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cittadinanza > approfondimenti, resoconti, reportA Lampedusa ancora immigrati lasciati partire dalla LibiaLa politica del ricatto e la difesa dei diritti umani2 maggio 2008
Negli ultimi giorni di aprile oltre mille migranti, provenienti per la maggior parte dalla Libia, hanno raggiunto l’isola di Lampedusa e diverse centinaia sono sbarcati in Sicilia. Immediatamente è scattato il piano di trasferimento per decongestionare le strutture di permanenza temporanea di Lampedusa. Un gruppo di 50 immigrati è stato imbarcato sul traghetto di linea per Porto Empedocle, probabilmente verso uno dei centri di detenzione siciliani, altri 200 sono stati trasferiti a Bari, verso altri Cpt, con due voli speciali predisposti dalla Prefettura di Agrigento. Nel centro lampedusano di contrada Imbriacola, che ha una capienza di circa 600 posti letto, si trovavano alla vigilia del 1 maggio ancora 700 migranti arrivati in questi ultimi giorni. I nuovi massicci arrivi di migranti provenienti dalla Libia – avvenuti pochi giorni dopo le denunce mosse da questo paese nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite relativamente ai bombardamenti israeliani su Gaza; denunce seguite dalla rabbiosa reazione dei rappresentanti diplomatici che, su iniziativa del rappresentante italiano, hanno abbandonato la seduta - non si spiegano soltanto con le migliorate condizioni meteo che hanno facilitato la navigazione delle carrette cariche di donne, uomini e bambini. Eppure, con l’accordo sottoscritto a dicembre dello scorso anno dall’Italia, si istituivano “centrali operative e sistemi di monitoraggio comuni per contrastare l’immigrazione clandestina, con il dispiegamento di unità militari italiane in acque libiche a ridosso della costa, sei imbarcazioni della Guardia di Finanza, tra le più avanzate tecnologicamente, che dovrebbero operare con equipaggi misti per respingere i migranti verso i porti di partenza”. Con l’ultima legge finanziaria oltre sette milioni di euro sono stati stanziati proprio per finanziare interventi della Guardia di Finanza in Libia. Malgrado i termini dell’accordo italo-libico, le autorità militari italiane, dopo qualche isolato tentativo di delegare alle autorità libiche gli interventi di salvataggio, hanno continuato ad effettuare interventi di salvataggio. Le periodiche operazioni di FRONTEX si sono risolte in mere esercitazioni navali, con ampio spiegamento di esperti e osservatori, tutti lautamente retribuiti, ma solo in poche occasioni si sono concretizzate in respingimenti in mare o in blocchi navali. Tutti ricordano abbastanza bene cosa significa il “fermo di natanti” in mare, decine di morti e ancora processi per i comandanti, assolti subito quelli militari, sotto processo da anni quelli delle imbarcazioni civili, autori di interventi di salvataggio. Una giustizia a due velocità. La riammissione, o il respingimento, collettivo, a mare, di migranti verso stati che non garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali, ovvero nei quali gli interessati possano essere vittime di trattamenti disumani o degradanti, sono tassativamente proibiti dall’art. 3 della stessa Convenzione Europea. Rimane ancora molto concreto il rischio – se non la certezza – che, se da parte del nuovo governo verranno effettivamente avviati interventi di pattugliamento congiunto, praticato da unità miste italo-libiche, o dalle pattuglie miste RABIT finanziate dall’Unione Europea nel quadro delle attività di FRONTEX, si possano verificare altre stragi e vere e proprie espulsioni o respingimenti collettivi, vietati da tutte le Convenzioni internazionali, verso la Libia e da qui verso i paesi di provenienza. La Convenzione Internazionale per la sicurezza della vita in mare del 1974 (Convenzione SOLAS) impone peraltro un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare “senza distinguere a seconda della nazionalità o dello stato giuridico”, stabilendo altresì, oltre l’obbligo della prima assistenza anche il dovere di sbarcare i naufraghi in un “luogo sicuro”. Temiamo adesso che il nuovo governo, se si manterrà coerente con le promesse elettorali, con lo stesso Frattini, già vice-commissario europeo con delega all’immigrazione, nominato ministro degli esteri, riprenda le trattative con i dittatori del nord africa per arruolarli nella “guerra” ai migranti irregolari. Non potremo che denunciare gli accordi di riammissione e di cooperazione operativa e rappresentare i diritti delle vittime davanti alle corti europee a salvaguardia dei diritti umani. Sulla base della esperienza maturata in questi ultimi anni, tuttavia, è ben difficile che i nuovi accordi tra Italia e Libia, o le operazioni congiunte finanziate dall’agenzia europea Frontex possano produrre gli effetti, auspicati dai governi europei, di contrastare l’immigrazione clandestina gestita dalle organizzazioni criminali, salvaguardando al contempo la vita ed i diritti fondamentali dei migranti irregolari. In assenza di qualsiasi possibilità di riconoscimento del diritto di asilo nei paesi di transito, e senza effettive possibilità di ingresso legale per lavoro, ci si può attendere il peggio nel Canale di Sicilia, tra l’Italia, la Libia e la Tunisia, ancora mesi di tragedie, di uomini, donne e bambini, vittime delle politiche di contrasto dell’immigrazione ”clandestina”. |
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