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Milano - I racconti degli occupanti di via Lecco, 9

A cura di di Federica Sossi

Abubaker. Sono del Sudan, del Darfur. Lì non ci sono problemi per il mangiare, ma c’è la guerra. Sono i problemi della guerra che mi hanno spinto a migrare. Il Sudan è un paese bello che ha delle risorse importanti, ma dopo la guerra ho pensato di migrare, da solo. Tra il Sudan e la Libia c’è il grande deserto, il viaggio era troppo difficile ed è durato 20 giorni. Non avevo idea di dove volessi andare, ma tutti sanno che in Europa c’è democrazia, diritti umani e che si riescono a capire le storie degli uomini. Arrivato lì volevo viverci sino a che il mio paese era a posto, poi sarei ritornato. Il viaggio è quasi peggio della guerra, perché devi attraversare il deserto e il mare per arrivare in Italia.
Sono rimasto 15 giorni in Libia, nel maggio del 2005, ma lì non bisogna dire che vuoi andare in Italia, perché altrimenti ti mettono in prigione per vari mesi. Poi ho fatto il viaggio verso l’Italia, abbiamo viaggiato per 7 o 10 giorni, a volte senza mangiare, sulla barca eravamo in ventisette persone. Sono arrivato a Lampedusa il 22 maggio, con la barca trainata perché ci hanno salvato in mare. Mentre ero al campo militare, sono arrivate altre persone. Eravamo in tutto in trecentoquaranta. Lì nessuno ti dice nulla, mi hanno solo identificato con le impronte. L’acqua è salata, non ci sono docce, nessuno parla con te a Lampedusa.
Sono rimasto lì 10 giorni, dopo mi hanno portato al campo di Borgo-Mezzanone, a Foggia, e ci sono rimasto due mesi. Nei due campi ci sono cose che sono meglio in uno e altre che sono peggio, per il mangiare è meglio Lampedusa, comunque in nessuno dei campi ti danno vestiti. Io non avevo scarpe, le ho chieste ma mi hanno detto che non ce le avevano. Poi mi hanno dato il permesso umanitario valido per un anno, ad altri hanno dato quello politico. La Commissione mi ha interrogato per due ore, ma sapeva tutto del Darfur. Quando mi hanno lasciato andare sono rimasto un mese a Foggia, speravo che qualche associazione mi desse qualcosa, perché un prete ci aveva detto che le associazioni ci avrebbero aiutato e io non avevo né soldi né nient’altro. Poi, così, senza soldi, sono andato verso il Nord e scendevo dai treni ogni volta che veniva il controllore, poi aspettavo un altro treno. Sono stato due o tre giorni a Venezia, ma non avevo niente. Avevo un amico a Udine e sono andato con lui, vivevo per la strada e mangiavo qualcosa dai cassonetti della spazzatura. Quando sono arrivato a Milano pensavo di risolvere i problemi, avevo degli amici che mi hanno detto che erano lì e li ho raggiunti, abbiamo vissuto per strada, ma faceva ancora caldo non come adesso.

Seif. Vengo dal Sudan, dal Darfur. Sono partito perché lì c’è la guerra. Durante la guerra tutti avevano perso qualcuno, chi la madre, chi la moglie o le sorelle, poi abbiamo deciso di migrare. Di quelli che conoscevo, qualcuno sta ancora in Libia, altri in Camerun, altri amici sono in Italia. Potevo andare anche in Camerun o in Ciad, dove c’è un’associazione che dà un passaporto umanitario, ma bisogna aspettare molto, 5 o 6 mesi, e lo fanno solo coloro che hanno i soldi per aspettare così tanto. In Sudan non è che si stia male, ma c’è la guerra, e io ho fatto un viaggio attraverso strade clandestine, perché altrimenti la polizia ti arresta. Volevo andare in Gran Bretagna, ma anche in generale in Europa, perché sapevo che è bello.
La Gran Bretagna era un sogno, perché sapevo che lì ospitano e trattano bene gli asilanti, ma poi l’ho lasciato perdere, perché sono arrivato in Italia e ho capito che la realtà è un’altra. Il male più pericoloso è prendere il pezzo di legno con cui si può arrivare. Dal Sudan sono andato in Libia, attraverso il deserto ed eravamo in quasi 90 persone su un camion. Siamo arrivati a Kufra e poi siamo andati sino a Tripoli. Passare la frontiera non è facile perché se la polizia libica ti ferma ti dà alla polizia del Sudan. In Libia sono arrivato il 5 settembre del 2004. Sono rimasto lì un anno, ho lavorato in nero. Se non entri a Tripoli non ci sono molti problemi. Poi ho pagato 1500 euro per partire verso l’Italia. Eravamo in 220 su una barca. Siamo arrivati a Lampedusa. Appena arrivati sulla riva c’erano i militari. Sono stato quattro giorni al campo, nel carcere, ci sono guardie, controlli. Era il 16 agosto di quest’anno e c’erano 400 persone.
Quando arrivi al campo ti tolgono i vestiti e ti mettono nudo davanti alla polizia, in gruppi di quattro, ma per la nostra religione noi non possiamo stare senza vestiti in gruppo. L’abbiamo detto ai militari ma loro ci hanno minacciati dicendo che altrimenti ci avrebbero riportati indietro. Nessuno parla a Lampedusa, non c’erano avvocati, a Crotone, invece, ci hanno dato dei fogli ma di tutto quello che c’era scritto non abbiamo trovato nulla nella realtà. Ci sono le leggi, i diritti e tutto quanto, ma poi c’è la realtà. A Crotone sono rimasto due mesi e poi mi hanno dato l’asilo umanitario, era ottobre e il permesso è valido sino al 6 ottobre del 2006. La commissione mi ha interrogato per mezz’ora, faceva domande e dopo un po’ ritornava a una domanda già fatta, per esempio sul posto da cui vengo, ma sono trucchi che si capiscono. Al campo non mi hanno dato soldi, solo un biglietto sino a Salermo, dicendomi che potevo andare sino a Roma. Sono arrivato a Roma, dove sono rimasto tre giorni, e poi sono venuto a Milano. Scendevo dal treno ogni volta che c’erano i controlli, così ci ho impiegato 24 ore, perché mi hanno fatto scendere sei volte. Non conoscevo nessuno, ma poi quando incontri un paesano che vive per strada ti accoglie. Quando sono arrivato in Italia pensavo che l’Italia mi difendesse, ma poi ho trovato una guerra di ingiustizia.
Con altri sudanesi ad ottobre abbiamo fatto una manifestazione in piazza Duomo, è arrivata la polizia e ci ha detto che ci avrebbero dato le case e ci hanno dato un appuntamento per le case. Poi abbiamo fatto un’altra manifestazione e un’altra ancora. Ogni volta venivano a dirci la stessa cosa, per farci andare via. Vivevamo per la strada e abbiamo pensato di fare questa manifestazione perché qui fanno la pubblicità della democrazia e così abbiamo deciso. La polizia, la terza volta, ci ha presi con la forza, ma poi alcuni passanti sono intervenuti dicendo che non potevano usare la forza perché noi chiedevamo solo dei diritti. Non vogliamo andare nei letti per l’emergenza freddo, perché lì devi uscire alle sette del mattino e non sai dove andare. Vai in giro e sugli autobus arrivano i controllori che ti danno la multa e quindi devi scappare.

Hamed. Vengo dal Sudan, da un luogo vicino al Darfur. La situazione lì è brutta. Ho deciso di partire da solo, ma poi quando scappi dalla guerra incontri altre persone che scappano. Sono passato per il deserto e dopo 12 giorni sono arrivato alla frontiera libica. In Libia sono entrato alla metà del 2003 e sono rimasto lì sino al 19 agosto 2005, in quel periodo ho lavorato in nero. Ma non volevo restare in Libia, perché non è un paese dove si può rimanere.
Volevo andare verso l’Europa, avevo sentito da alcuni amici che l’Italia è un paese democratico e poi l’Italia è la più vicina. Poi, uno arriva, non ha soldi, è stanco e si ferma. Siamo partiti in 38 su una barca. Siamo arrivati a Lampedusa nove giorni dopo. In Libia ti danno la barca e poi ti dicono di arrangiarti, ci deve essere un volontario che si offre di guidare e la cosa importante è che ti diano la bussola. Quando ci siamo avvicinati all’Italia, nessuno voleva più guidare perché si sa che altrimenti ti mettono in prigione e così la barca si è rovesciata. Ma vicino c’era la guardia costiera che ci ha fatti salire a bordo. Siamo arrivati il 19 agosto e al campo c’erano circa 400 persone e 38 sudanesi. Lì se hai soldi puoi comprare una scheda telefonica, non per il cellulare perché è proibito e se qualcuno ce l’ha lo sequestrano. Compri una scheda telefonica di 3 euro per 10 euro.
A Lampedusa sono rimasto cinque giorni, non mi hanno detto niente e non ho visto avvocati, una volta è arrivata un’avvocata ma non le hanno aperto il cancello, non l’hanno fatta entrare. Poi mi hanno portato a Crotone e lì sono rimasto 60 giorni. Anche lì vendono le schede, un militare le vende per cinque euro, ma puoi comperare anche un pacchetto di sigarette a tre euro. Mi hanno dato una camicia di nailon e un paio di pantaloni, che andavano bene per due o tre giorni ma se li chiedi un’altra volta non te li danno. In due mesi ho ricevuto una saponetta e un po’ di detersivo, uno spazzolino. Poi ho visto la commissione che mi ha interrogato per mezz’ora e il 19 ottobre del 2005 ho ricevuto il permesso umanitario sino al 13 ottobre del 2006. Al campo mi hanno dato un biglietto per Salerno e quando siamo arrivati a Salerno il controllore ci ha detto di scendere. Noi eravamo in 25 e abbiamo detto di no, lui ha chiamato la polizia che ci ha fatto scendere. Abbiamo aspettato il treno successivo, ci siamo mischiati con gli altri passeggeri e siamo arrivati a Roma. A Roma siamo scesi e abbiamo deciso di rimanere, siamo arrivati nel paese della libertà, ci siamo detti. Abbiamo trovato persone del Sudan che dormivano per la strada e siamo rimasti con loro, un giorno, perché loro ci hanno detto che era meglio andare verso il nord. Siamo andati alla stazione, abbiamo chiesto alle ferrovie, mostrando il nostro permesso, se ci facevano andare a Milano ma ci hanno detto che dovevamo pagare 50 euro. Così, qualcuno ha venduto qualche oggetto, un orologio o qualcosa di simile, ma la maggior parte di noi è salita senza soldi. Siamo arrivati a Milano e stavamo sempre insieme, stavamo per strada, era ottobre e anche noi siamo andati in Piazza Duomo, alla manifestazione con gli altri sudanesi. Sette di noi, però, sono ritornati a Roma perché a loro era stato rifiutato il permesso umanitario. La commissione fa le interviste ad ogni persona, da sola, e poi quando esci ti dice di non dire agli altri le domande che ti hanno fatto. Non so perché abbiamo rifiutato il permesso a loro, perché venivano anche loro dal Darfur e io ero stupito che non gli avessero dato il permesso. Dell’Italia abbiamo immaginato una cosa e invece è un’altra. Al paese eravamo disperati e lo siamo anche qui.

Teresa. Sono eritrea, di Asmara. Lì ci sono problemi di guerra e per questo avevo pensato di partire con la mia famiglia, ma poi non siamo riusciti a farlo insieme e sono partita da sola. Sono andata in Sudan, poi in Libia, a Trapani e adesso qui. In Sudan sono rimasta due settimane, abbiamo attraversato il deserto, un po’ a piedi, un po’ in macchina, tre persone sono cadute dalla macchina perché la macchina era piena e sono rimaste nel deserto. Era due anni fa, siamo arrivati in Libia, ci sono rimasta due mesi e poi sono partita per L’Italia e sono arrivata a Trapani.
Il viaggio in mare è durato quattro giorni ed eravamo 150 persone. Sono venuti a prenderci in mare perché eravamo allo stremo. Sono rimasta un mese al campo di Salina-Grande, non ho visto avvocati, solo polizia. Non ci hanno dato nulla, solo il mangiare e da bere. Al campo ho fatto la richiesta d’asilo e la questura mi ha dato il cedolino con la richiesta sul quale era scritto che ero dell’Etiopia, io me ne sono accorta e ho detto loro che però ero eritrea e loro hanno detto che non importava. Da due anni aspetto che la commissione mi faccia l’intervista, ma non mi chiamano, una settimana fa sono andata a Roma, perché mi hanno detto che le interviste le fanno lì, ma loro mi hanno detto di ritornare a Milano. In questura a Trapani mi hanno dato 250 euro, per tre volte, io sono venuta a Milano, ho vissuto dalle suore per tre mesi, poi per un anno e 5 mesi al centro della Croce rossa, dove devi pagare 3 euro al giorno, e poi adesso vado 5 giorni in luogo, tre in un altro. Vado sempre in questura e spero che mi diano il permesso, ma loro mi rinnovano la richiesta per due o tre mesi. Con la ricevuta non posso lavorare, ma per qualche tempo ho trovato un lavoro in nero da una signora. Adesso sono qui con questi stessi vestiti da cinque giorni e voglio andare a cambiarmi e a lavarmi.

Okbalidet. Vengo dall’Eritrea, ero militare e ho fatto la guerra contro il Sudan. Alla fine della guerra ho fatto quattro anni di carcere perché mi hanno accusato di stare dalla parte dei sudanesi. Alla fine sono scappato e sono andato in Sudan, sono rimasto lì due mesi, senza problemi con il popolo del Sudan, ma poi è arrivata una decisione delle Nazioni unite per espellermi. Così sono andato in Libia, mi hanno preso alla frontiera e mi hanno portato in carcere. Era il mese di dicembre e sono uscito il 16 marzo del 2003. Era un carcere solo per stranieri, perché in Libia solo gli stranieri vanno in carcere, stranieri dell’Etiopia, dell’Eritrea, del Sudan, più o meno 400 persone. Nella mia cella, che era grande, ci stavano 90 persone.
All’ora del mangiare ci portavano tutti insieme in un campo all’aperto, spesso ci picchiavano senza motivo. Quando sono uscito dal carcere sono rimasto in Libia perché i poliziotti mi avevano preso i soldi e aspettavo che la mia famiglia me li mandasse.
In Libia sono rimasto in tutto un anno e nove mesi. Poi sono partito per l’Italia, sono arrivato a Siracusa e poi mi hanno mandato a Crotone. Al campo mi hanno dato una ricevuta per la richiesta d’asilo, mi hanno dato 780 euro e sono andato a Palermo. Devo tornare lì ogni volta per rinnovare la richiesta, ogni due o tre mesi, dipende. Ho ancora la ricevuta per la richiesta perché quando la Commissione è andata a Palermo io non l’ho saputo e così devo aspettare per l’intervista. Da due mesi sono a Milano e ho vissuto per strada.

(storie raccolte in Via Lecco 9 a Milano da Samir e Federica)

Vedi anche Diritto alla multa. Racconti dall’occupazione di via Lecco a Milano

[ martedì 29 novembre 2005 ]

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