Un lieto fine dopo tre anni di attesa, ma con quali prove… Al Ciac di Parma nel 2005 si sono rivolte 181 persone non accolte dal Piano Nazionale Asilo, che ha scarsi e tardivi finanziamenti
Chi si ricorda ancora degli ex abitanti della cartiera di Parma, sgomberati il 18 gennaio 2005, che avrebbero dovuto essere accolti attraverso il Piano nazionale asilo ma non hanno trovato posto nelle strutture locali da esso finanziate? Eppure hanno alle spalle storie che non si possono dimenticare, legate a Paesi segnati da guerre o guerriglie interminabili.
Come la storia di L. S., 23 anni, accolta su queste pagine un anno fa, sfuggito a un destino di ragazzo soldato. Dalla sua prima domanda di asilo politico, alla fine del suo incubo, che gli ha causato periodi di stress insostenibile, sono passati 3 anni. Il 7 aprile 2006 ha finalmente stretto tra le mani un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Non ha ancora la residenza perché, come ospite di un dormitorio, a Parma non ne ha diritto. Ma ha trovato un lavoro e, nonostante la trappola della Bossi-Fini, che lega casa e lavoro, la sua speranza è «ricominciare».
L. S., orfano di madre a due anni, è stato allevato dalla nonna. Dopo la scomparsa del padre, militare, ha subito ritorsioni, e a 17 anni è stato portato dallo zio materno in un campo di addestramento dei ribelli nella foresta del Kivu. «Là potevo mangiare tutti i giorni, ma volevano cambiarmi la testa, mi dicevano di combattere con loro per trovare la libertà, mi insegnavano a sparare. Se non eri d’accordo ti infliggevano punizioni umilianti e dolorose fino a ucciderti. Dopo sei mesi di sofferenze e torture sono riuscito a scappare». Lasciato il Congo, dopo lunghe peregrinazioni, il ragazzo arriva n Italia, dove richiede l’asilo nel 2003. A fine 2004 è intervistato dalla Commissione centrale e riceve il diniego contro cui un avvocato fa ricorso al Tribunale di Roma: «Non mi avevano neanche lasciato il tempo di dire la mia storia», racconta L.
La risposta affermativa alla domanda di accoglienza è arrivata nel novembre 2005, in seguito al riesame della pratica, richiesto alla Commissione centrale lo scorso settembre dal Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale di Parma, che ha evidenziato il caso del proprio assistito, complicato da un decreto di espulsione.
Perché persone con queste storie faticano a trovare riconoscimento e accoglienza? Sia per la Convenzione di Ginevra del 1951, che per l’articolo 10 della Costituzione italiana, i rifugiati hanno diritto a essere protetti. Ma in Italia non esiste ancora una legge organica in materia d’asilo. E’ prevista un’accoglienza da parte del "Piano nazionale asilo" del 2001, finanziato da Anci, Ministero degli Interni e Acnur, trasformato dalla Bossi-Fini in "Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati". Ma pochi vi rientrano: rispetto a 15.000 rifugiati in Italia il Sistema di protezione dispone di 2.200 posti (dati Acnur 2004). Ne sa qualcosa il Ciac di Parma, come ci racconta il presidente Emilio Rossi: «Nel 2005 si sono rivolte a noi 181 persone tra richie-denti asilo, rifugiati e titolari di permesso per motivi umanitari che non rientravano nei numeri dell’accoglienza parmense e perciò hanno ripiegato sull’ospitalità di connazionali, della comunità di Santa Cristina e Sant’Antonio, di case fatiscenti. Supponiamo che attualmente siano una settantina le persone di questa categoria che necessitano di una accoglienza». I posti dell’ex Pna sono 20 nel progetto gestito dal Comune di Parma e 25 nel progetto "Terre d’asilo", ideato e gestito dal Ciac, che consorzia diversi Comuni, capofila Fidenza. «I nostri problemi — prosegue Rossi — sono gli scarsi e tardivi finanziamenti. Un altro ritardo penalizzante oggi è quello della Commissione territoriale di Milano che dal settembre 2005 non ci ha inviato una risposta alle audizioni dei richiedenti asilo. L’accoglienza del Pna dovrebbe valere sei mesi, ma chi non ha ancora una risposta che può fare? Fermo restando il fatto che l’arrivo di una risposta affermativa non coincide con il raggiungimento di un’autonomia economica, difficile da costruire». Rossi segue anche i casi degli ospiti di Santa Cristina e Sant’Antonio, la cui accoglienza non rientra in nessun progetto statale e perciò non è finanziata. «Ci sono spese di utenze domestiche, di cibo, di pratiche. Ci vorrebbe un sostegno economico a questa comunità che aiuta queste persone, così come ci sono tanti richiedenti che hanno bisogno di comperarsi da mangiare, o di pagare un affitto». Per questo il Ciac sta ideando una campagna di adozione dei rifugiati. Persone che, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, «temendo di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza sociale o politica sono fuori dal proprio Paese senza protezione da questo o, non avendo cittadinanza, non possono tornare al Paese di residenza per i motivi cita ti». Pur essendo vincolante per i 144 Stati sottoscrittori, la Convenzione di Ginevra è monca perché manca uno strumento legislativo organico per attuarla. Così è anche per l’articolo 10 della Costituzione. Questo complica le cose anche alle associazioni che forniscono ai richiedenti asilo assistenza legale. Ma non ha sconfitto la determinazione di un’associazione come il Ciac che è riuscito ad accompagnare L. S. verso una nuova vita.
Quando fare informazione ti rende profugo
Storia di un giornalista colpevole di dire ciò che ha visto
C’è chi fugge dal proprio Paese per non morire sul campo di battaglia e chi fugge per non morire sul terreno della professione. E’ il caso di S. K., originario della Costa d’Avorio, giornalista, che si è dovuto separare dalla moglie e da due figli per salvaguardarsi la vita. «Oggi è molto difficile fare informazione nel mio Paese — ci racconta al Ciac, in questo periodo crocevia di rifugiati eritrei, sudanesi, ivoriani —. Da una parte c’è il governo, dall’altra i ribelli. Non va bene a nessuno». La sua fuga è stata causata dall’aver raccontato ciò che aveva visto durante una manifestazione che ha provocato feriti e morti, seguita alla proroga, stabilita dall’Onu, del mandato del presidente Gbagbo. «Sono dovuto partire per aver detto la verità. Mi aveva avvertito un amico la sera stessa della trasmissione: "nasconditi, perché stanno venendo a cercarti"».
Lo scorso novembre, nascosto nella stiva di una nave, S. K. ha lasciato la Costa d’Avorio ed è arrivato dopo tre settimane a Genova in un container di frutta tropicale. Il caso ha voluto che arrivasse poi a Parma, infine al Ciac, dove è stato seguito nella redazione della domanda di asilo, inviata in gennaio alla Commissione territoriale di Milano che non l’ha ancora interpellato. Oggi il giornalista vive l’attesa in una delle case dislocate in provincia del progetto "Terre d’asilo". Per sei mesi non potrà lavorare, se non attraverso una borsa lavoro, se disponibile.
Difficilmente, più tardi, riuscirà a impiegare la sua laurea in Lettere moderne, e la sua esperienza di insegnante di francese maturata prima di diventare corrispondente d una nota agenzia di informazione della Costa d’Avorio. Un Paese tanto amato, in cui fare informazione può costituire un grave pericolo: «La stampa o è filogovernativa o vicino all’opposizione. Quando ci sono crisi politiche, i giornali vicini a quest’ultima fanno fatica a uscire. Nel 2004, addirittura, le sedi di tre giornali sono state completamente bruciate». Se gli chiedi cosa spera, ti risponde: «Vorrei poter viaggiare come corrispondente, come prima, in Costa d’Avorio, vorrei la fine della guerra al mio Paese. Ogni giorno la chiedo a Dio. Ho parlato con mia moglie qualche giorno fa: le cose sono ancora difficili».
A Parma ha trovato «una casa accogliente, persone che aiutano, un’associazione che lavora molto bene per i rifugiati». Parola di giornalista ivoriano.