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Il sì dei movimenti: «Ma ora fatti concreti»

da Il Manifesto di martedì 11 luglio

La Rete No Cpt presente al forum pugliese apprezza Vendola e lancia un autunno di mobilitazioni

Erano pronti anche a fischiare, se qualcuno dei governatori avesse parlato di «umanizzazione» piuttosto che di «superamento» dei Cpt. Perché sapevano bene che all’interno del centrosinistra non tutti la pensano allo stesso modo sulla sorte dei Centri di permanenza temporanea per immigrati e si aspettavano che la richiesta di Vendola fosse isolata o magari trasformata in un’iniziativa per migliorare le condizioni di vita all’interno dei centri e non per chiuderli. Non è accaduto nulla di tutto ciò, nonostante la bozza finale firmata dai 15 presidenti regionali di fatto non recepisca nessuna delle loro richieste e lo spazio concesso ai movimenti nel forum sia stato poco. Ci ha pensato Nichi Vendola a smorzare qualsiasi sospetto mettendo subito le cose in chiaro. «I cpt sono una storia da chiudere, non da umanizzare», ha detto strappando l’applauso anche degli attivisti dei centri sociali del nord-est, arrivati con una piccola carovana e tra i più diffidenti. E ancora: «Non si può pretendere legalità se non si pone fine alla condizione di illegalità», «vorrei che fossimo in grado di dire benvenuto a chi valica il mare e non la delusione di un cpt», e così via discorrendo di Europa sociale e nuove politiche sull’immigrazione.

E’ forse la prima volta che un rappresentante istituzionale si trova così in sintonia con i movimenti, e nel pantano della sinistra italiana tutto ciò fino a ieri appariva impensabile. Per questo la genericità del documento finale, frutto del compromesso e ammessa dallo stesso Vendola, passa un po’ in secondo piano. Anche perché, osserva Luca Casarini, «è sbagliato pensare che tutto si risolve con la bozza approvata. I movimenti ora devono mettere in campo delle iniziative, non essere subalterni e attraversare luoghi come questi con disponibilità ma anche diffidenza. Noi abbiamo utilizzato coscientemente quest’iniziativa per legittimare chi lotta e magari si prende denunce o viene arrestato».

Una delle cose che stanno più a cuore al movimento è infatti una iniziativa politica per l’amnistia o la depenalizzazione dei «reati sociali». Ovviamente non ci si fanno molte illusioni su quello che pensi una parte del centrosinistra, anche se Filippo Miraglia dell’Arci chiede che la chiusura dei Cpt sia inserita nel programma dei primi cento giorni dell’Unione. Così come il documento finale viene ritenuto un po’ da tutti «debole» e ora ci si aspetta atti concreti, come il «boicottaggio delle strutture che gestiscono i centri», alla quale si affiancherà la mobilitazione dei movimenti. In sintesi: un campeggio «contro le deportazioni» quest’estate a Licata, in Sicilia; una giornata di mobilitazioni e azioni nei territori a settembre; due grandi manifestazioni a ottobre davanti ai Cpt di Gradisca e di Bari, dei quali è prevista l’apertura; e infine una manifestazione nazionale per l’abrogazione della legge Bossi-Fini nel mese di novembre.

E’ però un fatto che l’iniziativa istituzionale del governatore pugliese è riuscita a riunire come non accadeva da tempo associazioni come l’Arci e Medici senza frontiere, Cgil e Fiom, attivisti antirazzisti e la galassia ex disobbediente, e grazie a questo nei prossimi mesi l’azione del movimento sarà rivolta soprattutto al tema dell’immigrazione.

A parlare per la Rete no Cpt, che comprende un’ampia fetta di movimento, è don Angelo Cassano, prete di frontiera nel popolare quartiere Japigia, che ricorda il primo Cpt «a cielo aperto», nel `91 allo stadio della Vittoria di Bari dove furono portati mille albanesi, e legge un documento approvato il giorno precedente in un’affollata assemblea con rappresentanti di movimenti e associazioni arrivati da tutta Italia. «Accogliamo positivamente l’iniziativa dei presidenti di regione e rivendichiamo il percorso di movimento che l’ha resa possibile», comincia.

Segue una critica feroce alla legge Bossi-Fini ma anche alla precedente Turco-Napolitano, «che rifiutiamo», e uno sguardo a quanto accade nel resto d’Europa ma anche al di fuori. Perché combattere i cpt non vuol dire guardare solo al proprio orticello, ma opporsi «alle delocalizzazioni delle politiche di controllo e all’allestimento dei campi all’esterno dell’Ue». Obiettivi decisamente controtendenza e ancora più difficili da raggiungere, all’indomani dell’attentato di Londra e quando la discussione politica verte sulla possibilità di ulteriori strette securitarie.

Angelo Mastandrea inviato a Bari

[ lunedì 11 luglio 2005 ]

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