“Ogni individuo ha il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute ed il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia e in ogni altro caso di perdita di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà”
(Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani)
I nuovi avvenimenti di queste ultime settimane, in Italia e in Europa, documentano la gravità del problema abitazione per i migranti.
Persistono aree estese di disagio amplificate dalle difficoltà che i migranti incontrano nell’affrontare il problema casa. Sono in continuo aumento le situazioni di precarietà per gli stranieri, soprattutto dopo l’emanazione del nuovo regolamento attuativo, il quale introduce delle novità relative al contratto di soggiorno, condizionato dalla verifica di determinati requisiti tra cui la dimostrazione e la verifica della disponibilità di un alloggio idoneo, in base ai parametri previsti dalle leggi regionali per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica.
Infatti, diversamente dal lavoratore italiano, il lavoratore straniero per poter sottoscrivere un contratto di lavoro - e quindi stipulare un regolare contratto di soggiorno con il proprio datore di lavoro - non solo deve essere in possesso di un alloggio ma deve anche dimostrare che esso sia idoneo per metratura, numero di stanze e condizioni igienico-sanitarie.
Alle discriminazioni sancite dalla legge Bossi-Fini e dal relativo decreto attuativo si aggiunge il quadro delle trasformazioni innescate dalla legge 30 sul mercato del lavoro - a loro volta anticipate dall’approvazione del pacchetto Treu - che hanno introdotto contratti in cui il lavoratore è sempre meno tutelato. Rapporti di lavoro discontinui, a progetto, a chiamata e a breve termine da un lato non offrono le garanzie richieste dai Comuni per accedere ai bandi per l’assegnazione delle case popolari e dall’altro non consentono alcun progetto economico come il costante pagamento dell’affitto di una casa "idonea", un piano di risparmio per l’affitto piuttosto che l’avvio di un mutuo.
Anziché attuare una reale politica di difesa delle categorie più deboli, Stato ed Enti Locali hanno risposto con regolamenti e parametri sempre più lontani dalle reali condizioni ed esigenze di vita, rendendo sempre più difficile ottenere una casa popolare.
Parallelamente, lo stretto rapporto con le lobbies dei costruttori e delle agenzie immobiliari ha portato ad abolire l’ultima difesa del costo della casa eliminando l’equo canone e permettendo in tal modo una lievitazione esponenziale e incontrollata degli affitti che trasforma il diritto alla casa in un privilegio per i più abbienti.
In una situazione in cui aumenta il numero delle persone costrette a vivere per strada, le risposte da parte delle amministrazioni si risolvono in interventi di emergenza piuttosto che strutturali; in offerte temporanee piuttosto che permanenti. Si assiste sempre di più ad un approccio di tipo emergenziale, che è stato uno dei limiti delle politiche attuate negli anni ’90.
Ancora oggi possiamo vedere nelle periferie delle nostre città i “campi profughi” utilizzati da oltre dieci anni come sistemazioni temporanee per far fronte a situazioni emergenziali nell’ambito di progetti mai realizzati di nuove sistemazioni abitative.
A questo si aggiunge anche l’assenza di una legge nazionale in favore di chi è costretto a scappare dal proprio paese di origine perché perseguitato che garantisca protezione e condizioni di vita degne. E’ di questi giorni infatti la notizia dell’occupazione di una palazzina nella capitale da parte di un gruppo di richiedenti asilo, di fronte ai quali le risorse del “Piano Nazionale Asilo” si rivelano inadeguate.
Le amministrazioni locali, aggravando oltremodo la situazione, hanno costruito dei veri e propri ghetti nelle periferie delle nostre città, confinando i migranti nei campi nomadi, in quartieri, o in interi palazzi, mettendo a tacere chiunque rivendicasse diritti, garanzie, dignità.
Ma è possibile parlare di politiche di integrazione marginalizzando l’intera popolazione straniera?
Questi ghetti hanno permesso l’allontanamento del problema dal centro economico, culturale e sociale delle città nel tentativo di trasformare i centri storici in salotti e le periferie in dormitori sempre più degradati, sprovvisti di tutti i servizi e pronti ad "accogliere" e segregare solo chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno, ignorando che dietro ai nomi stampati negli elenchi degli “irregolari” si nascondono storie di miseria, di guerre, di stupri etnici e di violenza perpetuati spesso con l’appoggio economico e militare del nostro Governo.