di ATTILIO BOLZONI
Il villaggio di Zuwarah è oggi il principale porto d’imbarco utilizzato dai mercanti di schiavi - Una striscia di deserto affacciata sul mare al confine tra Libia e Tunisia: è da qui che salpano le carrette che puntano verso l’Europa.
Oggi i boss non hanno nemmeno più bisogno degli scafisti: vendono la nave agli immigrati e poi la traversata è fai-da-te.
Viaggiano anche per settimane su sgangherati furgoncini e nei cassoni dei camion, trasportati come bestie, poi ammassati in quel caravanserraglio che è diventato il villaggio di Zuwarah. Sotto le tende e sotto le palme aspettano il loro «capitano» e la nave promessa. Pagano sempre in dollari e muoiono sempre in mezzo al mare.
E’ l’ultima rotta dei mercanti di uomini quella libica, è l’ultimo passaggio per l’altro mondo. Dopo le coste turche, dopo i porti maltesi e quelli tunisini, partono soprattutto da questo deserto i carichi di clandestini. L’accampamento è controllato da boss di Sfax e di Capo Bon, ci sono complici libici naturalmente, ci sono bande centro africane che gestiscono i viaggi via terra, ci sono intermediari egiziani che dirottano migliaia e migliaia di schiavi provenienti anche dall’Oriente. Tutti o quasi tutti approdano ormai in fondo all’Italia, è in Sicilia che sbarcano, è questo il fianco scoperto dell’Europa dopo la grande invasione dai Balcani.
Quelli della Guardia Costiera di Lampedusa se n’erano accorti almeno dal gennaio scorso. Da qualche tempo intercettavano velocissimi gommoni al largo, erano scafi grigi fabbricati a Tripoli. Facevano proprio come gli albanesi alcuni anni fa, invece di attraversare l’Adriatico li facevano sfrecciare sulle onde del Mediterraneo. Piccoli trasporti, dieci o dodici o quindici passeggeri per ogni traversata con il traghettatore che li scaricava sugli scogli (o in acqua) e poi se ne tornava indietro. Un paio di volte hanno preso lo scafista e sequestrato il gommone, i clandestini - dopo aver fornito false indicazioni sul luogo di partenza - confessavano agli agenti il porto di imbarco: era sempre quello di Zuwarah. Ma erano prove generali quelle sui gommoni grigi. Dopo i piccoli carichi di schiavi è partito il commercio alla grande. E senza eccessivi rischi per i mercanti.
Il business funziona pressappoco così. Li fanno arrivare fino a Zuwarah, li tengono lì per qualche giorno, poi a un gruppo di ottanta o cento o centodieci clandestini fanno comprare un barcone, nominano uno di loro comandante dell’imbarcazione, gli mettono in mano una carta nautica e mollano le cime. Incassano fino a 100 mila dollari, circa 1000 dollari a persona per un «viaggio tutto compreso» senza utilizzare scafisti e senza il pericolo di farsi arrestare dalla polizia italiana. Si sono fatti furbi gli schiavisti, godono protezioni in tutto il Magreb, sono svelti nel cambiare rotte e strategie. Si sentono padroni nel Mediterraneo.
Negli ultimi due anni le loro basi operative sono state velocemente spostate da Gibilterra fino ad Alessandria d’Egitto e oltre ancora. Nel 2000 salpavano dalle coste turche le loro navi e si dirigevano verso la Calabria, pochi mesi dopo è diventata Malta il centro di ogni traffico con le barche che scaricavano migliaia di clandestini sulle coste del Ragusano, nel 2001 e nel 2002 hanno scelto come punti di imbarco i porti e le baie della Tunisia e per ultimo quella striscia di deserto al confine libico. I capi sono quasi tutti tunisini e operano quasi indisturbati in molti Paesi. Raccontava qualche mese fa Zina Saidi, una tunisina di Kairouan che per un po’ di tempo ha fatto commercio di schiavi tra la penisola di Capo Bon e La Valletta: «Nelle polizie di alcuni paesi e in tutti quei reparti che dovrebbero sorvegliare il mare ci sono uomini senza scrupoli, molti sono venduti... a volte incassano una tangente per far passare i pescherecci, altre volte si mettono d’accordo con i trafficanti per portare via tutti i soldi ai clandestini». La donna un paio di anni fa si è pentita, a Malta i suoi ex soci l’hanno sequestrata mozzandole le orecchie, è riuscita a fuggire in Italia dove ha rivelato nomi e storie di alcuni trafficanti di «esseri umani».
A Tunisi molti di loro sono ancora liberi. Scorrazzano dalla capitale fin giù a Sousse o a Sfax sui loro fuoristrada per contattare «mediatori», ricevono in bar della capitale o in lussuosi alberghi sulla costa di Hammamet gli «ordini» per questo o quell’altro imbarco, gestiscono anche loro accampamenti dove raccolgono gli schiavi prima di caricarli sulle loro carrette. Uno dei grandi campi tunisini è nella laguna di Korba, campagna rigogliosa e fenicotteri a centocinquanta chilometri da Tunisi. Il capo dei capi dei negrieri di quella zona e forse dell’intera Tunisia è Baddar Driss, un malavitoso di Menzel el Bouzelfa che chiamano «lo sfregiato» per una vistosa cicatrice che segna la sua guancia destra. La sua ciurma è là nella laguna, i suoi luogotenenti sono sparsi dal nord fino al deserto salato intorno a Tozeurs. Lui fa traffico di schiavi solo dalla Tunisia, molti dei suoi compari vanno avanti e indietro da Malta. Come faceva fino a poco tempo fa «Donna Provvidenza» - vero nome Fatma Kalloufi - un’altra tunisina che aveva preso casa e perfino marito a La Valletta proprio per smistare carichi di egiziani e pakistani verso la Sicilia. E’ andata male a «Donna Provvidenza». Dopo una cinquantina di sbarchi è stata arrestata e rispedita a Tunisi. Però non si sa bene che fine abbia fatto.
Addosso ad alcuni negrieri della sua cosca hanno trovato un po’ di carte. Nomi di italiani. Numeri di telefono italiani. Indirizzi italiani. E’ cominciata così un’indagine sulle coperture che i trafficanti di uomini del Magreb potrebbero avere anche qui, in Sicilia e nel nord Italia. Fino ad ora si è scoperto poco e niente, solo vaghi sospetti su presunti fiancheggiatori, personaggi comunque fuori dal grande giro del crimine organizzato. In tutta questa vicenda del traffico internazionale di schiavi si può affermare - almeno al momento - che le nostre mafie e soprattutto quella siciliana siano totalmente disinteressate. Una spiegazione convincente c’è. Ai disperati che riescono ad approdare sulle nostre coste non c’è da spremere più nulla.