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cittadinanza > approfondimenti, resoconti, reportTorino - Nel Cpt di C.so Brunelleschi gli abusi non sono finitiAd un mese dalla tragica morte di Hassen ancora nessuna versione ufficiale dei fattidi Verena Tonelli20 giugno 2008
L’ultima segnalazione è del 19 giugno: E’ trascorso meno di un mese dalla tragica morte di Hassen Fathji, il giovane ragazzo tunisino deceduto nel CPT di Corso Brunelleschi a Torino e ancora si torna a parlare proprio di questo centro. Ancora una volta, i motivi riguardano le violazioni dei diritti dei detenuti, le presunte violenze, le minacce e i soprusi a danno dei migranti che si trovano rinchiusi al suo interno. Si apprende così della storia di un altro immigrato tunisino, sposato in Italia con una donna romena e con un figlio, che secondo le testimonianze avrebbe perso l’udito da un orecchio in seguito agli schiaffi inferti dal personale di polizia perché si era opposto all’espulsione iniziando uno sciopero della fame: “Chi rompe viene preso, ammanettato, portato di là, dove non ci sono telecamere, e giù botte”. Questa purtroppo non è l’unica testimonianza del ricorso alla violenza da parte del personale di sicurezza, ma solo una tra le tante voci che cercano di richiamare l’attenzione su quello che accade all’interno di questi centri, lontano dagli occhi di tutti. Sono tanti i racconti di presunti abusi e violenze, di persone ammanettate e condotte in quella che Orsola Casagrande, ha definito la “stanza dei pestaggi”. Come racconta in un suo recente articolo: “Questa stanza dei pestaggi è ricorrente nelle storie di tanti e non solo nel centro torinese. I gravi avvenimenti che continuano a rendere protagonista il centro di nuova generazione di Torino, portano a dover fare alcune altre considerazioni. Primo, proprio la disposizione della struttura stessa, divisa in 3 zone (una sezione femminile e due maschili, la zona rossa e la zona blu, divise prevalentemente su base etnica e oggi sovraffollate) crea delle aree buie, nascoste agli occhi delle telecamere interne e degli altri detenuti, che permettono una grande libertà di azione al personale di guardia. Le vicende descritte sembrano incastrarsi perfettamente nel clima generale di “paura dello straniero” creato soprattutto dalle notizie mediatiche e dal parallelo aumento delle risposte repressive da parte del governo nei confronti della questione immigrazione. Clima e misure che non riguardano solo l’Italia, ma che purtroppo stanno prendendo piede in tutta Europa. Proprio in questi giorni è infatti stata approvata la Direttiva Europea sui rimpatri che aumentando i mesi di detenzione nei CPT e non prevedendo misure a tutela di categorie deboli (anche i minori possono essere detenuti, anche se non accompagnati, come pure le vittime di tratta ecc.) rischia di abbassare notevolmente gli standard, già minimi, di tutela dei migranti. Con l’approvazione della Direttiva rimpatri si è messo al centro la lotta alla clandestinità, sono state incentivate le misure repressive volte a fermarla (anche se la loro efficacia è costantemente messa in discussione dall’inarrestabilità dei processi migratori), senza tuttavia prevedere delle misure positive riguardanti i canali autorizzati di ingreso, né delle garanzie nei confronti degli stranieri. Si è guardato al fenomeno migratorio come pericolo da contrastare e i diritti umani sono stati relegati in una posizione marginale se non completamente assenti dentro un quadro normativa che prevede una disciplina di carattere speciale per gli stranieri. Il rischio è che anche Paesi con standard più elevati in materia di immigrazione si sentano legittimati ad abbassarli. Vedi anche:
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