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«Campo» e «nomade»: associazione fatale

da Il Manifesto del 30 giugno 2005

L’antropologo Leonardo Piasere: «Da sempre i campi sono il luogo dove mettere chi non ha un posto» I rom sono la minoranza più numerosa dell’Unione europea, eppure da sempre sono l’emblema dello straniero. La società è ossessionata dal nomadismo

GIOVANNA BOURSIER

I cosiddetti campi-nomadi sono luoghi dove quasi nessuno mette piede. Costruiti sull’emergenza flussi degli anni `60 e `70, continuano a esistere in ogni periferia urbana, negli angoli dove le città accumulano rifiuti, vicino alle discariche, in bilico sui greti dei fiumi o sotto i viadotti autostradali. Sono ghetti inutili dove si ammassano uomini, donne e bambini. Circa 150.000 dicono le cifre ufficiali che però non considerano nuove emergenze che aggiungono altre persone dove è impossibile vivere. Basta entrarci: puzza, fango, baracche, pochi servizi igienici, a volte nemmeno la corrente elettrica. Difficile sapere quanti sono perché oltre a quelli autorizzati ne esistono altri, che si creano spontaneamente, rifugi per chi quasi sempre fugge da guerra e povertà. Leonardo Piasere insegna antropologia all’Università di Verona. E’ uno dei massimi studiosi italiani del mondo rom sul quale ha pubblicato molti libri (ultimo I rom d’Europa per Laterza) utili a capire prima di giudicare. «I campi nomadi - ci dice - non sono che una delle varietà della forma campo, dei tanti campi che conosciamo, costruiti nella tradizione inventata verso fine `800 e che arriva a oggi, dai campi profughi ai Cpt. Una delle forme più aberranti è stata quella dei campi di sterminio. In generale i campi servono a dare un posto a chi non ce l’ha, ma anche a piazzare, a fermare. Fanno parte dell’architettura del mondo attuale ma ne scriveva già Anna Harendt. Luoghi dove mettere chi risulta "in più" in seguito alla struttura politica degli stati nazione che il mondo si è dato».

Rom e Sinti rappresentano la minoranza più importante dell’Unione Europea eppure, nell’immaginario diffuso, corrispondono ancora a chi non ha un luogo. L’essere rom ha sempre evocato l’idea di persone denazionalizzate e desocializzate, il che ha permesso di associare l’essere nomadi (veri o presunti) all’essere stranieri. Ancora oggi il nomadismo permette di stigmatizzare in categorie immutevoli persone che vivono tra noi da secoli e che, in gran parte, non sono per niente nomadi. «Così si possono non considerare parte integrante della società - spiega Piasere - perché la diatriba tra nomadismo e sedentarietà è ininfluente. Siamo noi a chiederci se sono nomadi o no. E se non fossero né l’uno né l’altro? La vera caratteristica del nomadismo rom è di non esserlo mai completamente». Invece spesso trattiamo da nomadi quelli che non lo sono mai stati, come parte dei rumeni e dei serbi, mettendoli nei campi dove non hanno mai vissuto. Viceversa trattiamo da sedentari i sinti del nord o i Lovara che invece praticano da secoli la mobilità. «L’unica cosa che ci interesse è mantenere le distanze - prosegue Piasere - Segnalare che non sono cittadini. Se scappi dalla guerra o dalla fame cadi subito nelle categorie del nomade, del profugo. E finisci in un campo. Lì non hai più diritti. Come nei Cpt. Perché lì lo stato di diritto nega se stesso, costruisce luoghi dove vige lo stato di eccezione. Nei campi nomadi le leggi non esistono. Tutto è in deroga: le norme sull’edilizia o sulle strade, così strette che non passano nemmeno i pompieri. Si nega la cittadinanza, e la si usa come arma di ricatto e così scadono anche i diritti umani. E infatti si possono buttare uomini, donne e bambini in mezzo alla strada». Come dire: accosti due parole, campo e nomade, e stabilisci ogni possibile conseguenza.

[ sabato 2 luglio 2005 ]

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