Lo avevano chiuso, accogliendo la richiesta della commissione istituita dal ministro Amato per valutare le condizioni dei cpt. E il centro di prima accoglienza (cpa) di Bari Palese per il rappresentante dell’Onu Staffan de Mistura era da chiudere e basta. Invece in questi giorni è stato riaperto a sorpresa per «ospitare» 62 persone, di cui 51 d’origine eritrea, tutte richiedenti asilo.
Quando De Mistura e i suoi collaboratori, alcuni dei quali appartenenti ad associazioni umanitarie, arrivarono nel giugno dello scorso anno a Bari Palese, si trovarono di fronte a una mega roulottopoli in cui vivevano 600 persone (la punta massima è stata però 1200 nel 2003) in condizioni igienico-sanitarie disastrose. Il loro giudizio fu netto: «E’ una struttura molto insoddisfacente, non a norma. L’auspicio è che venga chiusa nel 2007». Un parere chiaro ed inequivocabile.
Non per il governo che, pur inserendo nel programma dell’Unione l’obiettivo di «umanizzare» i cpt - e per questo Amato aveva tanto voluto la commissione d’ispezione nazionale - ha fatto «orecchie da mercante». Quasi di nascosto ha riaperto qualche giorno fa il centro di accoglienza, sottolineando come le roulotte fossero state sostituite con dei moderni container. Insomma tutta un’altra storia. Ma perché questa decisione? Per far fronte - spiega il ministero degli Interni - all’emergenza estiva dei numerosi sbarchi di immigrati a Lampedusa, a tal punto che si è costretti a «indirizzarli» in altri centri per identificarli e, se necessario, rimpatriarli. E 62 persone sono proprio un’emergenza tale da far riaprire un centro «disumano».
Gianfranco Schiavone, uno dei membri della commissione de Mistura, apprende con sconcerto la decisione del governo: «Bari Palese era uno dei peggiori centri che abbiamo visitato». Poi fa notare una peculiarità della struttura che aggrava la scelta dell’esecutivo: «Sta in mezzo ad un campo militare, e ciò dimostra il fatto che gli ospiti non godono di un regime di semilibertà così come previsto nei cpa, ma sono rinchiusi come nei cpt».
In effetti i centri di accoglienza, istituiti con la legge Puglia (n. 563 del 1995) per fronteggiare l’emergenza dei flussi migratori verso l’Italia, non hanno mai avuto successivamente una regolamentazione giuridica. Bari Palese nasce nel 1997 come una roulottopoli e viene aperta principalmente nei periodi estivi per «emergenze momentanee», in base a dei decreti della presidenza del Consiglio dei Ministri (Dpcm), che individua nel prefetto di Bari il soggetto delegato a risolvere la problematica. «La questione - afferma Schiavone - è che dalla legge Puglia i cpa non hanno mai avuto uno status giudiziario. Ora sono degli ibridi in cui non si capisce chi ci va a finire. Teoricamente vengono considerati come dei centri d’identificazione, ma in pratica i migranti sono rinchiusi come nei cpt».
Non a caso anche la commissione aveva manifestato preoccupazione per il fatto che «lo status legale/formale è quello di un cpa, quando invece viene utilizzato principalmente come centro di identificazione per richiedenti asilo, senza che questi possano avere certi benefici che tale configurazione giuridica comporterebbe».
Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci e anch’egli membro della commissione, mette il carico da novanta, denunciando come il caso barese non sia l’unico: «Nel cpa di Crotone ci sono migranti trattenuti anche per 4 mesi mentre in base alla legge in vigore non si può essere rinchiusi per più di 60 giorni». Poi ricorda come la commissione aveva intimato al governo di rendere possibili le visite all’interno dei cpt: «Tutto invano, ancora oggi le associazioni e i giornalisti non possono entrare nelle strutture». Viene lecito pensare che forse si teme che qualcuno possa denunciare la situazione che vivono gli immigrati all’interno.
Intanto la rete no-cpt pugliese, che aveva fin dal primo momento osteggiato la commissione in quanto «non è possibile un miglioramento dei centri di detenzione», continua a ribadire come a Bari Palese non ci sia alcuna differenza tra questo governo e il precedente. «Con Prodi non c’è stato nessun miglioramento, altro che il superamento tanto sbandierato. L’unica soluzione è la chiusura immediata senza e senza ma».
A sorpresa anche il sindacato della polizia Coisp parla dei cpt come di «strutture inadeguate» e chiede la «chiusura definitiva dei centri prima che qualche agente ci rimetta la vita». Evidente il riferimento all’altro cpt di Bari (San Paolo) da cui vengono segnali di rivolta dai migranti rinchiusi.