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cittadinanza > approfondimenti, resoconti, reportLe frontiere della morte. Cosa accade al porto di Venezia?E’ morto un giovane iracheno, già respinto giorni prima nonostante potesse chiedere asilo.23 giugno 2008
Chiamiamolo Kawa, anche se ancora non conosciamo il suo nome. È il ragazzo di 25 anni e di origine irachena trovato morto dentro un tir che viaggiava su una nave proveniente dalla Grecia e appena entrata nel Porto di Venezia. Ma una cosa, il ragazzo che ha conosciuto e visto morire Kawa, se la ricorda benissimo. Cinque giorni prima di quel giorno di morte entrambi erano già arrivati al porto di Venezia ed erano stati rimandati indietro. “Il Ministero dell’Interno stanzia cifre ingenti affinché esistano delle strutture incaricate di fare orientamento ai migranti che arrivano in porto” Spiega Rosanna Marcato, responsabile del Servizio del comune di Venezia che si occupa di Rifugiati, “ma tutto invece avviene nell’oscurità, non si riesce ad intercettare ed aiutare le persone. Per questo motivo noi abbiamo scelto di andare via dal porto”. Il porto di Venezia come quelli di Bari o di Ancona, e tutti quanti gli altri. Buchi neri, luoghi militarizzati in cui si decide della vita e della morte dei migranti secondo prassi amministrative che non garantiscono alcuna attenzione per i casi soggettivi (minori, malati, richiedenti asilo)e alcuna tutela per i diritti fondamentali delle persone. per sfuggire a questi controlli senza regole, i migranti sono costretti ad inventare modi sempre più rischiosi per aggirarli, a sfidare continuamente la morte per non farsi intercettare e rispedire al punto di partenza. I respingimenti, infatti, sono sempre più azione di routine, svolta esclusivamente da uomini in divisa che non hanno evidentemente gli strumenti per sapere chi stanno rimandando indietro. E stavolta chi ha respinto kawa quando era riuscito ad arrivare per la prima volta, da vivo, ha in qualche modo da affrontare una responsabilità pesante. Kawa, curdo iracheno che avrebbe con tutta probabilità potuto ottenere asilo nel nostro paese, ci ha riprovato. Ma lo ha fatto nel momento peggiore. Più di trenta gradi, un caldo asfissiante. Scegliere di non fermarsi, nonostante tutto, sapendo perfettamente a cosa si andrà incontro. La consapevolezza di chi parte è spaventosa e straordinaria. E gli attuali tentativi di controllare con la violenza questa mobilità sembrano tanto più crudeli di fronte e a queste incredibili risorse umane. Il fatto che nelle operazioni di respingimento, espulsione, rimpatrio, il diritto di asilo sia uno dei primi a correre il rischio di venire annientato, è solo una delle evidenti conseguenze di questa modalità di gestione della mobilità dei migranti. Questa morte avviene, per ironia della sorte, ad un anno esatto dal ritrovamento, alla Bazzera di Mestre, dei corpi di tre ragazzi iracheni morti per asfissia dentro un tir che trasportava angurie. |
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