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«La Tunisia non è un porto sicuro per chi vuole chiedere asilo politico»

Parla Trifi, presidente della Lega tunisina per la difesa dei diritti dell’uomo: «Chi viene riportato qui espulso in Libia e in Algeria»

da il manifesto del 23 agosto 2007

24 agosto 2007

di Cinzia Gubbini

«Personalmente non conosco nemmeno una persona che abbia ottenuto il diritto d’asilo in Tunisia». Basterebbero queste parole di Mokhtar Trifi, presidente della «Lega tunisina per la difesa dei diritti dell’uomo» per dubitare del fatto che la Tunisia sia un paese sicuro per chi scappa da guerra e persecuzioni. Sembrano invece considerarlo tale l’Italia e l’Europa, che da qualche tempo collaborano in modo molto disinvolto con il paese del presidente Ben Ali: succede sempre più spesso che barche cariche di migranti «pescate» in acqua internazionali vengano rinviate in Tunisia, da dove si presume siano partite. Proprio come è accaduto nel caso dei sette pescatori tunisini ora sotto processo ad Agrigento per «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Nei loro confronti, l’ordine italiano era chiaro: dopo aver preso a bordo 43 persone avrebbero dovuto fare rotta verso la Tunisia. Ma il fatto è che il gruppo salvato era composto per la maggior parte da persone eritree, etiopi e sudanesi. Potenziali richiedenti asilo. La legge parla chiaro: chi li intercetta deve scortarli verso un «porto sicuro».
Signor Trifi, la Tunisia è un porto sicuro per chi vuole chiedere asilo?
La risposta è semplice: no. Certo questo paese riconosce nella sua Costituzione il diritto d’asilo, ma manca una legge specifica in merito. Inoltre, viene teoricamente applicata la Convenzione di Ginevra. Ma il fatto è che non esistono strutture a cui un richiedente asilo si possa appellare.
Tanto che, ripeto, io non conosco nessuno che abbia ottenuto il diritto d’asilo in Tunisia.
Cosa pensa del fatto che l’Italia, e in generale l’Europa, collabori con la Tunisia per i pattugliamenti in mare?
Il vero problema è la politica europea sul controllo della frontiere: è molto chiaro che l’unica preoccupazione dell’Europa sia evitare più possibile che gli immigrati possano raggiungere il territorio europeo. E’ incredibile che dei pescatori tunisini siano sotto processo per aver salvato delle persone in mare. Quei pescatori non hanno fatto altro che rispondere non soltanto a un dovere umanitario, aiutare delle persone in difficoltà, ma anche a un dovere legale.
Ma cosa succede alle persone che vengono riportate in Tunisia?
E’ molto difficile seguire la loro sorte, poiché ci sono pochissime informazioni in merito. Ma siamo riusciti a ricostruire, attraverso numerose testimonianze, che queste persone vengono espulse dalla Tunisia verso i paesi da cui si presume siano passati per arrivare qui. E’ chiaro, infatti, che uomini e donne che arrivano in Tunisia dai paesi subsahariani sono per forza passati o dall’Algeria o dalla Libia. Dunque, è lì che la Tunisia li rispedisce. Ma è molto difficile cercare di rappresentarli, visto che sono persone a cui non vengono riconosciuti dei diritti specifici.
In generale la situazione dei subsahariani che si trovano in Tunisia qual è?
Chi arriva qui dai paesi subsahariani lo fa solo per partire verso l’Europa. E’ molto difficile incontrarli per strada, si nascondo, hanno paura delle retate, ce n’è stata una molto grossa all’inizio dell’anno. Se vengono beccati finiscono nei nostri centri di detenzione, che non sono formalmente delle prigioni ma quasi. Nessuna associazione può entrarci, noi non sappiamo neanche quanti ce ne siano in Tunisia.
E qual è l’atteggiamento dell’opinione pubblica tunisina: c’è razzismo verso i neri come accade in Marocco o in Libia?
No, non ancora. La presenza di persone provenienti dai paesi del sud dell’Africa è piuttosto recente, non ce ne sono tanti come negli altri paesi del Maghreb. Hanno iniziato da poco a scegliere la Tunisia come luogo di partenza.
Per tornare alla situazione politica tunisina, qual è la posizione della Lega per i diritti dell’uomo?
Ovviamente è estremamente critica. La nostra associazione, che è un’associazione riconosciuta, ha dei problemi enormi.
Il potere politico tunisino ci impedisce di svolgere il nostro lavoro in modo normale. I nostri quattordici uffici all’interno della Repubblica sono stati chiusi dalla polizia nel 2005, e ancora oggi non possiamo utilizzarli. I finanziamenti dell’ Unione europea sono bloccati dal 2003. Recentemente sono iniziati dei colloqui con le autorità, ma al momento non abbiamo raggiunto alcun risultato concreto.