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cittadinanza > approfondimenti, resoconti, reportIl ruolo delle Organizzazioni internazionali nelle politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina.di Fulvio Vassallo Paleologo30 novembre 2007Ha destato scalpore un recente video, finanziato dall’Unione Europea e dall’OIM (Organizzazione internazionale con le migrazioni), nel quale si sconsiglia ai migranti di raggiungere l’Europa (la Svizzera, in particolare) perché qui li attenderebbe un futuro di fame e di emarginazione. L’Europa che non è stata capace di adottare una direttiva sugli ingressi legali per lavoro, che ha chiuso la porta in faccia ai potenziali richiedenti asilo e che ha armato le missioni dell’Agenzia Frontex, per respingere a mare i migranti irregolari e per contribuire alla loro deportazione dai paesi di transito ai paesi di provenienza, promuove adesso campagne pubblicitarie allo scopo di dissuadere i “viaggi della speranza”. La partecipazione dell’OIM alla campagna pubblicitaria di dissuasione rivolta ai candidati all’immigrazione clandestina non è che la punta dell’iceberg di un impegno complessivo di questa organizzazione a favore delle politiche di controllo dell’immigrazione clandestina poste in essere dai governi europei e dalle agenzie comunitarie come FRONTEX. E’ a tutti noto il coinvolgimento dell’OIM nelle operazioni di rimpatrio forzato realizzate dal governo Berlusconi a partire dall’ottobre del 2004 da Lampedusa verso la Libia, operazioni censurate anche dal Parlamento europeo, dopo le quali centinaia di migranti deportati dall’Italia sono morti in Libia (per dichiarazione dello stesso governo libico) abbandonati nei deserti al confine con il Niger e l’Algeria. Negli ultimi anni, l’attività dell’OIM si è concentrata sulle operazioni di “rimpatrio volontario assistito” dai paesi di transito ai paesi di provenienza dei migranti, paesi assai diversi e lontani come il Bangladesh , il Ghana, il Mali, il Sudan, il Niger, il Togo o il Senegal. Diverse le modalità dei rimpatri, alcuni per via aerea, altri su camion che attraversano il deserto in direzione sud, verso Agadez, la direzione opposta rispetto a quella seguita dai migranti irregolari per entrare in Libia. L’impegno dell’OIM va quindi inquadrato nell’ambito delle politiche dei principali paesi europei che hanno esternalizzato i controlli di frontiera coinvolgendo i paesi di transito nella “lotta all’immigrazione clandestina”, restringendo in questo modo le possibilità di accesso anche nei confronti dei potenziali richiedenti asilo. Per la piena attuazione di queste politiche di respingimento dei migranti irregolari, sia gli organismi comunitari che i singoli stati hanno cercato di ottenere – con diversi risultati- l’appoggio di grandi organizzazioni umanitarie come l’OIM e l’ACNUR ( Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Nel 2007 sono stati realizzati vari progetti a cui ha partecipato l’Italia, con il coinvolgimento dell’OIM, sulla base di cofinanziamenti europei, che riguardano Paesi come la Libia, il Ghana, la Nigeria, il Senegal ed altri Paesi dell’Africa orientale. Si tratta del programma Across Sahara 2, presentato dal Ministero dell’interno in partnership con la Libia e l’OIM, relativo ad azioni di assistenza tecnica in materia di immigrazione clandestina sulla frontiera libico-algerina; del programma East Africa migration route, presentato dal Ministero dell’interno britannico con la
partecipazione del nostro Ministero dell’interno, relativo alla cooperazione tra gli esperti di immigrazione dell’Unione europea nell’Africa orientale e le autorità di tali Paesi; del programma Facilitating coherent migration management approach in Ghana, Nigeria, Senegal and Libia presentato dalla OIM, con la partecipazione dei nostri Ministeri dell’interno e della solidarietà sociale, per promuovere la collaborazione operativa tra tali Paesi nella gestione delle migrazioni. In numerosi documenti dell’Unione Europea si auspica un maggiore ruolo dell’OIM nella collaborazione alle operazioni di rimpatrio dei migranti irregolari bloccati nei paesi di transito. Analoghi tentativi erano stati operati per un maggiore coinvolgimento dell’ACNUR nei paesi di transito, al fine di garantire un maggiore controllo dei flussi migratori “misti”, composti da potenziali richiedenti asilo e da migranti economici, ma l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a differenza dell’OIM, ha rifiutato fino a questo momento un coinvolgimento diretto. Persino il commissario Frattini aveva commesso in alcune occasioni pubbliche una apparente “gaffe”, richiamando l’ACNUR tra le organizzazioni che già collaboravano con Frontex nelle operazioni di respingimento e di rimpatrio forzato. Aveva però confuso quanto da lui auspicato con la realtà… E’ bene chiarire che cosa significa il “ritorno volontario” in un paese nel quale i diritti dei migranti irregolari valgono meno di niente, come è confermato da anni dai rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch, oltre che da diverse visite di delegazioni del Parlamento Europeo. Possiamo facilmente immaginare in quali condizioni si formi la volontà dei migranti di abbandonare il proprio progetto migratorio e di fare ritorno verso i paesi di origine, fuggendo da quella Libia che prima è stata un miraggio, paese di emigrazione, ma anche paese di transito verso l’Europa, che poi si è rivelata una trappola, anche mortale, per chi non aveva abbastanza denaro per corrompere, per comprare un passaggio verso la Sicilia. Il “rimpatrio volontario assistito” non è quasi mai una libera scelta dei migranti che si rivolgono spontaneamente agli uffici dell’OIM a Tripoli, ma costituisce una soluzione disperata che si pone a migranti già arrestati dalla polizia libica. Eppure la Libia è considerata un paese nel quale investire ingenti risorse comunitarie al fine di bloccare i movimenti dei migranti irregolari. E da alcune settimane questo stato ha persino ottenuto un seggio temporaneo nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, malgrado siano note a tutti le gravissime violazioni dei diritti umani, perpetrate dal regime di Ghedafi ai danni dei migranti. L’OIM ha richiesto all’Unione Europea tre milioni di euro per finanziare, nel 2008, il “rimpatrio assistito” di almeno 2.000 migranti dalla Libia. Ad ognuno di loro saranno dati 300 euro per “reinstallarsi” (resettlement) nel proprio Paese. L"OIM è presente in Libia dal 2005, con il programma Trim, un programma di "ritorno volontario” finanziato dai fondi europei Aeneas e dal Ministero dell’Interno italiano, per due milioni di euro. Lo stesso programma avrebbe dovuto consentire interventi di sostegno dei migranti trattenuti nei centri di detenzione libici. Proprio quegli stessi centri, finanziati in parte dal precedente governo italiano, nei quali si sono verificati i gravissimi abusi segnalati dai rapporti di Human Rights Watch. Dal 2006 l’OIM ha partecipato al “rimpatrio volontario assistito” di 1.300 migranti dalla Libia in Niger. Senza attribuire alcun rilievo alla circostanza che nello stesso anno oltre 50.000 migranti sono stati arrestati e deportati dalla Libia, secondo un rapporto dell’agenzia Frontex. Ancora nel maggio 2007 i migranti irregolari rinchiusi nelle carceri libiche erano 60.000. Dalle testimonianze di migranti e giornalisti, dai rapporti delle agenzie umanitarie internazionali, documentati anche nel sito fortresseurope.blogspot.com, emerge come i migranti possano essere costretti al “rimpatrio volontario assistito” dalla brutalità del trattamento riservato loro dalle forze di polizia. Secondo testimonianze dirette, le stesse forze di polizia, una volta scaricato nel deserto un carico umano, ai confini con il Niger, il Chad e l’Algeria, accettano ingenti somme di denaro, che dividono con le organizzazioni criminali per chiudere un occhio sul rientro dei migranti appena espulsi , di nuovo in Libia. Un mercato ignobile sulla pelle di migliaia di uomini, donne e bambini, e chi non ha i soldi per pagare rimane esposto ad abusi di ogni genere come gli stupri sistematici delle giovani donne da parte dei trafficanti e talvolta anche degli agenti della polizia libica. Come non si deve collaborare con il governo libico nelle operazioni di deportazione camuffate come “resettlement” (reinsediamento) dei migranti irregolari, occorre evitare che agenzie umanitarie vengano coinvolte nelle operazioni di respingimento a mare dei migranti che riescono a lasciare l’inferno libico. Se si riconducono le cd. carrette del mare verso i porti di partenza, oltre alla crescita delle vittime dei naufragi, si allunga la lista delle persone a rischio di subire nelle carceri libiche abusi di ogni genere. Nella Comunicazione della Commissione al Consiglio dell’Unione Europea del 30 novembre 2006 si sottolinea il ruolo dell’OIM e dell ACNUR nel supporto delle attività di Frontex nel contrasto dell’immigrazione irregolare allo scopo di “Rafforzare la gestione delle frontiere marittime meridionali dell’Unione europea”. L’impegno delle grandi agenzie umanitarie come l’ACNUR e l’OIM dovrebbe essere rivolto all’apertura di canali di ingresso legale ed alla salvaguardia assoluta dei potenziali richiedenti asilo e dei soggetti più vulnerabili come donne e minori. Occorre che queste organizzazioni, con il supporto della politica estera dei paesi europei, riescano a liberare i migranti trattenuti in carceri ignobili e a fare arrivare in Europa coloro che hanno diritto a proporre una istanza di asilo. Se questi obiettivi non risulteranno perseguibili non si possono fornire alibi ai responsabili di gravi soprusi ai danni dei migranti, detenuti in luoghi indegni nei quali i soggetti più vulnerabili come le donne ed i bambini rimangono esposti a violenze di ogni genere. Non si può ritenere sufficiente l’adesione alla Convenzione di Ginevra se poi i singoli stati si comportano in modo da violare i principi essenziali di quella convenzione, e neppure consentono il tempestivo intervento dei funzionari dell’ACNUR. In questo quadro, potrebbe costituire la premessa per gravi violazioni dei diritti fondamentali della persona il coinvolgimento dell’OIM nei ”rimpatri volontari”verso il Niger, il Chad e l’Algeria, ed il coinvolgimento della stessa organizzazione nelle operazioni di pattugliamento congiunto a mare dell’Agenzia Frontex. Gli accordi di riammissione con i paesi nordafricani sono basati sul presupposto che questi paesi, ad eccezione della Libia, hanno aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Quando poi si va a considerare la dimensione effettiva del diritto di asilo in questi stati si verifica come il diritto di asilo venga riconosciuti in poche centinaia di casi. In molti paesi, come l’Egitto, i potenziali richiedenti asilo non hanno un accesso effettivo alla procedura. Non si può ritenere sufficiente l’adesione formale alla Convenzione di Ginevra, se poi i singoli stati si comportano in modo da violare i principi essenziali di quella convenzione. |
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