Tra le prostitute-bambine di Phnom Penh, che qualcuno cerca di salvare
In Cambogia il mercato del sesso e il traffico di minori a fini sessuali è in continua espansione: 100mila lavoratrici del sesso, di cui 35mila minorenni, su una popolazione di circa 13 milioni di abitanti. Poche ong cercano di dare una mano alle ragazze che sfuggono ai loro padroni.
Tania Cristofari
Ero in partenza per la Cambogia e una mia amica mi segnala una notizia apparsa sul New York Times. Racconta di un gruppo di sfruttatori cambogiani che hanno assaltato, armati di tutto punto, un centro di recupero per prostitute adulte e minori alla periferia di Phnom Penh. Il centro aiuta le prostitute e le bambine a togliersi dalla strada, e a quanto pare ci riesce bene. Così gli sfruttatori, stanchi di vedersi sottrarre carne da macello assai redditizia, assaltano il centro e in una sparatoria da far west se le riprendono e le riportano al bordello. Appena arrivo a Phnom Penh telefono al centro e chiedo un appuntamento. Mi riceve, in un’elegante palazzina di periferia, la direttrice del progetto, una bellissima donna cambogiana sui quaranta. Ha modi cortesi ma spicci: appena sente che sono una fotografa mi blocca e mi dice: «Senta, sono settimane che siamo assediati dai giornalisti che vogliono saperne di più su quanto è successo a Kompong Cham. Il clamore suscitato da questa storia non aiuta il lavoro del centro, perciò le dico francamente che preferiamo darci un taglio. Basta interviste e foto».
La sua franchezza mi spiazza, inoltre io non sono lì per raccontare quello che è successo a Kompong Cham, che non so nemmeno bene dove sia; quello che voglio è raccontare il progetto, che mi pare interessante e ben riuscito. Con questo è lei a spiazzarsi. Parliamo ancora e alla fine la convinco: mi lascerà realizzare il reportage.
Mercato in espansione
l fatto è che in Cambogia il mercato del sesso e il traffico di minori a fini sessuali è in continua espansione: 100mila lavoratrici del sesso, di cui 35mila minorenni. Si tratta di commercio di minori che vengono impiegati nella prostituzione, nel mercato pedopornografico, oppure nelle adozioni illegali, quando non nel traffico di organi. Afesip, la ong franco-cambogiana che opera sul territorio dal 1996, ha creato due centri di accoglienza: uno per prostitute adulte, l’altro per le minorenni sottratte al trafficking. Stanno per l’appunto nella provincia di Kompong Cham, in un luogo non segreto ma nemmeno di pubblico dominio.
Nel centro le donne adulte, quelle dai quindici anni in su, vengono ospitate per circa un anno. Seguono corsi di alfabetizzazione, di cucito, cucina e lavori domestici. Vengono curate se malate o sieropositive, ricevono assistenza psicologica e fanno terapia di gruppo. Alla fine di questo anno, il progetto prevede il reinserimento presso le famiglie d’origine, oppure l’aiuto a trovare un lavoro, o la concessione di un microcredito che gli consenta di aprire un’attività in proprio.
Mi accompagnano con una jeep sgangherata due operatori della Ong. I dintorni di Phnom Penh sono aridi e polverosi come tutto quanto durante la stagione secca. Ma quando arriviamo al centro il panorama cambia: pare un villaggio turistico fatto di bungalow in muratura, color salmone. Un insieme di fabbricati bassi, a un piano, con ampie porte, patii e finestre. Tutti sono circondati da aiuole fioritissime, alle finestre sono appesi origami di carta colorata, fiori, uccelli, pesciolini. Ragazze di varie età indossano divise tutte uguali, dai colori sgargianti. Sono per lo più molto belle e molto giovani.
Alcune chiacchierano tra loro sedute in giardino sul dondolo, quando mi avvicino per fotografarle ridono imbarazzate, qualcuna si copre il volto. Sono quasi tutte ragazze di provincia, fuggite via dalle campagne immiserite dagli scarsi raccolti di riso. Una volta in città, finire nelle mani di uno sfruttatore e poi al bordello è un attimo.Per molte altre invece, l’inferno è cominciato quando erano ancora bambine: orfane o abbandonate, il bordello è solo la logica conclusione di una vita randagia sulla strada. Figlie di nessuno, abbandonate a se stesse, rapite e fatte schiave.
Dentro un grande stanzone, decine di ragazze siedono composte davanti a una macchina per cucire: sono allieve sarte. Quando avranno imparato il mestiere, Afesip le aiuterà a trovare un impiego in fabbrica o a comprare una macchina da cucire tutta per se, per lavorare in proprio. Le più brave invece, vengono assunte dalla fabbrica che la stessa Afesip ha aperto di recente. Producono vestiti di ottima fattura in stile cambogiano e li vendono attraverso la rete del commercio equo e solidale su varie piazze del mercato occidentale. Spagna e Francia, soprattutto, ma stanno cercando di allargarsi. Infatti, entro breve aprirà un’altra fabbrica, perché le richieste aumentano ed il fair trade in Europa tira molto.
Qualche giorno dopo vado a visitare la fabbrica. Per arrivarci attraversiamo in macchina la rada giungla cambogiana, fatta di palme basse e tipiche casette a palafitta in legno. Il breve viaggio è molto bello e mi consente di riprendere fiato dal clima soffocante e dallo smog di Phnom Penh. La fabbrica è un piccolo capannone in alluminio, dove soltanto io sembro aver caldo: loro a quanto pare ci sono abituate. Una ventina di ragazze stanno lavorando, chi cuce a terra, chi taglia stoffe, chi studia figurini; c’è un’atmosfera calma e piacevole.
Mi ha accompagnato un capo progetto. E’ lì per discutere con le ragazze degli ultimi ordini ricevuti: infatti tutto si svolge come in una cooperativa, le ragazze non sono semplici dipendenti ma parte organica della gestione. Assieme si discutono gli ordini, si decidono i capi da realizzare, si fanno modifiche, si studiano nuovi modelli più adatti ai gusti occidentali, insomma tutto quel che serve a mandare avanti l’impresa. Ma oltre a questo l’uomo che mi ha accompagnato deve parlare con il capo villaggio in cui si trova la fabbrica di Afesip.Infatti è successo che una delle ragazze della fabbrica sia stata chiesta in sposa da un ragazzo del villaggio. Il giovane che l’ha chiesta ignora il suo passato; si tratta di vedere come agire, per il bene dei due. Infatti nessuno vuole imbrogliare nessuno, ma certo gli operatori di Afesip hanno tutto l’interesse ad interagire con il territorio affinché i pregiudizi che impediscono a queste giovani di rifarsi una vita vengano finalmente superati.
Come una fattoria
Così mi dice che deve lasciarmi per un po’, se voglio però posso visitare il vicino centro che accoglie le minori sottratte al traffico. Ci vado a piedi, accompagnata da una volontaria spagnola di nome Raquel. L’ingresso sembra quello di una fattoria, tutta in legno e col recinto a palizzata. Anche la casa è in legno e sembra quasi una baita di montagna. Ma sotto c’è il tipico portico delle case khmer, dove un tempo si ospitavano le bestie durante il monsone e che oggi è semplicemente il luogo più abitato delle case durante la stagione secca.
Le ragazzine saranno una settantina. Alcune sono talmente piccole che non stanno in piedi, le più grandi hanno quattordici anni.Le piccole hanno una divisa a quadretti, le grandi una camicia blu e una gonna salmone. Alcune chiacchierano, altre giocano, la maggior parte sta lavorando. La mattina vanno a scuola, il pomeriggio imparano vari mestieri: cucire, tessere, intrecciare stuoie. Vivono qui finché non sono abbastanza grandi per andare a lavorare. Sono belle e piccole: provo a parlare con loro ma nessuna conosce l’inglese. Mi sorridono con uno sguardo triste, a volte spento, a volte diffidente. Realizzo in un baleno chi sono quelle bimbe che ho davanti. Gli abusi, letti o sentiti raccontare mille volte dai giornali, di colpo hanno facce e nomi e mi stanno guardando. Ce le ho davanti quelle bimbe portate via da luridi bordelli, da set di film pedopornografici, o nella migliore delle ipotesi vendute sul mercato delle adozioni illegali.
Schiavi bambini, ecco, li sto vedendo. Mi viene l’angoscia.Chiedo se anche le piccolissime, quelle di un anno intendo... no, mi rassicurano, quelle sono le figlie delle prostitute che vivono al bordello e non se ne possono occupare. Ma a giudicare da come alcune delle ragazze più grandi si prendono cura di loro, di come le accudiscono e di come le piccole gli si attacchino al collo, pare piuttosto siano figlie loro. Capisco il pudore ad ammetterlo e non chiedo altro, a che servirebbe averne la certezza?
Ne prendo in braccio una, ha poco più di un anno, pesa niente. E’ bella che sembra una bambola. «Io non ho figli», dico a Raquel, «sarebbe bello poterla portare via con me». Raquel mi guarda dritta e mi risponde «A che servirebbe? lei non vivrà ancora a lungo, ha l’aids conclamato». Mi sento mancare. Cos’hanno visto e cosa hanno provato quelle bambine? Che vita le aspetta in una società dove una donna sola non ha scampo? Vorrei partire di lì con la certezza del lieto fine, vorrei mi promettessero che si scorderanno come d’incanto di quello che hanno vissuto. Vorrei svegliarmi e capire che era stato solo un incubo, che non è vero niente, che quelle ragazzine non esistono. Forse vorrei non averle viste.
Condom, saponette e dentifrici
Qualche giorno dopo, ho accompagnato un’assistente sociale di Afesip in giro per bordelli nelle bidonvilles intorno a Phnom Penh. Distribuisce condom, saponette e dentifrici. Decine di ragazze, chiuse dentro a tuguri sporchi, bui, pieni di topi e di zanzare. Cinque o sei clienti al giorno, un dollaro a prestazione ma i soldi se li intasca la maitresse. A loro va uno stipendio di circa 50 dollari al mese; restano in un bordello per sei mesi e poi le spostano in un altro. Lavorano fino a trent’anni, poi sono vecchie. Le più accorte hanno messo da parte abbastanza per aprire una qualche attività che gli consenta di sopravvivere. Le meno avvedute tornano nel villaggio dal quale sono fuggite. Le più sfortunate muoiono di aids, che in Cambogia cresce in modo esponenziale.
Il reportage è finito, il cerchio si è chiuso, le foto le ho fatte. Ma l’angoscia non va via. Nemmeno quando prendo l’aereo, nemmeno quando torno in Italia.