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attualità > rassegna stampaIl business sul migrante, fra rimesse e telefonate di Manuela Cartosioda Il Manifesto del 4 novembre 20034 novembre 2003Mandare soldi a casa costa caro: il duopolio di Western Union e MoneyGram impone le sue tariffe ai migranti. Si moltiplicano negozi etnici e «phone center» che offrono molti servizi a prezzi bassi, ma con poche garanzie
Rapido, sicuro, semplice e... costoso. L’ultimo aggettivo nei depliant in tutte le lingue e nei cartelloni pubblicitari con i volti di tutto il mondo non compare. E invece, trasferire denaro all’estero con Western Union costa parecchio: 33 euro per spedirne 500, 50 per inviarne mille (la «commissione» diminuisce con l’aumentare della somma spedita e a essa vanno aggiunte le spese di cambio). Analoghe le tariffe di MoneyGram, che ha un accordo con le Poste italiane e si spartisce con Western Union il mercato del trasferimento veloce di denaro. Nonostante l’esoso prelievo, è questo il canale «formale» più usato dagli immigrati per mandare i soldi a casa. Le agenzie battono le banche in velocità, hanno una rete di raccolta e distribuzione del denaro più capillare e, soprattutto, non fanno tante domande. Basta presentarsi a uno sportello con un documento d’identità valido in una mano e i contanti nell’altra, compilare un modulo, comunicare al destinario il numero di codice assegnato all’operazione e, nel giro di pochi minuti, la somma può essere ritirata in dollari o in moneta locale. Non essendo banche, le società di money transfer non sono tenute a comunicare alla Banca d’Italia numero e importo delle operazioni effettuate. Il loro fatturato è un un mistero gelosamente custodito, figurariamoci l’utile. Abbiamo tampinato a lungo e invano Mario Barbas, country director di Western Union in Italia. Il manager ha messo fine all’assedio con una frase memorabile: «Chieda alla Caritas». Sugli immigrati la Caritas sa parecchie cose, non questa. Il suo dossier si appoggia alla stima fatta da Corrado Giustiniani (Fratellastri d’Italia, Laterza) che per quantificare le rimesse degli immigrati ai paesi d’origine azzarda la cifra di 7 miliardi di euro l’anno. Di questi, 3 miliardi transiterebbero dalle società di money transfer, prima fra tutte Western Union che, da sola, deterrebbe l’80% del mercato. Poiché ammontano a 791 milioni di euro le rimesse effettuate nel 2002 per via bancaria, ne consegue che più di 3 miliardi di euro viaggiano in modo «informale», tramite amici, autotrasportatori, immigrati che fanno di mestiere i «corrieri» di merci e denaro. Nei canali informali i bidoni sono frequenti, meno però di quanto si pensi. Chi dà la fregatura, si rovina la piazza, non potrà più «lavorare» in una determinata zona. A Milano ogni fine settimana, da una piazza in zona Corvetto, partono i pullmini dei rumeni, carichi di persone, televisioni, pacchi e, supponiamo, di «buste». I rumeni, secondo il dossier della Caritas, sono stati i più svelti a organizzarsi in proprio, facilitati dalla relativa vicinanza. Atlassib, con uffici in otto città, applica una commissione di 5 euro per trasferirne 400 in Romania. Con Western Union non si rischia, ma si paga di più. Fondata a Rochester nel 1851, Western Union dieci anni dopo inaugurava la prima linea telegrafica transcontinentale della Stati uniti. Era della Western Union uno degli 11 titoli quotati per la prima volta nel 1884 dall’indice Dow Jones. Nel 1994 è stata acquisita da First Financial Management Corporation che, un anno dopo, si è fusa con First Data Corporation, leader mondiale nel settore del commercio elettronico e dei sistemi di pagamento. Western Union ha 151mila sportelli in 190 paesi. 5mila gli sportelli in Italia, dove Western Union è arrivata nel 1995. Nel nostro paese ha cinque agenti (American Express, Angelo Costa, Banca di Sassari, Finint e Omnia Finanziaria) che a loro volta subappaltano l’attività a sportelli bancari, agenzie di viaggio, centri multiservizi e, per intercettare più facilmente la clientela, a phone center e ethnic shop. A queste informazioni da cartellina stampa possiamo aggiungere solo un particolare. Per andare alla conquista dei cinesi, che notoriamente fanno tutto da soli, Western Union di recente ha piazzato quattro sportelli a Milano, Roma, Firenze e Prato in punti ad alta concentrazione di cinesi. Il phone center è il luogo fisico dove due attività economiche alimentate dagli immigrati - la telefonia e il trasferimento di denaro - si incontrano. Anche per i phone center si va a spanne. Cinquemila, dice qualcuno. A Milano sarebbero un migliaio, secondo Otto Bitjoka, un camerunense in Italia da 27 anni, patron di Ethnoland, marchio di un portale, di una rivista e di cinque «centri multiservizi» (tre a Milano, uno a Bergamo e a Bologna). La guida dei servizi per gli immigrati di una città medio piccola come Parma elenca 28 phone center, che diventano 40 se si considera l’intera provincia. Salvo rare eccezioni, i phone center sono creati e gestiti da immigrati. Il loro ruolo, però, è quello dell’ultimo anello della catena. Nell’attività dei phone center bisogna distiguere tra le telefonate fatte da lì e la vendita di schede telefoniche da usare altrove. Nel primo caso la catena contempla tre passaggi. Un’azienda telefonica, Telecom o simili, vende quote di traffico a dei reseller che le vendono ai phone center che a loro volta le vendono all’utilizzatore finale. Le tariffe sono stracciate, molto più basse di quelle di una telefonata fatta da un’utenza domestica o da un cellulare. I margini per i gestori sono esigui e si assottigliano con il proliferare dei phone center; essendocene troppi, ci si fa concorrenza abbassando i prezzi. «Solo sulle telefonate, non si campa», dice il titolare di Ethnoland, «per stare in piedi bisogna offrire altri servizi». Quali, lo vedremo tra poco. Ora occupiamoci delle schede telefoniche per immigrati, veicolo di truffe e truffette denunciate da più parti (il sito www.Stranieriinitalia.com ha raccolto parecchie segnalazioni di schede «rubascatti»). Per le schede la catena ha un anello in più e il colpetto viene messo a segno dalle società che comprano dall’azienda telefonica una quota di traffico e la «impacchettano» in schede. Molte delle schede in circolazione - ce ne sono un centinaio - non mantengono quanto promettono, costano 5 o 10 euro, ma «valgono» meno. Rosicchiano scatti anche se restano in tasca inutilizzate, non dichiarano in modo trasparente che ogni risposta o ogni richiesta d’informazione sul credito residuo mangia uno scatto. Peggio, alcune schede smettono di funzionare. Succede perché la società semifantasma che le ha confezionate si è dileguata o non ha rispettato gli impegni con l’azienda telefonica che, di conseguenza, chiude il rubinetto. In questi casi, l’immigrato non sa con chi prendersela. I phone center, diventati luoghi di ritrovo e di socialità per gli immigrati, dovranno presto vedersela con i regolamenti approvati da diversi comuni. Equiparati a pubblici esercizi, saranno obbligati ad avere servizi igienici a norma e ad abbattere le barriere architettoniche. Dovranno chiudere entro una certa ora, un obbligo che dimentica le differenze di fuso oraraio. Tutti oneri insostenibili per i piccoli gestori. Resteranno in campo solo quelli che riusciranno a diversificare l’offerta di servizi. «Noi offriamo 15 prodotti», dice con orgoglio il titolare di Ethnoland: oltre alla telefonia, e-mail gratis, spedizioni di pacchi e denaro, internet point, biglietti aerei, consulenza legale, assistenza contabile e per compilare la dichiarazione dei redditi, polizze assicurative «perché l’immigrato vuol essere sicuro, se muore qui, d’essere riportato nel suo paese». La gamma dell’offerta è ancora più ampia nei «negozi etnici» dove lo sportello di Western Union coabita con la vendita di generi alimentari, capi d’abbigliamento, film in cassetta, giornali in lingua madre. I negozi etnici non sono un fenomeno solo metropolitano. L’area antistante la stazione di Reggio Emilia è stata interamente colonizzata dai negozi di cinesi per cinesi. Alla domenica i sikh della Padania prima vanno al tempio, poi fanno la spesa negli ethnic shop a pochi metri di distanza. Succede a Novellara, in mezzo alle fabbrichette della zona industriale. (2, continua) |
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