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cittadinanza > approfondimenti, resoconti, reportA due anni da Ceuta e Melilladi Alessandra Sciurba10 ottobre 2007
Sono trascorsi due anni dagli spari di Ceuta e Melilla, quando le pallottole del fuoco incrociato ispano-marocchino hanno giustiziato, colpendoli alle spalle, uomini aggrappati ad una rete di metallo nel disperato tentativo di un assalto al cielo (dove il cielo era semplicemente il pezzettino europeo in terra africana delle due enclaves spagnole in Marocco) conclusosi in tragedia. Non cercare più, donna, non li ritroverai! Le due zone di concentramento che fanno da principale scenario alla storia che stiamo cercando di raccontare sono senza dubbio i 5 accampamenti sul monte Gourogou, a Nador, vicino Melilla, e la foresta di Bel Younech, subito fuori da Ceuta. Da questi luoghi, fino a pochi anni fa, [nonostante un sistema di sorveglianza della frontiera-7527] (consistente in una barriera fisica alta da 3 a 5 metri), costato alla Spagna e all’Europa 27 milioni di Euro per la sola Ceuta, l’attraversamento della frontiera da parte di migranti ‘irregolari’ (cui deve essere sommato quello legale di circa 6.000 persone al giorno in possesso di un permesso diario) era pratica quotidiana. Questo andirivieni, del resto, risultava molto conveniente anche perché gran parte dell’economia (mafie, contrabbando, sfruttamento, organizzazione dei viaggi clandestini) delle enclaves ruotava su questo ininterrotto flusso di persone. “depuis plusieurs nnées déja, des centaines de migrants se réfugiaient dans le forêts proches des enclaves espagnoles de Ceuta e Melilla, petit morceaux de l’espace Schengen en terre africaine, dans l’espoir de franchir un jour les grillages qui les séparent du territoire européen. Leurs campements de fortune, qu’ils appellent ‘ghettos’, étaient dissimulés è quelques kilomètres des grillages sur le mont Gourogou près de melilla et dans la dense forêt de bel Younech proche de Ceuta. Dans des conditions difficiles liées au climat, à l’isolement et sourtout à la répression policière aussi bien marocaine – avec des rafles violentes dans les camps entraînant le saccage des cabanes, la réquisition des biens, des arrestations et des violences – qu’espagnole – avec des tabassages et l’usage d’armes munies de balle en caoutchouc aux bords des grillage de ceuta et melilla – ces migrant attendaient des mois, parfois des années, le moment où ils parviendraient à ‘passer’ du côté espagnol grâce à des échelles fabriquées avec le bois des forêts(1).” All’interno di questa descrizione si ritrovano pressoché tutte le caratteristiche che connotano le zone di concentramento dell’Unione europea (ovunque esse si trovino): luoghi assolutamente inadatti all’abitazione, dove si raccolgono un numero variabile (ma sempre nell’ordine almeno delle decine o delle centinaia) di migranti “in sosta”. Tappe del viaggio verso l’Europa. Tappe dettate dalla volontà dei viaggiatori di non fermarsi (e del resto, per tornare dove?) e dalla volontà dei governanti di controllare il loro viaggio, arrestandolo o condizionandolo a seconda delle esigenze (l’aprire o chiudere le frontiere è stato più volte utilizzato, per fare un esempio tra i tanti, come strumento di ricatto nordafricano verso i governi europei). Spazi dove il diritto è sempre soggetto all’arbitrarietà estrema di chi riesce ad esercitarvi un potere (capi-gruppo, militari, passeurs…). Spazi la cui vita è legata soltanto all’anelito verso il loro superamento. Posti, infine, dove le autorità del luogo sanno benissimo quel che avviene all’interno. Tollerati, utilizzati e poi sgomberati quando gli accordi e le politiche cambiano. Un mese dopo un’altra violenta retata sconvolge anche l’esistenza già precaria dei migranti nascosti nelle foreste intorno Ceuta. Siamo nella notte tra il 9 e il 10 febbraio: “More than 600 Moroccan Sf officials raid various ISS camps in the middle of the night, destroying and burning everything in their path and seizing the few valuable objects they come across (5)”. In tre giorni di raid 210 persone furono così arrestate e ricondotte al confine. La “no man’s land” del confine tra Algeria e Marocco “ is a semi-desert area where there is no wter, food or shelter (6) ”. La zona di concentramento si sposta così dalle enclaves lungo una frontiera più interna, che la maggior parte dei migranti hanno già attraversato, dalla quale si ritrovano a dover partire ancora una volta. In questa frontiera si concentra un’umanità molto variegata: donne incinte, lattanti, malati gravi, anziani, così come richiedenti asilo registrati dall’Unhcr e rifugiati riconosciuti dalla stessa agenzia (7). Oltre a quelli abbandonati nel deserto, alcuni vengono detenuti per giorni nei commissariati, altri sono “concentrati” all’interno del “palazzo della cultura” della città, in vista di un loro rimpatrio. Ad Oujida, tutt’oggi, la gente sopravvive grazie agli aiuti caritatevoli di alcuni cittadini marocchini e a qualche associazione umanitaria che si trova, come abbiamo detto che quasi sempre avviene, schiacciata tra un ruolo in qualche modo correlato a quello delle politiche governative e il lavoro di assistenza che in quella zona appare comunque realmente indispensabile. Ma torniamo alle zone di concentramento intorno alle due enclaves. Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che la tolleranza del governo marocchino rispetto alla loro esistenza era all’inizio del 2005 in via di esaurimento: nuove dinamiche erano subentrate soprattutto nelle relazioni con l’Unione europea, e il Marocco doveva dimostrare (e anche in maniera spettacolare) di essere in grado di custodire le sue frontiere. Dopo le retate i migranti avevano cercato comunque di riorganizzarsi e si erano disposti, rendendosi ancora più vulnerabili, in piccoli gruppi nascosti nelle foreste. La zona di concentramento semplicemente si disperde a macchia di leopardo, estendendo i suoi confini esterni che vengono a coincidere con i corpi dei singoli migranti in attesa. Ma ormai il suo statuto è cambiato. Non vige più quell’intreccio di tensioni, tra le volontà governative e quelle dei migranti, che ne permettevano l’esistenza. Le autorità hanno cambiato idea. Il percorso dello Stretto, almeno per il momento deve veramente diventare impraticabile. Quelle zone, almeno per il momento, devono essere smantellate. È a quel punto che i migranti, senza possibilità di andare avanti né indietro nella traiettoria segmentata e senza fine del loro lungo viaggio, decidono di tentare la sorte. Di distruggere essi stessi il loro concentramento. Di non restare più in attesa. La notte del 29 settembre del 2005 viene presa d’assalto la barriera della frontiera spagnola a Ceuta. Cinque è il numero dei morti ufficiali. Il 15 settembre un altro giovane era stato ucciso da un proiettile di gomma sparato dalla Guardia Civil nell’assalto della barriera dalla parte di Melilla. Sempre presso quest’ultimo pezzo di frontiera si verifica il più numeroso tentativo di oltrepassare il confine, il 6 ottobre del 2005: “a sparare contro i migranti, questa volta, a pochi giorni di distanza dai fatti di Ceuta, erano stati ufficialmente i gendarmi marocchini coperti dal governo che giustificava i sei morti altrettanto ufficiali e gli innumerevoli feriti come un gesto di difesa contro l’assalto subito (8) ”. A quel punto, chi rimane dopo quei giorni di guerra viene catturato e portato via, questa volta direttamente nel deserto, ancora più in là di Oujida. Parallelamente, nuove retate si verificano nella grandi città del Marocco, seguite da nuove deportazioni sommarie di subsahariani. All’indomani di questi fatti di Ceuta, unanimemente definiti tragici, la Commissione europea riunita a Bruxelles emette un comunicato stampa esprimendo “profondo rammarico per i tragici eventi di Ceuta e Melilla che hanno causato la morte prematura di diverse persone”. Quel che è avvenuto, si legge ancora nel comunicato che cita le parole di Franco Frattini, “è la prova ulteriore che urge intensificare gli sforzi comuni per gestire l’immigrazione con più efficacia (…) L’Unione deve fare di più per prevenire e contrastare l’immigrazione clandestina dall’Africa (…) l’Unione ha già avviato un dialogo con il Marocco sulla migrazione e gli aspetti connessi (…) L’Unione sta anche intensificando le relazioni con la Libia (9)”. Mettiamo a confronto quanto dichiarato nel comunicato ufficiale dell’Unione con un altro breve passo del rapporto di Msf in cui si legge che “the unstoppable rise in migration goes hand in hand with an increase in the degree of violence used in measure to control it. Torture and inhuman, degrading treatment adds to the suffering and marginalisation of people who in their search for a better life already espose themselves to extreme, often inumane, conditions of subsistence and instability (10)”. E ancora, nello stesso rapporto, Msf denuncia come “the distribution of violent acts againsta ISSs is somewhat uneven with the security forces of both countries” (Spagna e Marocco) “accounting for over 65% of cases (11)”. Solitamente, quando qualcuno muore, si cerca di definire le responsabilità dell’accaduto. Nel caso dei morti di Ceuta e Melilla ciò non è stato possibile. Note: |
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