MP - Venezia - Lavoratori stranieri, consegnati i primi nullaosta
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Venezia - Lavoratori stranieri, consegnati i primi nullaosta

Sono 350 in tre settimane, un decimo delle quote d’ingresso previste per la provincia di Venezia

da La Nuova Venezia del 22 settembre 2006
Venezia. Si comincia a materializzare il sogno del permesso di soggiorno per una (piccola) parte degli oltre diecimila lavoratori extracomunitari che sette mesi fa avevano fatto la fila davanti alle Poste di tutta la provincia. I primi nullaosta sono partiti dalla prefettura di Venezia a inizio settembre: ne sono stati inviati 350 su un totale previsto di 3.683, che è la quota flussi assegnata dal precedente governo al Veneziano. Un passo in avanti per un procedimento di regolarizzazione complesso e contraddittorio; un momento di estremo impegno (psicologico e finanziario) per gli stranieri coinvolti.
Sono loro, i lavoratori extracomunitari, che adesso con vari escamotage dovranno tornare al proprio Paese d’origine per farsi consegnare il visto dall’ambasciata italiana. E intanto l’attuale governo è chiamato a metà ottobre ad approvare un nuovo decreto flussi in grado di sanare tutte le richieste di regolarizzazioni provenienti da ogni parte d’Italia.
La prefettura. Centocinquanta sono partiti a inizio settembre. Altri 200 nelle ultime due settimane. In pochi giorni la prefettura veneziana ha inviato ai datori di lavoro degli stranieri un decimo di tutti i nullaosta previsti per il 2006. I documenti stanno venendo consegnati in questi giorni agli stessi immigrati, che dovranno tornare in patria, andare all’ambasciata italiana, farsi consegnare un visto e tornare in Italia. Qui, assieme al datore, si presenteranno in prefettura allo scopo di ottenere il permesso di soggiorno per «motivi di lavoro». Un iter poco agevole e molto costoso. Ma soprattutto in contrasto con quello che dice la Bossi-Fini.
Legge misteriosa. Tutti hanno ancora in mente le code di immigrati davanti agli uffici postali, le notti insonni di tanti stranieri vogliosi di uscire dalla clandestinità.
Il 14 marzo scorso nella nostra provincia erano 11 mila con in mano il kit della speranza. Peccato, però, che di fronte a quegli uffici non dovevano esserci loro. «Proprio così - spiega Leonardo Menegotto, responsabile dello sportello immigrati Cgil -.
La Bossi-Fini prevede infatti che sia il datore a richiedere un lavoratore straniero, del quale dovrebbe conoscere il nome pur non avendolo mai incontrato.
L’immigrato, secondo quella legge - continua Menegotto- si trova tranquillo nel suo Paese in attesa della chiamata di questo misterioso benefattore italiano. Naturalmente, le cose non stanno così. E lo straniero è già in Italia, clandestino e lavoratore in nero».
Ritorno in patria. A questo punto, quando arriva il nullaosta, la situazione si fa complicata. «Sempre in teoria - continua Menegotto - il datore di lavoro che riceve il nullaosta dalla prefettura, dovrebbe inviarlo all’immigrato che si trova nel suo Paese. Ma siccome l’immigrato è in Italia, sarà lui stesso a partire per la sua città natale. Ma prima, di solito, finge di perdere il passaporto e se ne fa consegnare uno sostitutivo dal consolato. Questo perché nessuno possa capire che si trova nel nostro Paese da diverso tempo. Il che - prosegue Menegotto - farebbe scattare il decreto di espulsione che lo allontanerebbe per 10 anni da qui». Una volta tornato in patria, va all’ambasciata italiana, si fa consegnare il visto e torna in Italia.
Il decreto Ferrero. Tutto questo iter non coivolgerà, probabilmente, proprio quelli che sono rimasti fuori dalla quota flussi decisa dal governo Berlusconi.
In provincia, dunque, oltre 7 mila stranieri possono attendere il decreto del ministro alle Politiche sociali Paolo Ferrero che dovrebbe consegnare il nullaosta a tutti quanti lo abbiano richiesto. A ottobre si attende l’approvazione, nell’arco di sei mesi l’arrivo dei nullaosta in questione.

[ venerdì 22 settembre 2006 ]

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