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I rifugiati di Parma: “Ci siamo stancati di chiedere, cominciamo a prendere”

Occupato un palazzo in città

5 luglio 2008

Queste parole, rilasciate da B., rifugiato eritreo, commentano meglio di tanti discorsi usciti in questi mesi da Prefettura e Comune la situazione di molti rifugiati che vivono a Parma. La scorsa notte, in concomitanza con la festa delle case occupate, una ventina di persone, rifugiati o con permesso per motivi umanitari, hanno occupato un palazzo chiuso per ristrutturazione da anni. Lavori di ristrutturazione mai iniziati, di fatto un palazzo abbandonato.
Dalla fine dell’inverno, con la chiusura dei dormitori, sempre più persone sono costrette a ricavarsi rifugi di fortuna per trascorrere la notte; per riuscire a riposare un po’ prima di tornare al lavoro, magari in nero in qualche cantiere delle grandi e piccole opere che rendono le città sempre più escludenti, oppure prima di andare a scuola di italiano o di formazione al lavoro. Tra queste molti dei rifugiati politici che vivono a Parma, in lotta con la Prefettura per vedere riconosciuti i propri diritti, per un’accoglienza vera, dalla casa all’accesso ad un reddito, che dia un senso al documento che portano con sé e che devono mostrare 4-5 volte al giorno, spesso di notte mentre dormono sotto i portici della Pilotta, alle forze dell’ordine. Proprio dalla Pilotta sono stati cacciati da polizia e carabinieri giovedì notte; in segno di protesta hanno improvvisato un blocco stradale sotto il Comune, come già fecero sul lungoparma tre notti prima, per cercare di rendere più visibile la loro situazione. In quell’occasione, l’intervento massiccio delle forze dell’ordine aveva creato una situazione di grande tensione, ed un giovane rifugiato (vittima di tortura in Eritrea) era stato costretto all’intervento medico per un collasso causato dallo stress.
Le richieste e le proteste che da tempo i rifugiati e la rete “dormire fuori” rivolgono al Prefetto non hanno sortito alcunché, se non le continue quanto inutili e ulteriormente umilianti richieste di rilasciare, per l’ennesima volta, le impronte; come se con questo atto non dovuto si spalancassero le porte della cittadinanza.
Ad aprirsi per ora è stato solo il portone del palazzo di via Bengasi, e solo grazie alla determinazione dei migranti, che, stanchi di chiedere, hanno iniziato a prendere.