Parla sottovoce, cerca di non dare nell’occhio perchè lui, bosniaco di 43 anni, è un clandestino. Uscito dal Cpt è ora alla ricerca del figlio.
La prima cosa che fa, quando sale in auto, è quella di allacciarsi la cintura di sicurezza. «Quella volta, quando mi hanno fatto tornare in carcere, una pattuglia mi aveva fermato perchè guidavo senza...». Poi, V. S., cittadino bosniaco da quasi quindici anni in Italia, rispetta scrupolosamente le regole del Codice della Strada e guida con assoluta prudenza. Quando cammina si comporta in modo irreprensibile, nei luoghi pubblici non protesta, non alza mai la voce, cerca di non dare nell’occhio. E si guarda spesso attorno, scruta la gente che lo segue, quella che incrocia. Ormai ha la vista affinata, sa riconoscere i poliziotti e ha acquisito un riflesso condizionato, quella capacità di non attirare l’attenzione per evitare di farsi fermare, identificare, acciuffare. Perchè è un clandestino senza via di scampo.
V. S. è stato condannato e ha trascorso in carcere molti anni della sua vita. È stato espulso più volte dal territorio nazionale, ma è ancora qui. Condannato a diventare un invisibile per poter continuare a vivere. Condannato a trasformarsi in un uomo senza volto, nel tentativo di trovare il suo unico figlio, nato in Italia mentre lui era dietro le sbarre. Condannato a perdere la propria identità, come hanno sancito i due mesi appena trascorsi nel Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza a Gradisca d’Isonzo, sessanta giorni di reclusione in una prigione che non è una prigione senza che nessuno si prendesse la briga di mettere in calce ad un foglio un riconoscimento di persona.
Anzi, ne è uscito - con un nuovo ordine di espulsione del Questore, naturalmente non ottemperato - proprio perchè nel periodo durante il quale è stato «trattenuto» nella struttura per clandestini «non è stato possibile acquisire idoneo documento di viaggio». Lo hanno rilasciato solo perchè il tempo è scaduto. Altrimenti sarebbe ancora dentro, ex detenuto e recluso allo stesso tempo.
È una storia di crimini commessi e di tentativi di venirne fuori a suo modo estrema, ma comune, quella che V. S. ci ha raccontato. Non sempre è stato possibile verificare i dettagli riferiti, visto che le vicende si sviluppano in un lungo arco di tempo in una mezza dozzina di regioni italiane, a cominciare da Veneto e Friuli, per finire con Sicilia e Lazio. È comunque una storia che ha l’anomalia quasi kafkiana dell’impossibilità di trovare - dopo gli errori e la pena - una collocazione giuridica, un riconoscimento che non sia un semplice timbro che decreta un’espulsione in qualche modo non eseguibile, perchè nel frattempo pende una domanda di asilo politico (più o meno fondata che sia) e V. S. non ha più nemmeno documenti che ne attestino le generalità o che lo abilitino a lasciare l’Italia per tornare nel suo Paese d’origine.
Un paradosso burocratico-legale da cui sembra destinato a non uscire mai più, ingoiato nel circolo vizioso delle espulsioni (a suo dire illegittime, in quanto la prima è stata annullata da un giudice) che vengono decretate, ma non eseguite. In questo aspetto la storia è esemplare di una normalità che coinvolge migliaia di persone arrivate in Italia, poi ricacciate, ma ancora qui, dentro i confini nazionali da cui non vogliono o non possono uscire nonostante abbiano commesso anche reati di una certa gravità.
V. S. non ha ancora 43 anni. È magro come un chiodo, ma quando uscì dal carcere era una specie di fantasma. E ha un’ossessione, ritrovare il figlio. «È per questo che me ne sto in Italia, altrimenti me ne sarei già andato. Ma sono un clandestino e non riesco neppure a sapere dove sia. Se mi convocano al Tribunale dei Minori di Venezia non ci posso andare perchè temo la trappola». L’incontro avviene in un grande centro commerciale, ai confini del Veneto. In mezzo alla gente, ma senza testimoni, senza tracce. V. S., come lo ha informato il decreto del questore di Gorizia rischia, se acciuffato, una condanna penale da uno a quattro anni di carcere.
Il suo racconto comincia dalla fine, ovvero dal Cpt di Gradisca , dove «un uomo si sente come un leone in una gabbia». Anche se dice di essere stato trattato con umanità.
Come giudica il Cpt di Gradisca da cui è appena uscito?
«Appena ci sono arrivato mi ha fatto un’impressione enorme. Un posto così non l’ho mai visto in 7 anni di carcere. Sembra Guantanamo, è tutto pieno di gabbie, c’è più ferro che cemento armato».
Il trattamento?
«Niente da dire. Il personale è eccezionale, bravissimo, straeducato se rapportato a noi...».
Quanta gente c’era con lei?
«Quaranta, cinquanta ospiti. Ma c’erano più di venti stanze con otto letti ciascuna. Secondo me lo hanno fatto perché qualcuno ci guadagna».
Cosa c’è di tanto sconvolgente in questo Cpt?
«Che ti senti in gabbia, ti senti peggio di un leone. Nelle camerate c’è solo una finestra e viene sempre tenuta chiusa. Allora bisogna tenere aperta la porta. Ma lì dentro è pieno di ladri... così per 58 giorni ho dormito con i pantaloni, portafogli e telefonino in tasca. Non c’è un armadietto per le proprie cose».
Stavate sempre dentro?
«No, si può uscire all’aperto perché ci sono otto gabbie per prendere l’aria. Si può stare fuori dalle 8 alle 21. Ma non è piacevole, si vede solo il cielo e tonnellate di ferro. E poi cosa si fa in una gabbia? Ci si sente trattati peggio dei terroristi».
Ci sono state delle fughe.
«Io ricordo di un ragazzo di 19 anni che non è più stato ripreso. E di due tunisini che si sono arresi. Erano saliti sul tetto, ma poi avevano deciso di tornare da soli e hanno detto che erano andati in mensa perché gli era venuta fame».
Quando è uscito?
«A luglio, dopo due mesi, ecco il decreto di espulsione del questore di Gorizia, che cita un decreto del Prefetto di Venezia di maggio. Ma è infondato perché la mia precedente espulsione del 2000 è stata annullata dal giudice di pace di Agrigento e nel frattempo ho fatto domanda di asilo politico».
Andiamo all’inizio. Quando arriva in Italia?
«Era il 1994, avevo 29 anni. In Bosnia c’era la guerra e io non volevo combattere. Così ho lasciato due ristoranti e un’attività di import-export».
Però non le è andata bene.
«Ho conosciuto persone sbagliate. Ho fatto reati, non nego. In carcere ho fatto sette anni in tutto».
Perché?
«Per una rapina in un’oreficeria nel 1997 a Eraclea. Io facevo l’autista, sono rimasto fuori. Ma le pistole erano scacciacane. Mi hanno preso dopo poche ore e mi hanno dato tre anni 6 mesi e 10 giorni, con il rito abbreviato. Li ho scontati. Sono uscito nel 2000 dal carcere di Udine».
Non l’hanno espulsa?
«Avevo il documento con l’espulsione del questore, ma sono rimasto in Italia. Ho conosciuto una donna bosniaca che è rimasta incinta. Mio figlio è nato nel 2002. Ma in Bosnia non mi hanno perdonato, in quanto cristiano ortodosso, di aver fatto un figlio con una musulmana. E così non mi hanno più riconosciuto la cittadinanza, anche se mi avevano rilasciato il passaporto».
Quando la riprendono?
«Nel novembre 2001 la Polizia di Portogruaro mi notifica l’espulsione di Udine. Due agenti mi scortano al Cpt di Agrigento. Ma un giudice di pace annulla l’espulsione perché ero uscito dall’Italia e rientrato dalla frontiera con il passaporto. Sono libero. La Polizia voleva accompagnarmi in stazione, ma io ho detto che ci andavo con il taxi».
Non bastava per cercare un lavoro?
«Il mio problema è che non mi fu rilasciata una dichiarazione del giudice, l’annullamento non ce l’ho. Ci vorrebbe un avvocato che lo cercasse, ma al mio ho dato solo 250 euro, cosa vuole che faccia?».
Fino a quando è rimasto libero, ma clandestino?
«Fino al marzo 2002. Quando mi arrestano in Toscana e mi notificano altri 4 anni da scontare per condanne in contumacia. Non ne sapevo niente».
Possibile?
«Mi avevano condannato per un furto a Rovigo, dove non ero mai stato. Per la ricettazione di un paio di jeans a San Donà di Piave: li avevo rubati per riportarmeli in Bosnia e mi hanno dato il reato più grave. E poi una patente falsa, che falsa non era, e un passaporto che in effetti non era vero».
Ha scontato tutto?
«Fino all’ottobre 2005, quando sono uscito da Civitavecchia con 8 euro in tasca. E per fortuna ho trovato una associazione che mi ha aiutato».
Cosa ha fatto?
«Ho cominciato a cercare mio figlio che è nato a Latisana quando ero in carcere. L’ho riconosciuto a San Michele al Tagliamento. E quella è stata l’unica volta che l’ho visto. Io non ho mai fatto male a nessuno. L’unico mio reato è quello di cercarlo. Ho scritto anche al presidente Ciampi, da clandestino. Ho scritto agli assistenti sociali, ai carabinieri, al Tribunale dei Minori. E alla Procura ho presentato una denuncia per sottrazione di minore».
Ma lei ha avuto denunce dalla sua ex convivente.
«Accuse false, di averla minacciata, di un procurato aborto. Era lei che mi scriveva ricordandomi che io mi ero impegnato, se fosse nato un figlio, a tenerlo con me. Da quando sono uscito non sono riuscito a trovarla, eppure ho il suo stato di famiglia, con un indirizzo dove non abita. Sto impazzendo, non ho soldi per pagare un avvocato, per trovare il bambino. È un mio diritto di padre vederlo».
Non le hanno tolto la patria potestà?
«No, c’è una dichiarazione del Tribunale. Ma l’assistente sociale di Bibione mi ha scritto che la mia ex convivente non vuole più avere contatti con me. Ecco la lettera, c’è scritto che il piccolo lo hanno incontrato tre volte e che non ha subito maltrattamenti nè traumi».
Lei come è finito al Cpt di Gradisca ?
«In maggio ho preso contatti con l’avvocato della madre di mio figlio per mettermi d’accordo su come vedere il bimbo. L’avvocato mi incontra a Venezia in un bar, ma prima di andare gli ho ricordato che non avevo documenti. Ci siamo parlati, sono tornato a piazzale Roma e lì mi sono piombati addosso quattro poliziotti. Subito hanno detto che ero uno che faceva il gioco delle scatolette».
Al Cpt in base a quale documento?
«All’espulsione di Udine del 2000 che era stata annullata. Io l’ho spiegato al giudice di pace. Gli ho detto che se sto in Italia è per trovare mio figlio. Mi ha risposto che non gli risultava la decisione di Trapani e neanche la domanda di asilo politico».
Perché l’ha presentata?
«Perché in Bosnia non mi vogliono più, per ragioni religiose. È successo una volta che mi hanno preso a Pisa e volevano mandarmi a un Cpt, ma io ho provato di aver presentato la domanda di asilo, l’avvocato l’ha spedita per fax. E così mi avevano messo fuori perché non si può espellere uno che ha chiesto asilo politico. Ma il giudice di Gorizia ha detto che non gli risultava».
Quindi lei ritiene di essere rimasto illegalmente a Gradisca ?
«Di me conoscono le mie generalità. Non mi hanno condannato con il mio nome e cognome? Non ho già espiato le mie pene? Perché allora non mi hanno espulso, ma mi hanno tenuto per due mesi nel Cpt prima di rilasciarmi?».
Come si mantiene?
«Con un lavoro occasionale, in nero. Senza documenti nessuno mi mette in regola. Ma io mi posso mantenere e posso mantenere mio figlio».
Cosa vuole?
«Una vita normale. E riavere mio figlio».
Come si sente?
«Una specie di apolide. La Bosnia non mi vuole, l’Italia mi manda via. E io sono costretto a vivere in questo modo, cercando di rigare dritto».
di Giuseppe Pietrobelli
CHE COSA DICE LA LEGGE
"Resistere" all’espulsione apre le porte del carcere
Un immigrato clandestino , in base alla legge Bossi-Fini, rischia la galera e anche una condanna a pena detentiva se si verificano determinate condizioni di mancato rispetto dell’ordine di espulsione. La situazione in cui si trova il cittadino bosniaco che è stato intervistato da "Il Gazzettino", nel caso venisse fermato, ha trovato proprio ieri una conferma a Mestre.
Per non aver ottemperato all’ordine di espulsione tre extracomunitari sono stati arrestati nella notte tra giovedì e venerdì dai carabinieri. Si tratta del romeno Liviu Matusa di 25 anni, di una donna proveniente dalla Moldavia, Ana Popovici di 21 anni, e del tunisino Abed Eragaz Caled di 21 anni.
Matusa è stato processato per direttissima ieri mattina dal giudice monocratico di Mestre ed è stato condannato a dieci mesi di reclusione che dovrà scontare. L’uomo, dopo una lunga serie di reati consumati nel Lazio tra il 2001 e il 2003 era stato espulso dall’Italia dopo una condanna del tribunale di Rieti per delitti contro la legge sull’immigrazione. Ma non aveva ottemperato all’obbligo.
I tre arresti sono avvenuti nell’ambito di un servizio di controllo del territorio che ha interessato tutto il territorio della compagnia carabinieri di Mestre sia per quanto riguarda la terraferma del Comune di Venezia che per quanto riguarda i comuni delle zone di Santa Maria di Sala, di Mira e di Mirano. Una ventina i militari impegnati nel servizio che hanno controllato complessivamente circa 180 persone e 105 autovetture.
L’espulsione di Liviu Matusa avverrà solo dopo il suo ritorno in libertà. A differenza del rumeno, finiscono in un Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza - e non in carcere - i clandestini per i quali non sia possibile eseguire con immediatezza l’espulsione, o per i quali si debba accertare la loro identità o effettiva nazionalità, o per i quali debba essere acquisito idoneo documento di viaggio. È il questore competente a disporre il trattenimento nel Cpt per il tempo strettamente necessario ad espletare tali formalità.
Il clandestino ha riconosciuti alcuni diritti fondamentali. Può chiedere asilo politico attraverso le associazioni che operano nel Centro stesso o attraverso un legale. Tutti i documenti che riguardano l’espulsione devono essere tradotti, anche se sinteticamente, in una lingua che egli comprenda (o in alternativa le lingue più diffuse). La persona deve essere informata sui motivi del trattenimento e sulle procedure seguite. Lo straniero ha libertà di corrispondenza e di comunicazione anche telefonica (viene fornita una scheda prepagata con 5 euro, ai possessori di videotelefono viene consegnato un cellulare privo di possibilità di effettuare riprese fotografiche o filmate).
Tra i diritti fondamentali riconosciuti vi sono quello delle cure sanitarie, della tutela della salute psico-fisica, di avere colloqui con il difensore (è ammesso al gratuito patrocinio), di libertà di culto. Lo straniero trattenuto deve rispettare le regole di civile convivenza e di avere un atteggiamento compatibile con le finalità del Centro, deve curare l’igiene personale, deve rispettare le regole di organizzazione del Centro, non deve danneggiare beni e strutture del Cpt.
SEGRETO DI STATO SULLA VITA NEI CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA
I Centri di Permanenza temporanea sono equiparati a carceri, per quanto riguarda l’inaccessibilità dall’esterno. Quando era ancora in fase di costruzione la struttura di Gradisca d’Isonzo, a richiesta dei giornalisti di poter entrare per verificare lo stato dei luoghi e dei lavori, l’allora Prefetto di Gorizia rispose con una nota arrivata dal Ministero dell’Interno secondo cui sui progetti di riadattamento della ex caserma Polonio era stato apposto una specie di segreto di Stato. Da quando il Cpt è stato aperto non sono mai uscite foto scattate all’interno. Dobbiamo limitarci alle testimonianze di chi ha vissuto all’interno o ai racconti dei parlamentari o amministratori regionali e locali, che, come avviene in tutte le carceri italiane, hanno potuto accedere al Cpt. Ma la trasparenza sulla gestione della vita interna al Cpt e sul trattamento subito dai clandestini è ancora un miraggio.
I Centri di Permanenza temporanea sono equiparati a carceri, per quanto riguarda l’inaccessibilità dall’esterno. Quando era ancora in fase di costruzione la struttura di Gradisca d’Isonzo, a richiesta dei giornalisti di poter entrare per verificare lo stato dei luoghi e dei lavori, l’allora Prefetto di Gorizia rispose con una nota arrivata dal Ministero dell’Interno secondo cui sui progetti di riadattamento della ex caserma Polonio era stato apposto una specie di segreto di Stato. Da quando il Cpt è stato aperto non sono mai uscite foto scattate all’interno. Dobbiamo limitarci alle testimonianze di chi ha vissuto all’interno o ai racconti dei parlamentari o amministratori regionali e locali, che, come avviene in tutte le carceri italiane, hanno potuto accedere al Cpt. Ma la trasparenza sulla gestione della vita interna al Cpt e sul trattamento subito dai clandestini è ancora un miraggio.