E’ qui che l’ombra è ancora più profonda.

[ giovedì 2 giugno 2005 ]

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