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cittadinanza > approfondimenti, resoconti, reportL’Europa di Frontex28 marzo 2007300 migranti intercettati al largo del Senegal dai pattugliamenti congiunti dell’agenzia Ue. Ma come funzionano e cosa significano veramente questi nuovi dispositivi di controllo della mobilità? Medsea, Pev, Frontex, Iconet, Eurosur, Europol… sono questi i termini che bisogna essere in grado di decifrare per interpretare il processo costitutivo di questa nuova Europa. Per finanziare simili operazioni esistono risorse come il “fondo per le frontiere esterne” che prevede lo stanziamento di 1,82 miliardi di euro per il periodo compreso tra il 2007 e il 2013. tanto per continuare a dare un po’ di numeri il bilancio per Frontex nel 2007 è di 33.98 milioni di euro. Diverse operazioni sono già state attuate, il Senegal e la Mauritania collaborano attivamente garantendo la possibilità di pattugliare all’interno delle proprie acque territoriali. Con altri paesi come la Libia le forme della cooperazione sono in via di contrattazione. E fermare le persone che partono quando si trovano ancora nelle acque territoriali del paese che stanno lasciando significa negare non solo l’ingresso libero dei migranti nei territori che questi tentano di raggiungere, ma anche quel famoso diritto all’emigrazione che è, seppur genericamente e senza garanzie specifiche, sancito dalla Dichiarazione Universale del ’48. Al di là dell’evidenza di come l’interesse reale non sia realmente quello di arrestare i movimenti migratori, ma piuttosto di controllarli per “metterli a valore” nel modo più conveniente, l’enfasi posta dai nostri governi sulla gestione delle migrazioni e sul controllo delle frontiere ci racconta molto altro. Sembra cioè che tutto ciò che gli stati membri dell’Unione europea riescano a condividere veramente tra loro e le uniche cose sulle quali entrino in rapporto e cooperino con stati terzi come quelli africani, siano i principi della sicurezza, del controllo, della sorveglianza. Ecco la miseria del progetto e della visione del mondo portati avanti dalla nuova Europa istituzionale che, trovando poco altro di positivo su cui costruirsi, deve imbellettare i freddi rapporti di collaborazione nel pattugliamento congiunto dei confini scomodando addirittura i principi della “solidarietà” reciproca che il Consiglio e la Commissione raccomandano agli Stati che collaborano in Frontex. E anche all’interno dei singoli Stati buona parte della propaganda politica dei governanti europei di tutti gli schieramenti si basa sulla stessa evocazione di paure e consequenziali necessità di controlli e messa in sicurezza dei propri territori portando leader formalmente distanti tra loro come Sarkozy e Zapatero a insistere entrambi sull’importanza di Frontex e a fare del finanziamento di questa agenzia un vanto nei confronti dei propri cittadini. Quello che ovviamente scompare dietro tutto questo sono le persone che cercano di attraversare le frontiere e che a volte sembrano quasi diventare la scusa per la rappresentazione, la messa in scena di poteri in via di definizione che cercano nuovi equilibri per affermarsi. Ma, per fortuna, c’è anche altro che le politiche dichiarate dell’Ue, le comunicazioni dei Consigli e delle Commissioni, le parole dei governanti degli stati membri non raccontano dell’Europa. Non raccontano, cioè, di come la sua realtà sia fatta anche di rivendicazioni sempre più irresistibili di diritti nuovi, di percorsi che si incontrano e condividono strategie di resistenza, di energie che studiano i processi in atto per modificarne le sostanza, di persone che stanno imparando a costruire liberamente la propria visione del mondo e la propria maniera di abitarlo. di Alessandra Sciurba, Melting Pot |
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