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Il marito muore, lei finisce in un Cpt

Una ventiseienne albanese in pochi mesi ha perso prima il marito e poi la libertà.

Per la legge, con la morte del coniuge, è venuta meno quell’attualità della convivenza che giustifica il rilascio dei documenti e la permanenza dell’immigrata sul territorio italiano.

E’ la paradossale situazione in cui si trova Aida Perkoha, albanese di 26 anni, vedova e rinchiusa nel Centro di permanenza temporanea di Bologna in attesa di espulsione.

La sua odissea è iniziata il 14 gennaio scorso con la morte improvvisa del marito, un quarantaseienne originario di Palermo, morto appena due mesi dopo il matrimonio.
Dal 6 settembre è rinchiusa nel Cpt di via Mattei, pur essendo in attesa di una risposta della questura di Modena in merito alla richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di famiglia avanzata subito dopo il matrimonio.
Per la legge, con la morte del coniuge, è venuta meno quell’attualità della convivenza che giustifica il rilascio dei documenti e la permanenza dell’immigrata sul territorio italiano.
Una condizione che ha spinto il suo legale, l’avvocato Mauro Cavalli, a chiedere, ottenendola dal giudice di pace di Bologna lo scorso 27 settembre, la sospensione del provvedimento di espulsione.
Nell’udienza decisiva, quella del 13 ottobre, il legale ha chiesto al giudice di acquisire dalla questura di Modena il fascicolo comprovante l’effettiva presentazione della domanda e la dichiarazione del marito, poi deceduto, che aveva confermato la convivenza con la moglie a Castelfranco Emilia presentando il relativo certificato di matrimonio. Il giudice si è riservato la decisione che è attesa nei prossimi giorni.
"Si tratta di una situazione paradossale poichè la mia cliente è in possesso della richiesta di permesso per motivi di famiglia - ha spiegato l’avvocato Cavalli - E la circostanza dell’attualità della convivenza non dipende da scelte personali dei coniugi bensì da un evento non prevedibile come la morte, a soli 46 anni, del marito. La posizione della Prefettura di Bologna appare oltremodo crudele perchè pretende dalla mia cliente una prova diabolica, cioè quella della attualità della convivenza, pur sapendo che non può fornirla a causa del decesso preventivo e prematuro del marito".

Aida era sbarcata in Italia nel novembre del 1999 e, come tante sue connazionali, dopo qualche lavoretto in nero era finita in strada. Nel marzo del 2005 aveva deciso di uscire dal mondo della prostituzione e dopo aver trovato il coraggio di denunciare i propri sfruttatori aveva ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari e di giustizia. Qualche mese dopo aveva però abbandonato la comunità alla quale era stata affidata e nel giugno 2005 le era stato revocato il permesso di soggiorno con relativa intimazione a lasciare il Paese.
Il 25 settembre di un anno fa venne fermata durante un controllo stradale e, in quell’occasione, le fu rilasciato l’invito ad abbandonare l’Italia entro dieci giorni. A quel tempo aveva già una relazione con l’uomo che, il 19 novembre, divenne suo marito. La giovane albanese presentò richiesta di rilascio di permesso di soggiorno per motivi di famiglia allegando il certificato di matrimonio. Domanda ritenuta ricevibile dalla questura di Modena. Due mesi più tardi la scomparsa prematura dell’uomo e l’inizio di una odissea culminata con l’arresto, lo scorso 6 settembre a Bologna, e il trasferimento al Cpt di via Mattei.

Fonte - metropoli.repubblica.it (ANSA)

[ lunedì 23 ottobre 2006 ]

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