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Al mercato dei senza casa

Inchiesta/2

da Il Manifesto del 17 agosto 2006

Le altre via Anelli d’Italia. A Roma un residence cha fa paura a molti Il Residence Roma, nella capitale, è da anni sinonimo di degrado e paura per chi ci abita. Mentre il comune cerca in tutti i modi di trovare sistemazioni alternative

Luca Chianca
Riccardo Iori
Roma - Il 20 febbraio 2006 entriamo per la prima volta al Roma Residence di via Bravetta 415. Ad accoglierci, nel cortile, è Alina, la rappresentante della comunità rom presente all’interno dell’immobile con oltre 200 famiglie da circa due anni. Ha paura: «Ieri hanno bussato alla porta. Erano le otto del mattino. Mi hanno detto di lasciare la stanza, entro la giornata. Ho iniziato a urlare, piangevo. Sono riuscita a convincerli di farmi rimanere mettendogli in mano 500 euro. Sono settimane che entrano nel nostro immobile e tentano di cacciare gente.
In alcuni casi ci sono riusciti. Quando qualcuno di noi va a lavorare la mattina, sfondano la porta, portano via tutto, distruggendo quello che possono.
Alla fine murano la porta con cemento e mattoni». Una donna fiera, Alina. Parla bene l’italiano, l’accento romeno è appena percepibile. Una cartellina blu sotto il braccio destro. Contenuti all’interno i contratti e le ricevute che nel corso degli anni il proprietario ha rilasciato ai residenti «regolari» della comunità. Nei contratti si può leggere la durata della permanenza e il prezzo dell’affitto: 1 mese a 500 euro. Niente garanzie per la prossima mensilità; prezzo esoso per i 20 mq di monolocale, in cui vivono famiglie composte da 4, 5 persone. Dello stesso avviso il presidente del Municipio XVI Fabio Bellini: «Soltanto persone disperate, stranieri e anche italiani, potevano decidere, in un mercato folle da un punto di vista dei costi, di vivere insieme ai topi in quelle condizioni piuttosto che stare per strada.
Potevi ottenere appartamenti a 500, 600 euro. Su Porta Portese uscirono annunci che chiedevano dai 650 agli 850 euro».
Incontriamo Silvia Pietrovanni. Ha ventisei anni ed è ormai da quattro che si dedica giornalmente alla lotta al razzismo e alle problematiche riguardanti l’integrazione degli immigrati nella società italiana. E’ responsabile della Commissione Cultura dell’Associazione «3 febbraio».
L’associazione ha rivolto l’attenzione alla palazzina A, dove era, ed è tuttora, sistemata la comunità africana: i marocchini, i mauritani, i senegalesi di lingua pulaar e quelli di lingua wolof, oltre ad una piccola comunità di indiani sichk. Nella A c’era anche una famiglia italiana, ma non tra quelle in assistenza alloggiativa. La madre faceva due lavori per mantenere il marito malato e due bambini piccoli.
La loro storia si conclude come quella di tanti immigrati: «Un giorno - racconta Silvia - sono tornata al Residence e ho trovato la porta della stanza murata, ora non so dove siano».
Ad oggi, come durante tutto il periodo invernale, nei monolocali manca l’acqua calda, mentre la corrente elettrica nel corso dei mesi è stata staccata e ripristinata più volte dopo le proteste dei residenti. Entrando nel primo piano dell’edificio A, dove risiede la maggioranza della comunità senegalese, l’androne è spettrale. Una luce fioca illumina le pareti impregnate di acqua. Cadono gocce dal soffitto. Salendo le scale le porte murate sono davanti agli occhi. In tutta la loro desolazione.
Per i senegalesi di lingua wolof si è mossa anche l’Ambasciata del Senegal, tale protezione ha permesso loro di continuare a vivere sotto il tetto del «Roma» fino ad oggi, ma per molti stranieri nessun aiuto era possibile, vivendo ai margini, od oltre, i confini della legalità.
Quando chiediamo a Silvia quali potessero essere le possibili soluzioni ad una situazione oggettivamente irreversibile, lei è costretta a rispondere che «molti degli abitanti di Bravetta non avevano possibilità di trovare una soluzione legale, essendo privi di permesso di soggiorno, o in condizioni precarie (permesso in regola, ma lavoro in nero), ma quello per cui ci è parso giusto combattere è denunciare come tale condizione di invisibilità istituzionale e di manifesta irregolarità non abbia comunque impedito che gli stessi fossero sfruttati per anni dalla proprietà e con la benedizione del Comune, che per forza di cose, essendo direttamente coinvolto nell’assistenza alle famiglie italiane, non poteva non sapere cosa succedesse lì dentro». Caparre esatte due volte in pochi mesi con il trucco del cambio di proprietario dell’appartamento, porte murate, notti all’aperto a seguito delle voci di un possibile sgombero.
Rosina, una signora italiana in assistenza alloggiativa, che a maggio ancora non aveva una nuova sistemazione, conferma le condizioni degli immigrati: «Continuano a pagare tutti, anche se in nero, ma è sempre stato così, il direttore rilasciava ricevute che non contavano niente, si prendono 500 euro al mese e da settembre stiamo senza acqua calda».
Già da anni la situazione del «Residence» era ai limiti della vivibilità. Un degrado che si è ripercosso nella vita di tutto il quartiere: 14 marzo 2001, una bambina di due anni muore carbonizzata in una roulotte parcheggiata nel cortile del «Roma»; 15 aprile 2004, muore un macedone di 27 anni, colpito da una spedizione punitiva all’interno del «Residence»; 25 agosto 2004, il corpo di una ragazza di venticinque anni viene rinvenuto nei pressi del «Residence», pochi giorni dopo, il 3 settembre, nella stessa zona viene ritrovato un altro cadavere; settembre 2005, alla vigilia della manifestazione organizzata dalle comunità straniere, viene accoltellato Dahm, un ragazzo senegalese; nella notte tra il 12 e il 13 novembre 2005, due giovani senegalesi rimangono feriti in un incendio doloso divampato fuori la porta del loro monolocale; 22 gennaio 2006, una coppia di immigrati viene trovata senza vita nel cortile del «Bravetta».
I due sono stati prelevati dal loro appartamento, uccisi altrove e poi riportati nel cortile. L’evento di cronaca nera, ultimo di una lunga serie, porta il «Roma» sulle prime pagine di tutti i giornali e costringe il Comune ad accelerare i tempi della dismissione: «Il crescente disagio sociale all’interno del Residence ci ha portato a capire che dovesse essere chiusa non solo l’esperienza delle famiglie italiane, ma anche quella dei privati che andavano a chiedere un appartamento in affitto al soggetto gestore - spiega Bellini -. Non bastava dire chiudere il Residence, ormai il disagio sociale era esploso e non si potevano più aspettare i normali tempi per lo spostamento delle famiglie in assistenza dal Comune».
Il precipitare degli eventi ha scombinato i piani di uscita sia del Comune che della proprietà: «Mentre sistemavamo le famiglie da noi assistite, la proprietà stava diminuendo le proprie, ma avrebbe avuto bisogno di più tempo. Noi stavamo dando case, ma vista la situazione di degrado che dovevamo affrontare, siamo dovuti ricorrere ad un nuovo residence», risponde l’onorevole Galloro, delegato del Comune per l’emergenza abitativa.
Il primo dicembre 2005, il Comune di Roma aveva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un avviso finalizzato alla ricerca di immobili all’interno del territorio comunale da destinare all’emergenza alloggiativa. Strutture di proprietà comunale non erano disponibili. In data 22 marzo 2006 il Comune di Roma stipula un contratto di locazione con la San Vitaliano 2003 S.r.l., vincitrice della gara e proprietaria dell’immobile di via Nicola Tagliaferri, quartiere della Giustiniana. Nel nuovo residence sono trasferite 71 famiglie, prima residenti al «Bravetta».
Nel contratto si legge la somma percepita dalla San Vitaliano 2003 S.r.l.. Il canone annuo è di 1.822.000,00 euro, di cui 1.120.000,00 euro per l’affitto delle 71 unità abitative ed 702.000,00 euro per la prestazione dei relativi servizi che «garantiscono la funzionalità del compendio immobiliare»: portierato; vigilanza anche mediante video sorveglianza; pulizia delle parti in comune; giardiniere; manutenzione ordinaria interna ed esterna. Il canone, di 2138 euro tra le spese d’affitto e di gestione, per ogni famiglia che vive in circa 35 mq, sarà pagato in eguali rate trimestrali anticipate presso la Tesoreria del Comune di Roma.
La durata della locazione è fissata in sei anni con decorrenza dal primo marzo 2006 e si intenderà tacitamente rinnovata, una sola volta, in mancanza di disdetta di una delle parti contraenti. Dunque un alloggio provvisorio, nelle dichiarazioni d’intenti, un contratto di sei anni, nei fatti. Una soluzione che secondo Galloro non è vincolante: «Noi potremmo pure disdire il contratto in caso l’emergenza finisse. Non lo può fare il proprietario, noi sì».
Una scelta dettata da esigenze di mercato e, inoltre, da una precisa strategia dell’amministrazione comunale: «Il bando lo abbiamo fatto per l’emergenza specifica di Bravetta, ma anche per avere negli anni un appoggio per le situazioni drammatiche. E poi per otto mesi chi lo avrebbe affittato un residence?»
Sul motivo per cui il Comune vada a cercare appartamenti in affitto anziché provvedere alla costruzione di immobili precipuamente indirizzati a risolvere la questione della casa, Fabio Bellini spiega: «Da una parte c’è un problema sui finanziamenti per questo fine. L’orientamento non dipende dal Comune, ma dalla disponibilità regionale per la costruzione del patrimonio residenziale pubblico. In questa fase non si è avuto uno sblocco, per motivi nazionali e regionali, della possibilità di costruire appartamenti, la risposta del Comune è stata quella di acquistare appartamenti o acquisirli in vario modo».
(2-fine. La puntata precedente è stata pubblicata domenica 13 agosto)

[ venerdì 18 agosto 2006 ]

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