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cittadinanza > intervisteBologna - Bidonville a Borgo PanigaleIntervista al Dott. Antonio Curti dell’associazione di medici volontari Sokos13 ottobre 2003Carabinieri e polizia municipale hanno compiuto una retata sul Lungo Reno, in zona Borgo Panigale a Bologna. Ancora una volta sono state le ruspe e le forze dell’ordine ad occuparsi di una questione umanitaria, che ha come protagonisti donne e uomini che lavorano nei nostri cantieri e nelle nostre industrie, e che la legge Bossi Fini considera clandestini. Sono lavoratori invisibili, pagati a giornata per pochi euro all’ora, accettano condizioni lavorative di sfruttamento e condizioni di vita disumane perché sono considerati illegali. Restano nell’ombra e nel silenzio per non essere rispediti nei propri paesi, da cui sono scappati per sfuggire a miseria e disperazione. Contemporaneamente, il rapporto dell’Agenzia Habitat delle Nazioni Unite
denuncia l’aumento del numero delle persone che nel mondo vivono in slums: quasi il 32% della popolazione mondiale vive in favelas, bidonville e baraccopoli.
La legge Bossi Fini si conferma così come uno strumento di ricatto che non solo favorisce il lavoro clandestino, ma che a Bologna ha inciso favorevolmente sull’introduzione del caporalato e sullo sviluppo di vere e proprie bidonville. Domanda: Come si spiega la consolidata concentrazione di persone di nazionalità rumena in questa zona? Risposta: E’ da circa due anni che lungo il fiume Reno tendono a concentrarsi persone di nazionalità rumena. Questo lascia pensare che qui sia più facile l’accesso in nero per lavoratori rumeni ai cantieri edili della zona e del territorio bolognese. Anche gran parte dei rumeni che sono stati sgomberati recentemente erano manovali edili impiegati in nero nel bolognese. Si possono dare anche altre spiegazioni: alcuni antropologi sostengono che i rumeni delle classi sociali più basse sono abituati nel proprio paese d’origine a vivere sotto la superficie del suolo e dunque sono maggiormente adattabili a vivere in condizioni simili a quelle sul lungo Reno. Personalmente posso dire che i rumeni lamentavano una condizione di estremo disagio e precarietà nel proprio paese d’origine. D: C’erano sia uomini che donne? R: Abbiamo incontrato prevalentemente uomini tra i 20 e i 30 anni, ma c’erano anche alcune donne, alcuni ragazzini, un bambino di due mesi, una donna incinta e alcune persone sui 50-60 anni. Tra le persone che si erano sistemate lungo il fiume ce n’erano anche alcune provenienti da uno stabile lungamente occupato nella stessa zona di Borgo Panigale e sgomberato lo scorso anno. Gli abitanti avevano raggiunto un accordo con il proprietario a cui pagavano un affitto e, avendo raggiunto una situazione di relativa stabilità, erano stati raggiunti da mogli e figli; si era così creato un nucleo di famiglie che Sokos aveva seguito lo scorso anno e che ha poi ritrovato sul fiume a costruire la propria piccola baracca. D: Difficile dire dove siano adesso queste famiglie. R: Il fiume Reno è una zona dove si alternano sgomberi a ripopolamenti, è una situazione di estrema provvisorietà e di assenza totale di progetto. Eccetto il gruppo delle famiglie, queste persone sono appena arrivate e aspettano il freddo per decidere se ritornare in Romania e poi tornare sul fiume Reno nel periodo primaverile ed estivo. D: In quali condizioni vivevano queste persone? R: Vivono in condizioni di estrema difficoltà e disagio, in “baracchine” - così le chiamano loro – costruite con legno o lamiera, o solo con tende. Prendono l’acqua potabile alle fontane del parco o da alcuni tubi nelle vicinanze. Si tratta di piccoli agglomerati di baracche separati e indipendenti l’uno dall’altro dove vive circa una ventina di persone, raggruppate per famiglie e per conoscenze. Vengono quasi tutti da una città di nome Krajova, dove sembra quasi che non sia rimasto più nessuno dal momento che tutti i rumeni che abbiamo incontrato vengono da questa stessa zona. Una libertà forzata che porta le persone ad andare e venire attraverso le frontiere per vivere in condizioni di invisibilità totale lungo il fiume dove è possibile nascondersi e mimetizzarsi grazie alla vegetazione di alti canneti. Ci sono poi delle discariche dove le persone con i propri materassi si riparano cercando di confondersi tra i rifiuti. Una situazione drammatica. D: Siamo di fronte a condizioni di vita di terzo mondo metropolitano che immagino non si incontrino solo a Borgo Panigale. R: Ci sono sicuramente altre situazioni simili, che sono però difficili da individuare per la paura che queste persone hanno di essere scoperte e rimpatriate violentemente. Per queste ragioni si nascondono in luoghi impervi. Spesso sono solo cunicoli, abbiamo visto rifugi sotto i binari delle ferrovie o in luoghi dove sarebbe impossibile pensare che qualcuno possa vivere. A Milano, dove tali condizioni di vita sono note da molto tempo, ci sono grandi agglomerati nelle aree dismesse della città dove ci sono persone di molte nazionalità. D: Si possono fare analogie sul recente rapporto dell’Onu e quanto hai descritto? R: Questo rapporto ha messo in evidenza come negli ultimi dieci anni sia sensibilmente aumentato nel mondo il numero delle persone che vive in baraccopoli, bidonville e favelas. Anche in Italia queste realtà si ascrivono al grande numero delle persone che nel mondo vivono in condizioni di baraccopoli. Interessante a tal riguardo la posizione del Questore di Milano, città dove i grandissimi insediamenti abitativi di immigrati sono stati progressivamente smantellati a mezzo sgombero per ridurne le dimensioni. Il Questore di
Milano ha denunciato l’inutilità di questa politica che anche da un punto di vista legalitario e securitario non conduce a esiti positivi. |
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