Viaggio nei luoghi di partenza delle barche che arrivano sulle nostre coste L’emigrazione è l’unica prospettiva, la morte in mare non fa paura
Il Mufti d’Egitto condanna i connazionali scomparsi per aver tentato la traversata: «Non sono morti sulla via di Allah». Ma intanto, chi può si imbarca
Michele Giorgio
Inviato a Mahalla (Egitto)
Mahmud Musad si è salvato ma non è ancora tornato a Mahalla e nessuno sa se mai rimetterà piede nella sua città. Forse è ancora in Italia in attesa dell’espulsione. Più probabilmente è già in Egitto ma in stato di arresto.
Mahmud, 18 anni, è uno dei superstiti ai naufragi avvenuti a fine ottobre davanti alle coste italiane in cui hanno trovato la morte almeno 28 giovani egiziani (altri 22 sono dispersi).
Ha vissuto una esperienza terribile, ha nuotato per ore prima di raggiungere la riva, ma il governo e il comune di Mahalla non lo attendono come un eroe, anzi. Per le autorità è un «giovane senza senso di responsabilità», pronto a pagare cifre elevate pur di partire, e non un egiziano che ha soltanto tentato di costruirsi un futuro in un paese ricco, lontano dalla miseria sempre più nera in cui sta sprofondando il suo Paese nonostante i «successi economici» sbandierati dal regime di Hosni Mubarak, fedele esecutore dei diktat del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale.
A sancire in modo definitivo la condanna morale di Mahmud e dei suoi 184 compagni, è stato il Mufti d’Egitto, Ali Gomaa, uno dei magafoni del potere. «Quegli egiziani che sono morti la scorsa settimana davanti alle coste italiane non sono dei martiri perché non sono partiti sulla via di Allah. Da soli hanno trovato la morte per il rischio che hanno voluto correre», ha sentenziato Gomaa. Nessuna pietà, neanche quella di Dio, per chi sognava una vita più dignitosa di quella, a 30-40 euro di reddito mensile, che l’economia egiziana offre alla maggioranza della popolazione.
A Mahalla non hanno voglia di parlare ai giornalisti. La presenza di polizia è massiccia in questa città del Delta del Nilo protagonista nei mesi scorsi del più importante sciopero operaio di questi ultimi anni, non solo in Egitto ma nell’intero mondo arabo. I pochi che accettano di farlo sono tutti dalla parte di Mahmud Murad. «Se potessi anche io scapperei verso l’Italia, verso l’Europa - dice Hamdi, 27 anni, padre di quattro figli - prima sognavo di andare in Arabia Saudita perché lì si guadagna bene ma ci trattano come le bestie, pensano che gli egiziani siano esseri umani inferiori». Hamdi, come molti suoi concittadini è uno dei 27mila operai della «Ghazl Mahalla», l’industria tessile teatro dello sciopero. L’intera Mahalla, simile ad una periferia abbandonata di una città industriale europea, è cresciuta intorno ai macchinari della «Ghazl Mahalla» che sfornano abiti di taglio pesante e antiquato ma anche una buona biancheria di cotone egiziano. Prodotti che la popolazione locale e gli operai stessi però non possono permettersi. «Un paio di pantaloni costano 70-80 lire egiziane (10-11 euro ndr), quasi un quarto del mio stipendio - spiega Mohammed Tolba, 42 anni - Qui la produzione viene tutta esportata e noi possiamo solo comprare abiti fatti con filo sintetico. Se avessi qualche anno di meno tenterei anche io il viaggio in mare. Meglio il rischio della morte che continuare a mangiare il pessimo pane che ci passa il governo». Bahaa Abdel Aziz, 22 anni, dice che la sirena dell’emigrazione verso l’Europa attira sempre più giovani.
«Io ho un lavoro e pur guadagnando poco mi considero fortunato - dice porgendo ad una venditrice ambulante una lira, costo delle patate e delle cipolle che ha comprato - molti dei miei amici invece non fanno nulla, sopravvivono. È un guaio, perché noi egiziani a questa età mettiamo su famiglia».
Bahaa sa dei trafficanti di migranti che organizzano viaggi verso l’Italia e la Grecia. «Mi è capitato di parlare con uno di loro qui a Mahalla - racconta - mi ha detto che per 20mila lire (circa 2600 euro) mi avrebbe mandato a Roma. Io quei soldi non li troverei mai ma altri fanno delle pazzie, vendono tutto quello che hanno pur di partire». A realizzare affari d’oro sono gli usurai, «categoria» che cresce nell’Egitto del «miracolo economico» di Hosni Mubarak, in aperta violazione dei categorici divieti islamici. Le indagini stanno portando alla luce un mondo sotterraneo di illegalità e traffici ai quali sempre più egiziani si rivolgono per sottrarsi ad un sistema che ti consente di sopravvivere con dignità solo se hai la «fortuna» di lavorare 14-15 ore al giorno svolgendo due-tre lavori.
E chi traffica in esseri umani, sostiene di farlo perché «vuole aiutare il prossimo». I coniugi Mohammed Farag e Salwa el-Baz, arrestati mentre organizzavano il viaggio verso l’Europa ad un gruppo di giovani di Kafur al Arab, si sono difesi sostenendo «di offrire un futuro di benessere a chi vuole partire» e si sono descritti come una sorta di agenzia del lavoro. I futuri clandestini, dopo il trasferimento ad Alessandria e Matruh a bordo di camion telati, dovevano essere lasciati su gommoni davanti alle coste italiane. Costo del «viaggio»: 1.500 euro. Le reti di trafficanti sono ben radicate a Buheira e nel distretto di Kafr al-Sheikh ma i mediatori ora si spingono fino ad al-Fayoum, a sud del Cairo, mentre in passato i migranti venivano soprattutto dal Delta del Nilo: Tanta, Mansura, Zagazig, Abu Kebir, centri abitati poveri ma dove rispetto all’arretrato e miserabile Alto Egitto, è possibile vendersi cosa si possiede o chiedere un prestito.
Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’Egitto sarà un base di partenza per i migranti sempre più usata. «Nell’ultimo mese - ha detto Peter Schatzer, dell’Oim di Roma - abbiamo registrato un cambiamento: vengono utilizzati pescherecci lunghi 25 metri che raggiungono le coste italiane con a bordo circa 70-80 persone. I trafficanti all’ultimo momento trasferiscono i passeggeri sui gommoni e cercano di tornare indietro senza essere intercettati». La novità consiste anche nella rotta che evita Lampedusa e punta a luoghi in cui i migranti possono più facilmente cercare di fuggire senza essere bloccati. Schatzer ha chiesto alle autorità egiziane di informare i cittadini dei pericoli del viaggio verso l’Europa, in modo da scoraggiare le partenze. Il funzionario dell’Oim non ha capito che coloro che fuggono dalla fame non hanno paura di morire.