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Frontiere africane - Dentro le crepe di una società antirazziale

Le recenti violenze a Johannesburg mostrano come i danni psichici e fisici inflitti nei secoli ai neri dal potere bianco abbiano lasciato tracce vive negli uni come negli altri - Achille Mbembe

Da Il manifesto dell’ 11 giugno 2008

11 giugno 2008

Il Gauteng è la regione più ricca del Sudafrica. È qui che si trova Johannesburg, la più moderna, la più potente e la più razzialmente mista delle metropoli africane: dall’inizio degli anni ’90, questa immensa città-regione fondata da emigranti giunti da diverse parti del mondo nel 1896 in seguito alla scoperta delle miniere d’oro del Witwatersrand, è diventata la nuova frontiera del continente.
Nell’ultimo quarto del ventesimo secolo, grazie anche al crollo dell’apartheid e alla transizione verso la democrazia, nuove ondate di immigrati provenienti dal resto dell’Africa sono venute ad aggiungersi a questo complesso sociale e urbano già molto variegato.
In questa mini-New York, mini-San Paolo e mini-Los Angeles su scala africana, si ritrovano oggi quasi tutte le nazionalità del mondo.

Reti di debiti e parentele
Ancora fino a un paio di settimane fa tutto sembrava all’apparenza indicare che a Johannesburg stesse nascendo, per la prima volta sul continente, una forma di fusione culturale inedita, base di una media modernità afropolitana. Ma da alcuni giorni il Sudafrica vive scene di violenza e crudeltà che si credevano tipiche dei paesi arretrati. Si è parlato di un’ondata xenofoba: e in effetti una cinquantina di forestieri provenienti dallo Zimbabwe, dal Mozambico e dal Malawi sono stati uccisi spesso in condizioni di straordinaria ferocia. I motivi addotti per queste violenze sono gli stessi che vengono portati ovunque in simili circostanze: «ci prendono le case, i posti di lavoro e le donne», «parlano lingue incomprensibili», «non ci rispettano», «sono la causa della nostra miseria», «sono responsabili dell’aumento della criminalità», «sono più scuri di noi».
In realtà, la presenza degli stranieri in terra sudafricana non è nuova. Come in tutto il continente, prima della colonizzazione le migrazioni erano la norma. Le popolazioni si mescolavano continuamente a causa delle guerre, degli scambi commerciali, delle transazioni di ordine religioso o delle alleanze. La «sciamatura» era la forma dominante di mobilità. «Fare società» consisteva dunque essenzialmente nel «fare rete», tessendo catene di parentela e contraendo debiti, reali o fittizi che fossero queste parentele e questi debiti.
È questa la ragione per cui, ben lungi dal costituire unità chiuse, le entità etniche sudafricane sono così incastrate fra loro tanto sul piano culturale e linguistico come territoriale, poiché rapporti stretti le uniscono non solo fra loro ma anche con i loro equivalenti in Mozambico, nello Zimbabwe, nel Botswana, nel Lesotho e nello Swaziland.
L’immigrazione europea a partire dal diciassettesimo secolo, l’importazione della manodopera servile nella regione del Capo, l’insediamento degli indiani nel Natal all’inizio del boom dello zucchero, o dei cinesi nel Witwatersrand all’inizio dell’era industriale hanno largamente contribuito a fare oggettivamente del Sudafrica un paese transnazionale anche se per via dell’apartheid non si è mai riconosciuto come tale. Questo carattere transnazionale si sarebbe a mano a mano accentuato nella prima metà del ventesimo secolo con l’afflusso degli ebrei, poi a partire dalla metà degli anni ’70 con l’arrivo degli ex coloni portoghesi che fuggivano dal Mozambico e dall’Angola, degli ex coloni della Rhodesia dopo l’indipendenza dello Zimbabwe e delle minoranze provenienti dall’Europa dell’est. In fondo, dalla scoperta delle miniere d’argento di Kimberley e soprattutto delle miniere d’oro nel Witwatersrand alla fine del diciannovesimo secolo, le reali frontiere del Sudafrica si estendono dal Capo al Katanga, con gli apporti europeo e asiatico che dilatano ancor più un’identità del paese e gli assegnano una dimensione trasversale, transnazionale e multiculturale che poche nazioni moderne possono rivendicare. Per creare e aumentare le sue ricchezze il Sudafrica ha sempre dovuto ricorrere al lavoro degli stranieri. All’epoca dell’industrializzazione, una parte importante della mano d’opera nelle miniere era reclutata in tutta l’Africa australe. All’interno del paese, il lavoro stagionale e migrante ha costituito anche esso una delle tecnologie chiave del processo di proletarizzazione. Spossessati dalle loro terre e decaduti della loro cittadinanza, i neri sudafricani erano relegati nei bantustan, sorta di riserve indigene in cui la lotta per la riproduzione era durissima. Potevano soggiornare solo temporaneamente nella città bianca. L’istituzione del lasciapassare permetteva di controllare la loro mobilità in seno a un’economia capitalista in cui la razza produceva la classe bloccando al tempo stesso per quanto possibile l’emergere di una coscienza dello stesso nome.

Il crollo dell’apartheid
Il lavoro stagionale e migrante da una parte e dall’altra il confinamento dei neri sudafricani nelle riserve contribuirono in modo decisivo all’implosione delle strutture familiari urbane. I legami comunitari si atrofizzarono. La cultura della piccola impresa e dell’iniziativa individuale fu spezzata quando la libertà di fare piccolo commercio fu abolita per legge. Ma soprattutto nacque una cultura della dipendenza e dell’assistenza che ancor oggi pesa gravemente sui comportamenti, ipotecando le capacità dei neri sudafricani di trarre partito dalle nuove condizioni in cui si svolge ormai la lotta per la sopravvivenza in ambiente urbano.
Per i neri sudafricani la fine dell’apartheid è dunque sinonimo di accessione di pieno diritto alla città. Lo smantellamento delle leggi razziste rende possibile la libertà di movimento e la libertà di residenza ma, fatto capitale, è anche all’origine di un doppio movimento migratorio interno e esterno le cui conseguenze sociali e politiche sono ben lungi dall’essere state misurate.
Sul piano interno, il regime dell’apartheid comincia a crollare fin dall’inizio degli anni ’80, nel momento precisamente in cui aggravandosi la crisi di produzione nei bantustan, lo Stato razzista non è più capace di sigillare ermeticamente le sue frontiere interne, di controllare la mobilità dei neri, di intensificare il loro sfruttamento con il capitale affermando al tempo stesso la segregazione razziale.
È allora che una massa di gente senza lavoro, a mala pena istruita e senz’altro mezzo di sopravvivenza che la piccola predazione comincia ad abbandonare le campagne e a riversarsi nella periferia dei grandi centri urbani rendendo fin da allora impossibile ogni sforzo di pianificazione urbana, sfigurando lungo il suo passaggio il volto delle principali città sudafricane, provocando la fuga delle classi medie bianche e nere nei quartieri residenziali o nelle enclave protette da compagnie private di sicurezza, e aprendo la strada a pratiche di sopravvivenza che accordano un posto privilegiato alla delinquenza.

Nei campi della povertà
La formidabile lotta per le risorse che finora era difficilmente contenuta nei bantustan si sposta nel contesto urbano in cui arrivano quasi contemporaneamente migliaia di migranti illegali provenienti dal resto del continente. Di colpo i neri sudafricani devono affrontare per la prima volta non più gli oppressori di ieri, ma altri emigranti (per la maggior parte più istruiti di loro, in possesso di una pratica della città e abituati a non aspettarsi nulla dallo Stato) giunti da altri paesi africani e con i quali sono immediatamente in competizione, soprattutto nel settore informale, spazio privilegiato della lotta per la sopravvivenza o ancora per gli alloggi e i posti di lavoro, o semplicemente per l’occupazione di uno spazio negli accampamenti di emergenza che non cessano di allargarsi. Questi campi della povertà si estendono a perdita d’occhio e circondano tutte le grandi metropoli del Sudafrica. Queste zone, in cui si mescolano il diritto e il non diritto, la malattia, la morte prematura e la lotta spietata per la sopravvivenza, costituiscono vere e proprie polveriere e minacciano oggettivamente la stabilità del paese.
È in questi non luoghi che si è spostata buona parte della violenza sociale caratteristica degli anni dell’apartheid. Sotto molti aspetti lo Stato è presente solo attraverso le reti di corruzione tessute intorno al sistema di sussidi agli indigenti effettuate dall’Anc alla metà degli anni 90 nella speranza di scongiurare la povertà. Ma la violenza dei neri sudafricani contro i neri di altri paesi dell’Africa è il sintomo di una crisi ancora più grave, che la fine dell’apartheid ha solo potuto nascondere. Questa crisi ha a che fare con il profondo odio di sé e del simile e con il profondo disprezzo della vita così caratteristici della coscienza ferita e ridotta allo stato di vittima. Le conseguenze storiche di questo odio di sé e di questo disprezzo della vita si devono cercare nei lunghi secoli di disumanizzazione di cui i sudafricani, neri e bianchi, hanno fatto esperienza e dai quali sono ben lungi dall’essere usciti.

Corruzione dilagante
I danni psichici e fisici inflitti ai neri dal potere bianco lungo questi secoli osceni hanno lasciato tracce vive negli uni come negli altri. È tutto il paese che è ancora disseminato di monconi, questa mistura di stupefacente bellezza, di crudeltà e di bruttezza dello spirito così tipica dei luoghi che il demone umano ha per un certo tempo scelto di abitare. Alla lettera il paese resta fratturato, coperto dalle stigmate della bestia, il dio-dal-culo-di-capra che fu qui il razzismo di Stato e di cui si può ancora vedere l’immagine nel paesaggio, nell’architettura, nel modo in cui le città sono costruite, nei nomi delle vie e delle strade, nelle statue, nel modo di parlare degli uni e degli altri, nell’impossibilità per gli uni e per gli altri di vedere nell’altro il volto del simile o semplicemente di immaginare cosa significhi avere da qualche parte qualche cosa in comune.
A dispetto dei tassi di crescita economica elevati, il Sudafrica deve confrontarsi con il fenomeno corrosivo della povertà di massa. Questa tocca in maggioranza i neri anche se appaiono sempre più spesso qua e là sacche di «poveri bianchi». Più grave ancora, il paese è popolato da una classe di persone totalmente «superflue» che rispetto ai bisogni attuali dell’economia e delle sue trasformazioni prevedibili, non presentano alcun interesse poiché in senso stretto, non sono semplicemente sfruttabili e ancor meno possono produrre un qualsiasi valore aggiunto. Oggi essere «proletari» è un lusso che si possono permettere in pochi.
Dal 1994 il governo ha attuato due dispositivi estremamente costosi il cui scopo è non di sradicare la povertà in quanto tale, ma di alleggerirla. Si tratta da una parte delle sovvenzioni sociali per gli indigenti (social grants) e dall’altra parte di un meccanismo complesso di accesso ai servizi sociali minimi come l’alloggio. Ma questi dispositivi sono affetti dalla cancrena di una corruzione montante a cui si aggiunge la scarsità di funzionari competenti.
Una vera guerra sociale è in corso. Ogni anno circa diciottomila persone sono vittime di incidenti del traffico. Altri cinquantamila perdono la vita, vittima di crimini di ogni sorta. La cifra annuale dei morti relativa all’epidemia di Aids sale a circa centomila persone. Il crimine è così pesantemente dilagante nella vita di ogni giorno che chiunque può perdere la propria vita in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, per qualsiasi ragione. Non esiste sicurezza per nessuno, e la violenza riveste forme sempre più sadiche e brutali. Il senso di emasculazione è così forte nella maggior parte degli uomini che più di cinquantamila donne e ragazze sono oggetto ogni anno di stupri.

Una vocazione panafricana
Più di qualsiasi altro fattore, la crescente criminalizzazione dell’ordine sociale, aggiunta a una crescita esponenziale della corruzione, rappresenta la minaccia più diretta contro l’ordine politico sudafricano. Che la transizione democratica sia fondamentalmente bloccata, non fa che aggravare questa minaccia. Dal 1994, il sistema politico non è stato oggetto di una radicale derazzializzazione. Non esiste in questo momento nessuna prospettiva di alternanza. Sebbene lacerato da lotte intestine l’Anc è di fatto il partito egemonico, e questo aumenta il rischio di confusione fra Stato e partito. Progressivamente gli interessi oggettivi della nuova classe dirigente e delle classi medie nere si distinguono da quelli della classe subalterna - vivaio a disposizione delle forze populiste tentate dal miraggio di un potere forte e di un «uomo forte».
Ciò detto, la violenza contro immigranti di origine africana è stata oggetto di una ferma condanna da parte dell’insieme della società sudafricana. Nelle università, fra gli intellettuali e in seno a molteplici associazioni civiche, si sta organizzando un contromovimento che mira a riaffermare la vocazione panafricana del Sudafrica, i suoi legami con il resto del continente e il suo attaccamento ai valori di ospitalità senza i quali la vittoria contro l’apartheid perderebbe la propria universalità.
Più che qualsiasi altro paese, il Sudafrica ha largamente contribuito nel corso degli ultimi dieci anni al consolidarsi delle istituzioni interafricane, alla soluzione dei conflitti in diversi paesi e alla elaborazione di una agenda e di una politica africana di relazioni internazionali. La presenza economica del Sudafrica nel resto del continente è considerevole sebbene questa presenza abbia a volte i tratti di un puro e semplice mercantilismo.
Al momento, comunque, il paese rappresenta pur sempre l’unica possibilità che ha il continente di restare in piedi.

(traduzione di Maria Teresa Carbone)