Insieme a Judith Revel continuiamo a parlare di ciò che accade all’interno delle banlieues parigine.
A lei chiediamo, innanzitutto, di parlare delle novità che ha riscontrato tornando in banlieue, ad un anno dai fatti di ottobre e novembre scorso.
"Si potrebbe rispondere non cambia nulla e peggiora tutto, e si potrebbe rispondere non cambia nulla nel senso che non c’è quello che hanno provato a dire i giornali in questi giorni di anniversario della rivolta dell’anno scorso e cioè un grande ritorno di violenza cieca e selvaggia.
Però cambia tutto, perché io credo dicendolo su elementi tangibili anche come scommessa, che c’è un livello di consapevolezza e di politicizzazione, che è una cosa che io non mi aspettavo e credo di non aver mai visto prima.
Ora, io ho lavorato in un liceo in banlieue per alcuni anni, ormai sono a Parigi però continuo tuttora ad andarci una volta al mese per seguire un progetto educativo che avevamo organizzato con i colleghi, dei ragazzi e delle realtà associative con cui lavoravo quando insegnavo al liceo.
Vedo i miei studenti, dentro un ambiente che subisce a sua volta delle determinazioni che sono determinazioni gerarchiche ed istituzionali come può essere un liceo, quindi non un ambiente neutro, sicuramente non è il luogo più adatto ad una parola sempre libera ma, avendo costruito un rapporto che ormai è un rapporto di fiducia e non solo personale ma anche politica (perché abbiamo attraversato esperienze comuni, perché abbiamo lottato per i sans-papier, perché abbiamo lottato contro il CPE,) questo fa si che il parlare sia abbastanza libero.
Ieri, per esempio, mi aspettavo di vedere alcuni ragazzi che sono stati dei “piccoli leaderini” politici locali (se si intende per leader non i capi carismatici ma quelli che hanno spinto gli altri ad entrare dentro un movimento che sembrava un movimento importante e che ci sono spesso riusciti senza alcun tipo di connotazione di potere però. E su questo loro sono abbastanza bravi).
Quindi mi aspettavo di vedere questi ragazzi un po’ perché il mercoledì pomeriggio i ragazzi non vanno a scuola, un po’ perché c’è un turn-over perché una volta finito il liceo i ragazzi con o senza la maturità se ne vanno e quindi c’è un cambiamento; ed alla fine ieri mi sono trovata a discutere con sei ragazze che erano quelle più in disparte, più impaurite da quello che succedeva (e poi le ragazze in banlieue sono spesso tenute in casa dai genitori che sono molto attenti nei loro confronti ed hanno anche molta paura).
In alcuni casi quindi sono attive ed in altri casi sono ai margini di quello che succede.
Parlando con queste ragazze la cosa che mi ha colpito estremamente è il livello di consapevolezza politica della situazione nella quale stanno vivendo e di quello che stà succedendo.
E questa è una cosa nuova un po’ perché la ragazza media di banlieue pensa più ai vestiti e ai fidanzati (ma penso che sia vero anche in qualunque liceo della capitale a quell’età) che alla politica e alla lotta. Queste erano ragazze graziose e carine, concentrate principalmente sui loro problemi sentimentali, e che però per la prima volta dicevano quanto pesava lo sguardo dei media a ridosso dall’anniversario delle banlieues, quanto pesava lo sguardo dei giornalisti e del cittadino qualunque quando vede arrivare qualcuno delle benlieues che per modo di vestire e di muoversi, per colore della pelle e per modo di interagire socialmente, dichiara la propria appartenenza alla banlieue.
Questo discorso sullo sguardo degli altri era un discorso sulla sofferenza che c’è ad essere un oggetto del discorso delle pratiche degli altri. Che è già l’inizio di un meccanismo di riappropriazione soggettiva di quello che si è e di quello che si fa. Quanto pesa il fatto di essere oggetto dice anche quanta urgenza c’è nel ribaltare la situazione e nel tornare ad essere oggetto di se stessi.
Quel discorso c’era chiaramente nei discorsi politici e politicizzati della rivolta dell’anno scorso e ancora di più, probabilmente, nel movimento anti CPE e poi nel successivo impegno di molti ragazzi nella questione dei sans-papier anche se loro sono con-papier (e questo è interessante).
Sentirmi dire queste cose da quelle ragazzine simpaticissime, carine e tenerissime ma però assolutamente non al centro di quello che è successo l’anno scorso, e di sentirmelo dire in modo molto articolato provando ad analizzare quello che in realtà era la banlieue per loro e cioè lo spazio, ma anche il tempo, ma anche i rapporti di cooperazione e di condivisione di sofferenze e gioie, di produzione, di invenzione, il rapporto con i genitori e con la cultura d’origine che spesso non c’è più nel modo più assoluto (una ragazza mi ha detto ridendo: “Per me l’Algeria è più o meno come sono per lei i Vichinghi; i miei sono nati in Francia, io sono la seconda generazione nata in Francia. Oramai per me l’Algeria è al meglio un luogo di vacanza, un ricordo alimentato dai racconti famigliari e niente di più”).
Tutte queste cose sono nuove.
Tutta questa problematizzazione di quello che si è, nello sguardo degli altri e di quello che si vuole essere, di quel divenire se stessi che poi è mobile, fluttuante (dipende dall’età da quello che si vuol fare, dipende dalle circostanze, dipende anche dalle lotte che attraversano tutto ciò).
Tutto questo mi sembra sia diventato molto più diffuso e capillare di quello che era.
E penso che sia un fatto estremamente importante".
Poco fa ricordavi una questione che mi sembra fondamentale all’interno del dibattito politico e mediatico in corso.
Ci troviamo a quasi un anno dalle rivolte all’interno delle banlieue scoppiate ad ottobre – novembre scorso ed in merito a questo la stampa mainstreem offre spesso e volentieri, visioni assai discutibili degli avvenimenti che, insieme a te, stiamo cercando di analizzare.
Uno degli esempi che volevo sottoporti e successivamente chiederti di commentare riguarda un editoriale a firma di Gianni Riotta apparso sul Corsera di qualche settimana fa dal titolo, “Ideologie bruciate nelle banlieues”.
Un articolo che mette insieme, in un unico calderone, la questione del cosiddetto “scontro di civiltà” con i fuochi parigini fino ad accomunare la ”guerriglia urbana di Parigi”, come la definisce lo stesso Riotta, ai campi di morte in Iraq. Tutto questo termina con un finale assolutamente infelice “ I fuochi delle notti francesi si spegneranno, come si spensero infine quelli di Halloween nel ghetto di Detroit.”…
"C’è una volgarità delle analisi che oramai fa spavento.
Quella volgarità c’era da tempo nei discorsi estremisti da parte dell’estrema destra e dei leghisti.
Ora c’è una banalità , una divulgazione accomunata alla banalizzazione di quei discorsi che spaventa un po’ perché sono discorsi fascisti, un po’ perché sono discorsi puntualmente falsi.
Tutto ciò e falso e la letteratura sociologica anche non particolarmente di sinistra, anche solo chi và oggettivamente a guardare i fatti sa che le cose non succedono così.
Sull’anniversario della rivolta vanno dette due cose: la prima è che i giornali e le televisioni in Francia hanno fatto di tutto perché accadesse il peggio di nuovo. Hanno fatto di tutto perchè potesse accadere finalmente ciò che non era accaduto l’anno scorso e cioè lo scivolone verso l’orrore.
L’anno scorso, tutto sommato, il numero di macchine bruciate, i due morti che pur sempre bisogna continuare a ricordare (anche se legati indirettamente ai fatti) gli eventi sono stai incredibilmente misurati nel senso che ci sono stati feriti ma in realtà il comportamento di Nicolas Sarkozy di un anno fa era una sorta di spintone permanente verso il peggio perché, se scappava il morto, allora tutto questo veniva a legittimare una politica repressiva.
Argomento elettorale che sempre di più viene affermato in vista delle elezioni presidenziali del Maggio 2007.
Quest’anno siamo a qualche mese dalle elezioni e ovviamente la speranza che ci fosse un morto attraversava in modo quasi tangibile i discorsi dei politici ed anche il discorso dei media, ed era una cosa terrificante perché quell’aumento sistematico della posta in gioco, in cui si cerca sempre di rincarare la dose per vedere quello che finalmente scappa è una cosa terrificante.
Per fortuna le banlieues non sono scoppiate in modo ciecamente violento come loro speravano che fosse. Ma questo non è accaduto perché in banlieue c’è questa consapevolezza politica, di cui ti parlavo prima, quindi la gente non ci sta. E sa benissimo per quale motivo. Per cui c’è stato un controllo della situazione che è stato abbastanza impressionante.
Poi ci sono stati incidenti gravi, ma hanno la stessa valenza del pazzo ubriaco che investe due persone che camminano in mezzo alla strada. Cioè: capitano delle cose orribili ma che sono marginali rispetto a quella che è la realtà attuale della banlieue.
E’ successo che ci fosse un autobus bruciato, dove insegnavo e dove continuo ad andare adesso nel comune di Saint-Denis , poi sono successe una serie di eventi di autobus dati alle fiamme che, molto probabilmente, erano provocazioni poliziesche (quando vengono bruciati 15 autobus in un super- deposito guardato a vista da guardie e telecamere e cani è assai improbabile che dei ragazzini riescano entrare ed a bruciare tutto questo).
Questo è l’effetto di emulazione che non si può non mettere in conto quando tutti i giorni la stampa batte su un chiodo fisso che è quello della violenza della banlieue. Per cui ci sono stati cinque cretini che hanno deciso di fare così come si vede in televisione ma questo è responsabilità anche e soprattutto dei media, non è un prodotto della banlieue in quanto tale.
Certo che, a furia di insistere su quella cosa, alla fine scappa il morto.
Io su questo poi sono molto arrabbiata perché credo che ci sia veramente una responsabilità dei poteri pubblici e dei media enorme. E questo è il primo punto che volevo affrontare.
Per quanto riguarda il discorso di Riotta. Puoi fare il suo nome e parlare dell’operazione mediatica che stà facendo il Corriere della Sera e non solo. L’articolo di Riotta riprende dei luoghi comuni che mescola in modo estremamente intelligente (paradossalmente) e fa un groviglio di una serie di elementi che sono tutti più falsi uno dell’altro.
Fa un groviglio, in primo luogo, del discorso dell’integrazione francese. Parla di “Fallimento o integrazione dei ragazzi di banlieue ed in generale delle ondate di immigrazione in Francia” che è, dati sociologi ed inchieste in mano ( e parlo delle inchieste fatte dell’Istituto Nazionale della Statistica francese, non parlo di contro inchieste fatte da noi compagni) un discorso completamente falso.
Quello che succede in banlieue non è un problema di integrazione culturale e/o religiosa, contrariamente a quanto dice lo stesso Sarkozy, ma è un discorso di condizioni sociali e politiche di vita e di precarizzazione assoluta della vita in quello che ha di più elementare e cioè di mera sopravvivenza: mangiare, bere, dormire ed avere un tetto sopra la testa.
Siamo a questi livelli.
Segnalo questo perché, alla fine di ottobre, sono state consegnate due relazioni che erano state commissionate dal primo ministro francese ai servizi segreti francesi e le due relazioni, tattandosi delle rivolte dell’anno scorso e del successivo sviluppo delle lotte in banlieue insieme agli studenti e ai sans-papier, in realtà dicevano quello che sto dicendo io: non è un problema culturale e religioso, quella è una balla anche se si sa da tempo che lo è dato che lo dicono gli stessi ragazzi e abitanti di banlieue, e questo è il primo punto.
Il secondo punto che mescola Riotta è il discorso sulla cecità sociale o la volgarità sociale di chi brucia le macchine.
Mi ricordo la frase, che tu mi ricordavi recentemente, dei ragazzi che bruciano la Renault proletaria ed invece non toccano la macchina costosissima dello spacciatore della palazzina di fronte. Io credo che su questo punto bisogna essere estremamente netti : in banlieue, laddove c’è droga e mercato della droga per esempio, e non è un caso, non si bruciano macchine.
Né quella dello spacciatore né quella del vicino operaio della fabbrica, perché non si è mosso niente!
Dove c’è il mercato della droga non si muove nulla perché non hanno interesse vedere le polizia intervenire nei quartieri . Per concludere sull’argomento del vicino che và a lavorare in fabbrica e che vede la sua macchina bruciata da una banda di scalmanati, macchina che poi ha messo vent’anni a pagare con un mutuo, tutto questo è falso perché le fabbriche non ci sono più.
Quindi il tentativo di infilare nell’analisi di quello che è successo in banlieue il modello che, se vuoi, è quello di Pasolini rispetto a quello che era successo in Valle Giulia 40 anni fa (cioè ci sono i veri ed i falsi proletari . I falsi proletari sono i cretini che bruciano le macchine ed i veri proletari sono quelli che vanno a lavorare in fabbrica a piedi perché la macchina viene bruciata) non è vero! Le fabbriche non ci sono più.
Lo dice anche l’ex sindaco di Saint –Denis che adesso è il presidente dell’agglomerazione urbana che raggruppa 18 comuni del distretto Nord di Parigi.
Il distretto operaio del Nord di Parigi non c’è più, è finito perché la produzione è cambiata.
Allora l’esplosione di violenza dei ragazzi, se la vogliamo chiamare violenza ed anche su questo io discuterei…ma chiamiamola pure violenza.
Siamo chiusi non soltanto spazialmente in un luogo come quello della banlieue cioè nel luogo del “bando” etimologicamente, ma siamo chiusi (perché ci avete chiuso) anche in un tempo che non c’è più, che è il tempo della produzione fordista.
Quel tempo non c’è più.
Quindi è inutile che voi ci dite “andate a lavorare invece di fare i cretini, di spacciare droga e di stare per le strade” perché il lavoro, quel lavoro non qualificato che voi avete dato ai nostri padri, ai nostri nonni quando sono arrivati negli anni ‘60 quando avevate bisogno di forza lavoro non qualificata per far girare la produzione di tipo fordista, quel lavoro non esiste più perché la produzione si è spostata altrove.
E la produzione si è spostata altrove non in delocalizzazioni in paesi del terzo mondo ma si è spostata in altre forme di produzione che sono produzioni di beni immateriali, di intelligenza collettiva e di cooperazione sociale e la banlieue su questo potrebbe essere fortemente competitiva, perché è ricca di intelligenza,cooperazione e condivisione solo che viene istituito un filtro per cui il potere dice : o voi vi chiudete in una produzione di tipo fordista ( e sarebbe un suicidio perché non esiste più) oppure non avete il diritto ad entrare in nessun altra forma di produzione che sono quelle post – fordiste.
Ed è quello che non vuole vedere Riotta.
Riotta continua a leggere quello che succede nelle banlieue come se fosse negli anni ’60.
E poi c’è il terzo elemento, l’elemento “scontro di civiltà” (poi ci manca poco che Riotta abbia aggiunto le radici cristiane, ma questo lo lascia a Buttiglione per il momento..) che non sta ne in cielo ne in terra perché tutti i ragazzi di banlieue sono francesi a tutti gli effetti - più della metà non sa l’Arabo, ed anche se lo sanno e sono religiosi non abbiamo chiesto agli italiani di smettere di mangiare la pasta quando sono arrivati in Francia negli anni ’20 e non vedo perchè dovremmo chiedere a loro di cambiare le loro abitudini - in questo tipo di analisi si arriva addirittura a questo tipo di volgarità.
Ci sono delle forme di radicalizzazione religiosa e sono ancora estremamente marginali ma se continuiamo a battere il chiodo di quello scontro di civiltà alla fine ci scoppierà in faccia.
E poi il titolo dell’articolo di Riotta “ Ideologie bruciate nelle banlieues” sulla fine delle ideologie in banlieue, come tutti quelli che sono stati maoisti negli anni ’70 – perché anche questo bisogna dire – e che oggi ci riempiono le orecchie con la morte delle ideologie, questi signori hanno ammazzato le ideologie. Sono loro i colpevoli della morte delle ideologie.
L’esempio che tu facevi della chiusura perlomeno infelice dell’articolo di Riotta in merito allo spegnimento dei fuochi francesi come quelli di Halloween nel ghetto di Detroit, se vogliamo tenere il paragone e la metafora del medio oriente stiamo attenti dato che sono 30 anni che hanno fatto in modo di sopprimere, cancellare e strozzare ogni tentativo di risposta politica al problema mediorientale. Hanno impedito che ci fosse un discorso politico in Medio Oriente e poi, 40 anni dopo, ci stupiamo di ritrovarci davanti non più protagonisti o soggettività politiche ma soggettività religiose perché la politica è stata impedita.
E potrebbe essere fatto lo stesso discorso anche per quanto riguarda l’Iraq.
A furia di distruggere tutto quello che poteva essere insorgenza, resistenza politica abbiamo insorgenze e resistenze che sono radicate in un altro tipo di senso di appartenenza, che è quello di carattere religioso. Se noi facciamo sulle banlieue, capiterà anche in banlieue, per fortuna non è ancora vero e ci vorrà del tempo prima che possa accadere perché nonostante tutto la banlieue è radicalmente altra.
Però se giochiamo con il fuoco alla fine ci bruciamo.
Allora la banlieue non è il campo di addestramento in Iraq per due motivi: il primo perché per andare in Iraq bisogna sapere di che Iraq parla, di quali campi di addestramento.
Se gioca sull’assimilazione Iraq uguale Al Quaeda, il che è falso, che la banlieue si stà radicalizzando per cui andranno a farsi scoppiare come dei kamikaze dovunque è possibile in lotta contro l’occidente quello è assolutamente falso.
Quello che è vero però, è che il modello resistenziale dell’ Iraq nella testa dei ragazzi si stà facendo strada.
Davanti ad un potere che ha tolto tutti gli spazi di discorso politico, di soggettivazione rimane l’ultima possibilità che è quella del disastro, del suicidio.
La fortuna della banlieue è che hanno ben presente che quello è suicidio, che non è una soluzione politica, e questo mi sembra estremamente importante da sottolineare."
Quello che hai ricordato mi sembra di un importanza fondamentale dato che non è solo il problema dell’articolo da cui siamo partite per parlare di cosa accade in banlieue, ovvero l’articolo di Gianni Riotta, ma è la maggior parte della stampa e della televisone che riesce ad articolare un discorso sulle banlieues facendo unicamente un bilancio delle macchine bruciate..
"Statisticamente, in Francia, ogni notte vengono bruciate 40 macchine al di là dei ragazzi di banlieue…se vuoi quello che succede all’interno delle banlieues accade in Italia a Napoli. Andiamo a vedere quello come lo gestiscono i media. Andiamo a vedere cosa succede a Padova con Via Anelli ed a Scampia da decenni e decenni.
Queste se vuoi sono corrispondenti della banlieue.
A Scampia nessuno però si azzarderebbe a dire che è in atto uno scontro di civiltà. E però le condizioni in cui vivono i ragazzi delle banlieues Nord di Parigi è assai simile a quello che succede nel napoletano.
C’è una somiglianza molto grande nella gestione politica e nella costruzione dei casi dell’emergenza e del pericolo sociale.
Ora, che ci siano problemi a Napoli come in banlieue è ovvio, ma l’inventare i termini di uno scontro così esasperato mi sembra uno degli strumenti, una delle strategie attuali del potere, qualunque sia il potere in atto. Bisogna stare estremamente attenti perché ormai il racconto del fatto fa parte della strumentaliz opolitica dei conflitti.
Il narrare attraverso i media è una delle tecniche del controllo del territorio e delle soggettività e bisogna starci estremamente attenti."
Ascolta l’intervista a Judith Revel a cura di Federica Pennelli.
[ audio ][ 28.46’’]